Enrico Letta, il segretario senza simbolo

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Diciamolo! Se si parlasse di Craxi, sarebbe lampante l’accostamento al garofano rosso, così come la lapalissiana correlazione tra Berlinguer e la falce e il martello piuttosto che tra Almirante e la fiamma. Questo perché essi stessi, così come i rispettivi predecessori, ci hanno abituato all’idea che si debba affermare, sempre e comunque, l’indubbio primato di un’entità superiore, pregressa e ventura, rispetto al mero protagonismo dell’uomo, hic et nunc, rappresentato dal partito: quel legame identificativo che riassumeva i canoni e gli obiettivi di coloro che vi aderivano. Erano i leader stessi, quindi, che, con orgoglio e convinzione, palesavano il proprio documento identitario mediante l’imprescindibile simbolo di appartenenza, un vessillo da sfoggiare senza alcuna remora.

I più risponderanno con la solita asserzione scontata ed immediata: erano altri tempi! Ma sono gli uomini a caratterizzare le epoche, quindi sarebbe più consono affermare: erano altri uomini, e mi troveranno d’accordo. Perché ciò che oggi viene definita politica non è più quell’arte di governare figlia della cultura ellenica bensì l’audace e cinica tecnica di tutelare interessi di natura privata, mediante una sorta di primogenitura ereditaria e dinastica. E’ in tale realtà che si va a porre con arrogante ma pacata irruenza la figura di Letta, uno dei discendenti più rappresentativi di un quadro dipinto male e percepito peggio, nonostante la fantasiosa cornice posta da coloro i quali, con perseverante faccia tosta, continuano a definire quest’opera, di picassiana memoria: politica.

Il buon Enrico, dallo stile distintamente democristiano, nipote dell’assai più prudente Gianni, assume il ruolo del prescelto sin da subito, quando, a soli trentadue anni, viene nominato ministro dell’industria, nonostante non avesse superato alcuna prova elettorale né avesse mai assunto impegni lavorativi, se non i soliti incarichi, ben remunerati, suggeriti da quella politica moribonda post “mani pulite”. Da qui parte la vita governativa di un rispettabile perdente di razza che, però e non si capisce perché, otterrà costantemente ruoli sempre più importanti nella sfera istituzionale italiana.

Nel 2007, nella prima vera competizione a cui partecipa, incassa una sonora sconfitta alle primarie del Partito Democratico, ottenendo poco più del 10%: l’opinione che il popolo aveva del Letta politicante era più che evidente. Nonostante ciò, in perfetto stile egemonico, il burattinaio di quella enorme macchina che ci ostiniamo a definire Stato, contravvenendo al manifesto responso delle urne, decide che Letta debba continuare a rappresentare l’élite, contro il volere di un popolo, quello italiano, che, seppur con un divario minimo, sceglie Bersani.

Enrico Letta diviene presidente del consiglio italiano, contro ogni logica democratica.  L’inconsistenza e l’assoluta mancanza di concretezza del personaggio si tradurranno nella fatuità della rispettiva - fortunatamente breve- azione governativa. Le ormai storiche parole di conforto pronunciate da Renzi, “Enrico stai sereno”, costringeranno Letta alle dimissioni e persino all’espatrio in terra francese, con il conseguente abbandono della politica.

Nel marzo di quest’anno, ecco che rispunta il nome di Letta, acclamato dalla solita alta società affinchè prendesse in mano le redini di un partito orfano di un segretario dimissionario ma votato. Ed è in questa occasione che si decide di non rischiare, le primarie potrebbero giocare un altro brutto scherzo a chi si accanisce a cucire un vestito di leader che continua ad essere inadeguato al reiteratamente bocciato Letta: voterà l’assemblea nazionale, secondo le direttive dettate dalle aree interne al movimento, rigettando le tanto sbandierate primarie.

Tanto era dovuto affinchè si comprendesse chi davvero fosse quel Letta che oggi si appresta a tornare in parlamento, rinunciando al simbolo del partito che rappresenta, quasi a voler rinnegare, vergognandosene, quei compagni di merenda che, seppur privati del mero aspetto grafico, lo sosterranno comunque.