Eritis sicut dii. L'inganno del serpente e la civiltà della tecnica

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L’essenza di Dio come fondamento dell’ordine del νόμος è quanto si apprende anche dal libro della Genesi in relazione al contegno del serpente al cospetto di Adamo ed Eva. Esso insinua che il limite assegnato da Dio alle sue creature umane giovi, invero, solo alla tutela dei privilegi e del piacere egoistico di Dio stesso. Per questa via, il serpente induce Adamo ed Eva al trascendimento del limite divino, ad anteporgli il diritto alla libertà di godere senza limiti, in forma anomica e smisurata. L’uomo, che – per dirla con l’Agostino delle Confessioni (I, 1, 1) – è “una particella della creazione” (aliqua portio creaturae), si insuperbisce e si illude di essere padrone del mondo e di poterne disporre a proprio piacimento. Più precisamente, si illude di essere egli stesso Dio e di poter disporre dell’essente nella sua interezza secondo i proprio desideri e secondo la propria volontà. L’allettante e proditoria proposta del serpente – violare il νόμος e sostituirsi a Dio – si determina nell’atto concreto della disobbedienza al Creatore e del mangiare il frutto proibito dell’Albero della conoscenza del Bene e del Male: "Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: ‘è vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?’. Rispose la donna al serpente: ‘dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete’. Ma il serpente disse alla donna: ‘non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male’. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò" (Genesi, 3, 1-6).

Come Edipo, che al cospetto della Sfinge pecca di ὕβϱις, di “tracotanza”, e pretende di sapere tutto, così anche Adamo ed Eva fanno con sfrontatezza valere il desiderio di sostituirsi a Dio, conoscendo il bene e il male. Come la tragedia greca, in tutte le sue concrete determinazioni, scaturisce dalla ὕβϱις che conduce alla violazione del μέτρον, del “giusto limite” (da Edipo che vuol tutto sapere ad Aiace che aspira a sconfiggere tutti senza supporto divino), così anche la tragedia dell’umanità, per la prospettiva cristiana, discende da quella violazione del limite e della legge che la civiltà del tecnocapitale innalza a proprio fondamento. Lo sconfinamento permanente, la violazione di ogni inviolabile e la crescita infinita appaiono, così, alcune delle principali figure in cui si obiettivano l’amor infiniti e la metafisica dell’illimitatezza propria del capitale, per il quale – ricorda Marx – ogni limite è un ostacolo da abbattere.

Sicché la desacralizzazione capitalistica rispecchia, con straordinaria aderenza, l’atto del serpente, che abbatte ogni autorità religiosa per aprire all’illimite necessariamente nichilistico, secondo una prospettiva che mira a fare dell’uomo stesso un dio onnipotente – eritis sicut dii –, per il quale il limite non è garanzia della vita, ma ostacolo al suo pieno dispiegamento. Se tutto deve essere possibile, allora non può esservi alcun Dio al di sopra dell’uomo: quest’ultimo deve mutarsi in Dio di se stesso, secondo la mendace promessa del serpente. L’anomia dell’anarco-capitalismo procede di conserva con la sua neutralizzazione di ogni figura del divino come immagine della legge e del sacro, di modo che l’ente nella sua completezza sia disponibile per il fare febbrile, in astratto, dell’uomo che si crede Dio e, in concreto, della tecnica che si è sostituita a Dio e ha soggiogato l’uomo stesso rendendolo proprio adepto ignaro.