Fake news, o della nuova inquisizione

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L’obiettivo conclamato della lotta contro le fake news è di ordine politico, non teoretico. Coincide, propriamente, con la produzione di una indubitabile ortodossia politica, legittimata con le categorie della scienza: il potere del capitalismo nella sua nuova variante terapeutica non si fonda sul discorso del prete, che anzi apertamente schernisce, né principalmente su quello dell’economia, che pure resta la struttura fondamentale della società. Si basa, invece, sul discorso del medico e dello scienziato: il primo promette la salvezza della vita come posta in palio in nome della quale tutto può essere sacrificato; e il secondo, mutato in ideologia scientifica, rende possibile la trasformazione delle scelte soggettive del potere, a beneficio dei ceti dominanti, in decisioni oggettive, naturali e scientifiche, appunto fondate sulla retta conoscenza del reale e non su interessi di parte. La nuova ideologia scientifica non produce passione per il sapere e dialogo tra scienziati. Silenzia e ostracizza gli scienziati non allineati e, per ciò stesso, sottoposti a una nuova inquisizione che parla in nome non più di Dio, ma della Scienza, innalzata a feticcio, a dogma, a ideologia. E, insieme, svolge la funzione di nuovo oppio del popolo, dacché, in termini orwelliani, educa a non pensare e al non sentire il bisogno di pensare: è sufficiente fidarsi della Scienza e del discorso del medico, che ci trasmette la certezza a cui non semplicemente dobbiamo adeguarci. Tale è, in sintesi, la condizione di beata inconsapevolezza dell’amathesdi cui dice Platone, che, nel fondo dell’antro, non sa e non sente il bisogno di sapere, appagato com’è dalle ombre che gli vengono fatte passare dinanzi. Il paradosso della condizione che si sta generando in seno al nuovo Leviatano terapeutico è che, in nome della scienza innalzata a feticcio, non è più riconsciuto lo spazio per il dibattito filosofico e per il dialogo scientifico: se v’è una certezza assoluta e, di più, una designata fonte che di volta in volta la stabilisce (che la si chiami task force contro le fake news o comitato tecnico-scientifico, poco importa), allora evapora uno spazio reale per una libera discussione. Chi, infatti, sia portatore di visioni altre rispetto a quelle diffuse dalla suddetta fonte designata, è, ipso facto, nel falso: e, come tale, deve essere trattato, mediante silenziamento e, al limite, anche mediante punizioni previste dalla legge. Dallo Stato democratico, che prevede spazi di discussione tra visioni diverse e unite dall’appassionata ricerca comunitaria del vero, si passa così allo Stato teocratico, sia pure consegnato alla fede in uno theos davvero sui generis, che è il dio della certezza scientifica indubitabile e oggetto di fede necessaria. La domanda, allora, è una sola: può una democrazia permettersi di ospitare al proprio interno anche l’errore e l’opinione falsa e perfino menzognera? Chi, come Socrate, odia il falso e la menzogna dovrà rispondere chiaramente che una democrazia può e deve ospitare la possibilità del falso. E ciò non perché ami la menzogna, che anzi odia. Ma semplicemente perché mettere fuori legge la menzogna apre la strada a porre poi fuori legge, come menzogna, tutto ciò che non sia allineato con l’ordine del potere. La democrazia potrebbe anche essere intesa come la forma di governo che non sanziona l’errore e la menzogna, reprimendoli con la violenza (sia pure con quella legittima di cui, per dirla con Weber, il potere detiene il monopolio), come è in uso presso i regimi non democratici: aucontraire, la democrazia confuta la menzogna e l’errore con la docile forza del logos e con la prassi comunitaria del dialogo. Sicché, per paradossale che possa a tutta prima apparire, in democrazia dovrebbero avere diritto d’espressione anche le tesi false, come quelle di chi dicesse che il re Luigi XVI non fu mai giustiziato. Sarà, poi, facile confutarle con la docile forza della ragione. In questo modo, si eviterà che per legge, insieme con il diritto di dire il falso, venga eliminato anche il diritto di dire ciò che, non piacendo al potere, verrà egualmente dichiarato falso. È il solo modo per mantenere la circolazione delle idee nella sfera del dialogo e del procedere scientifico per tesi e confutazione. Evitando che si trasli nel ben più insidioso piano del vero e del falso sanciti dal potere, con annessa limitazione della libertà di ricerca e di opinione. In fondo, con le task forces contro le fake news l’Occidente nega se stesso, dacché nega uno dei suoi princìpi fondativi e fondamentali: la libera ermeneutica, ossia la facoltà di interpretare. Se, per riprendere la dicotomia messa a tema da Dilthey, nelle “scienze della natura” (Naturwissenschaften) può valere il parametro dell’esattezza, esso non vale nelle “scienze dello spirito” (Geisteswissenschaften): ove è invece richiesto quell’interpretare che presuppone vi siano versioni e letture diverse, e talvolta anche opposte. Le scienze della natura – ci ricorderebbe ancora Dilthey – ricorrono alla “spiegazione (Erklären), laddove il metodo della ricerca storico-sociale proprio delle scienze dello spirito si basa sulla “comprensione” (Verstehen). L’erramento del paradigma della nuova scienza assolutizzata sta nel pretendere che il metodo dell’Erklären sia il solo valido e che, dunque, possa essere esteso anche alle scienze dello spirito, dichiarando “false” le interpretazioni come si dichiarano false le spiegazioni scientifiche confutate dai fatti. Senza essere per forza nietzscheani fautori del teorema per cui “non esistono fatti ma solo interpretazioni”, una cosa è certa: i fatti possono essere variamente interpretati. Ora, negare la possibilità dei punti di vista diversi e delle differenti interpretazioni, squalificando come fake news quelle che non risultano coerenti con la linea che si è deciso essere esatta e indubitabile, significa appunto negare il principio dell’ermeneutica. Di più, significa negare la possibilità stessa della democrazia, che, come ricordavo, si regge sul dialogo tra i diversi, e non su quella delegittimazione del diverso su cui, invece, si fonda il dispotismo. Non dobbiamo obliare che, accanto al fanatismo del complottismo paranoico (che realmente esiste, nella sua pericolosità), v’è anche il fanatismo dell’anticomplottismo paranoico, che, rivelandosi non meno pericoloso, liquida come “complotto” tutto ciò non rientri nella narrazione egemonica. Occorrerebbe, allora, domandare ai “professionisti dell’informazione” chi decide che cosa sia vero o falso. Il dialogo socratico tra le diverse posizioni, avrebbe detto Platone. Gli esperti dell’informazione, che seguono la scienza, direbbe senza esitazioni il logo terapeuticamente corretto. Eppure, nell’ambito della scienza esistono posizioni differenziate, letture diverse, che si contrappongono sul piano scientifico: chi si arroga il diritto di stabilire quali, tra quelle, siano “scienza” e quali, invece, fake news? Il dibattito scientifico, che procede per congetture e confutazioni, ovviamente: ma, ad oggi, dibattito scientifico in tema di Coronavirus sembra aperto e niente affatto risolto univocamente, se è vero, come è vero, che si danno posizioni assai diverse, e spesso opposte, tra scienziati egualmente accreditati. E chi decide, fintantoché il dibattito scientifico sta procedendo, quali tesi e quali scienziati siano portatori di certezza e quali invece di fake news, come il tetro lessico giornalistico le appella? Chi decide quali sono le tesi scientifiche alla cui luce fare scelte politiche o diffondere informazioni televisive? Chi decide quali medici e quali scienziati far parlare in televisione o sui giornali e quali altri, invece, non fare apparire negli spazi mediatici in grado di trasformare in senso comune le posizioni scientifiche? Non la scienza, evidentemente, se, come si diceva, il dibattito scientifico è ancora aperto. A deciderlo è, con tutta evidenza, l’unione di potere “materiale” politico e di potere “intellettuale” giornalistico e televisivo: tale unione fa apparire sempre e solo come accreditati gli scienziati le cui tesi – questo il punto – possano avvalorare la narrazione egemonica e l’ordine del potere che essa legittima. Nel caso specifico, vengono offerti visibilità, credibilità e talvolta anche potere (negli appositi “comitati tecnico-scientifici”) a scienziati e medici la cui propsettiva scientifica giustifichi lo scenario massimamente emergenziale; quello su cui, appunto, si fonda la nuova razionalità politica emergenziale del regime terapeutico. Virologi, infettivologi ed epidemiologi che propongano tesi scientifiche estranee al paradigma del worst case scenario sono, per ciò stesso, esclusi dal circolo mediatico dell’apparire e, in non rari casi (si pensi alla vicenda del dott. Giulio Tarro), addirittura ostracizzati come propagatori di fake news. Ecco, allora, che torna a risuonare la domanda fondamentale: chi decide, in ultima istanza, chi è esperto dell’informazione e chi no, chi dice verità indubitabili e chi propala fake news, chi è uno scienziato credibile e chi no? La risposta, alla luce di quanto sostenuto, dovrebbe essere adamantina: è il potere dominante, con il suo clero giornalistico e con il suo circo mediatico di completamento, a decidere chi è esperto e chi no, chi è titolato a diffondere la tesi che si presuppone essere vera e chi invece deve essere silenziato perché diffonde fake news, cioè tesi che contrastano con ciò che giova al potere e dunque è, per definitionem, vero. Per questo, nell’ordine del discorso politicamente corretto (ed eticamente corrotto), la tesi celebrata come vera coincide puntualmente con quella che conferma il potere e il suo ordinamento. Ne scaturisce una non oziosa domanda: è il potere che ama il vero o è il potere a decidere cosa deve essere vero? Un vero coincidente con la mera glorificazione degli interessi particolari del polo dominante e del suo potere sarebbe, per definizione, non verità, ma ideologia. Ne abbiamo avuto una triste conferma nei mesi di marzo e aprile del 2020. V’era un servizio del “TGR Leonardo” del 2015 che fiddonfeva tesi opposte a quelle che oggi vengono dettate dalla linea ufficiale degli esperti e dei professionisti dell’informazione. Il telegiornale scientifico di Rai3, in data 16 novembre 2015, spiegava come, in quell’anno, la Cina avesse creato un virus a partire dal pipistrello in grado di attaccare i polmoni.Il Coronavirus che sta alla base dell’emergenza sanitaria (e politica) del 2020 non è lo stesso di quello analizzato nel servizio del 2015, sia chiaro. Ma è, comunque, la prova difficilmente confutabile che il Coronavirus può essere prodotto in laboratorio. In sintesi, se già qualcuno lo fece nel 2015, perché non potrebbe essere avvenuto anche in seguito e magari in relazione al Covid-19? È ciò che l’ordine del discorso terapeuticamente corretto, fin dal gennaio del 2020, si rifiuta anche solo di poter discutere. E lo fa demonizzando chiunque osi avanzare l’ipotesi, magari anche con argomenti scientifici, come ad esempio è stato fatto dal dottor Luc Montagnier (cfr. “Il Messaggero”, 18.4.2020). Il caso del “TGR Leonardo” del 2015 è, sotto questo riguardo, emblematico. È la prova del fatto che, nel tempo della post-verità e del postmodernismo vincente, la verità è un palinsesto deciso giorno per giorno dai padroni del discorso. Ciò che in precedenza l’ordine del discorso, negli organi d’informazione certificati (“TGR Leonardo”), asseriva essere vero scientificamente, in seguito lo proclama falso e lo liquida come fake news. Queste, riportate dall’“Ansa” (25.3.2020), furono alcune delle reazioni da parte degli aedi dell’ordine discorsivo dominante dopo che venne riproposto il servizio del “TGR Leonardo” del 2015 e ci si cominciò a domandare se il Coronavirus non fosse, anche nel 2020, il prodotto in vitro di un laboratorio: “ho referenze che non è così. […] Non ho visto il servizio, ma ho referenze che non è così”, disse il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. “Il Covid-19 è un virus che deriva dal serbatoio selvatico”, affermò la dottoressa Ilaria Capua. “L’ultima scemenza è la derivazione del Coronavirus da un esperimento di laboratorio. Tranquilli, è naturale al 100%, purtroppo”: così parlò il dottor Roberto Burioni, peraltro con lessico decisamente poco scientifico. Insomma, il Ministero della Verità si è spinto, all’occorrenza, a dichiarare fake news gli stessi servizi giornalistici dei propri organi ufficiali d’informazione! Se ne ricava che, forse, anche gli esperti veicolano fake news? O, semplicemente, che il potere decide di volta in volta, a seconda dei suoi interessi, cosa sia vero e cosa sia fake news, spingendosi perfino a liquidate come fake news ciò che in precedenza aveva santificato come verità? Il vero, scriveva Hegel, è index sui et falsi. Il vero basta da solo a smascherare, con la sua potenza, il falso. Può, allora, davvero celebrarsi come verità e non menzogna supportata dal potere una verità che si imponga per decreto e non in forma dialogata? Il vero, se è tale, non mette a tacere per legge il falso: al contrario, il vero è tale nella misura in cui, mostrando se stesso, mostra in pari tempo la falsità del falso. E lo fa, appunto, senza violenza e senza punizioni a norma di legge. Per converso, è il falso che, quando aspira a tutti i costi a imporsi come vero, deve mettere per legge a tacere il vero, di modo che quest’ultimo non possa più manifestarsi. Ché, se si esibisse, esibirebbe per ciò stesso la falsità del falso che si proclama ideologicamente vero. La morale è che bisogna sempre diffidare di un vero, che per trionfare, debba ricorrere al silenziamento per legge del suo opposto: è, infatti, storicamente questa una prerogativa della falsità, allorché si trova al potere. Se apriamo la strada alla sanzione delle fake news, apriamo la strada alla sanzione, sotto il nome di fake news, di ogni prospettiva divergente dall’ordine simbolico dominante. E, in questo caso, oltre a privarci della libertà di muoverci e di fare assemblea, potranno toglierci, sempre per il nostro bene, anche la libertà di pensare e di esprimerci liberamente. Il paradigma resta sempre il medesimo ed è quello del regime protettivo, che giustifica la sospensione delle libertà in nome della tutela della salute.