Famiglia e lavoro secondo Giovanni Paolo II

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Con l’esaurirsi, finalmente, dell’interesse verso la “situazione Covid”, da parte di un popolo gabbato a propria ormai colpevole insaputa, bisognava escogitare un nuovo argomento di distrazione di massa che tenesse i laureati honoris causa, presso l’Università Social & CO., occupati mentre il mondo continua ad andare a rotoli. Lascio volentieri trattare questo tema, quindi, ai succitati esperti e a chi continua a gonfiare la “non notizia” di una probabilissima guerra che alla fine non si farà, per fortuna.

Detto ciò, penso che l’attenzione pubblica vada indirizzata verso tematiche molto più concrete e, sicuramente, pertinenti a quei medesimi spettatori che preferiscono rifuggire dalle proprie problematiche quotidiane, considerando persino la “non eventualità” di una fortemente improbabile, quanto certamente disastrosa, guerra una sorta di reality per svagare dalla routinaria follia economico-sociale.

Tralasciando i vari patti di Varsavia quanto gli accordi di Minsk, dunque, focalizziamoci su ciò che oggi, più di altri, risulta essere una prospettiva alquanto rivoluzionaria, dati i canoni che i moderni pupari dell’informazione ci propinano costantemente: il lavoro e la famiglia. Con il pretesto di introdurre moderne ideologie, supportate dall’unico ed inspiegabile movente della novità, puntano a riorganizzare la società secondo stereotipi apparentemente tolleranti ma che, invece, mal celano la totale mancanza del dovuto e lapalissiano rispetto verso la libera espressione dell’uomo.

Tale - forse irreversibile - involuzione fu evidentemente percepita da Giovanni Paolo II, il quale addirittura avvertì l’esigenza di introdurre la “Giornata Mondiale della Famiglia”, per sensibilizzare le nuove generazioni verso quella che rappresenta il “tessuto connettivo” di ogni nazione. Il lavoro, seconda problematica considerata da Wojtyla, è strettamente connesso alla prima, in quanto “il lavoro esiste in funzione della famiglia e la famiglia non può svilupparsi che grazie all’apporto del lavoro”. Egli supera addirittura il concetto di classe, astrazione inflazionata nelle passate e mai concrete filosofie appartenenti ad una esplicita parte politica, per affermare il cosiddetto problema del “mondo”, inteso come ambito contestuale “delle diseguaglianze e delle ingiustizie”. Il papa, quindi, rimette al centro del discorso l’uomo in quanto persona fisica, spogliato della mal concepita qualità giuridica che lo considera un mero “strumento di produzione”, mediante il quale si realizza lo smodato arricchimento economico dei pochi grazie ai titanici sacrifici dei più. Vi è, in ciò, una rivalutazione dell’uomo, il quale si riappropria dello status di soggetto, non essendo più oggetto del lavoro. “In questa luce, si devono sottolineare i diritti sindacali del mondo del lavoro, in vista della difesa del giusto salario e della sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia”; in opposizione ad un sistema oligarchico che, mediante la corruzione di discutibili “rappresentanti di nessuno”, tende a manipolare regole concepite per scopi diversi per ricavare un illecito - quantomeno sotto l’aspetto etico - profitto.

Karol Wojtyla mette da parte le considerazioni di carattere teologico per affrontare temi pragmatici, dai risvolti davvero rivoluzionari, promuovendo una umanizzazione delle condizioni di lavoro, per debellare un insopportabile “sfruttamento legalizzato”. Quanto sarebbe auspicabile e necessaria, oggi, una Chiesa impegnata nella realizzazione di quella che Giovanni Paolo II considerava “una missione ed un servizio”, verso una vita più umana in cui si concepisse “il lavoro per l’uomo e non l’uomo per il lavoro”. Questa battaglia culturale, spirituale e morale restituirebbe dignità all’uomo ma alla società tutta, mediante l’attuazione di un nuovo umanesimo che si ponga in netto contrasto con il materialismo imperante nella realtà contemporanea.

Il nostro ottimismo non deve venir meno e neppure la nostra speranza. Certamente, i tempi sono difficili e ombre scure si levano all’orizzonte. Ma non abbiamo paura. Le forze del bene sono più grandi!” (Giovanni Paolo II