Fenomenologia della nazionalità: Pasquale Stanislao Mancini

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In quest’ultimo decennio, gli enormi flussi migratori provenienti dall’Africa e dall’Asia hanno posto al centro del dibattito politico, fra gli altri, il problema della cittadinanza. La globalizzazione non solo etnico-culturale, ma vista anche nei suoi aspetti economico-finanziari e tecnologico-scientifici, elimina ogni frontiera essendo essa indifferente alla preservazione di qualsiasi identità. Di fronte a queste forme di potere extraterritoriale e alle loro istanze internazionali, che trasformano gli individui in “carrelli della spesa” assegnando loro una sorta di “cittadinanza economica mondiale”, i temi dell’identità e della comunità nazionale si incarnano e si custodiscono proprio a partire dal modo di acquisire la cittadinanza.

“Ius sanguinis”, “Ius soli” e “ius culturae” sono i diversi principi del diritto sui quali si fonda l’ottenimento e il mantenimento della cittadinanza da parte di un individuo. Secondo la costituzione italiana, che si fonda sul “diritto basato sui legami di sangue”, chi è figlio di italiani lo è a sua volta. Per i sostenitori dello “ius soli”, nascere in un territorio è sufficiente per diventarne a tutti gli effetti cittadino, indipendentemente dalla cittadinanza posseduta dai genitori. Lo “ius culturae” è il metodo di acquisizione della cittadinanza che si basa sulla nascita in un dato territorio, da genitori stranieri, cui si somma l’aver concluso con successo un ciclo di studi o conseguito una qualifica professionale.

L’idea della nazionalità, con i suoi prolungamenti giuridico-istituzionali, sarà sviluppata nel XIX secolo, epoca caratterizzata dalle rivoluzioni nazionali e dalla ricerca dell’unità politica degli Stati. Gli elementi chiave dell’identità comunitaria risalivano alla cultura (nel senso dello stile di vita, di un sistema di valori condivisi, del modo di pensare il divino), alla lingua, al territorio, alla volontà e alla coscienza dell’appartenenza. In Italia finiranno per prevalere le teorie mazziniane, che si incardinavano su una visione “biopolitica della nazione”, poiché l’eroe risorgimentale insisteva sulla crucialità della nascita in una determinata comunità, che collocava l’uomo in una catena temporale ininterrotta, che spaziava dagli ascendenti più remoti ai discendenti del futuro più lontano. Le idee del Mazzini erano largamente condivise nel ceto intellettuale italiano dell’Ottocento: da Manzoni a Gioberti passando per Francesco de Sanctis, tutti esaltavano la “schiatta nazionale, una di sangue, di lingua, di religione e di memorie”: quindi, prima il nucleo etnico (sei italiano perché nato da un italiano), quindi l’esercizio della volontà (decidi e confermi di appartenere all’etnia italica).

Sulle basi dottrinarie e teoriche dell’idea di nazione, e sulla relativa legge di cittadinanza, ebbe una grande influenza Pasquale Stanislao Mancini, giurista e politico originario di Castel Baronia (AV). Di famiglia benestante e della piccola nobiltà, ebbe una formazione scolastica di tipo giuridico e dall’impronta liberale e riformista, che manifestò nell’attività giornalistica. Egli sarà più volte ministro del Regno d’Italia – della pubblica istruzione (marzo 1862), di grazia e giustizia (1876-1878), degli esteri (1881-1885) -, e deputato per ben nove legislature di seguito (eletto nei collegi di Ariano Irpino e di Avellino), mentre durante gli anni napoletani, per la sua attività anti-borbonica fu costretto a rifugiarsi in territorio sabaudo. A Torino proseguì la sua attività politica e legislativa, qualificandosi come uno dei più brillanti avvocati dello Stato piemontese e meritandosi la cattedra di Diritto internazionale.

Proprio durante il corso di lezioni tenuto presso la Regia università, nel 1851, Mancini indicava nella razza, nella lingua, nelle costumanze, nella storia e nella religione, le qualità peculiari dell’idea nazionalistica. Posizione ribadita negli anni successivi nei ruoli di governo e nei dibattiti parlamentari, quando egli sottolineerà con decisione assoluta la centralità del principio di nazionalità. Con parole che non lasciano dubbi sulla rilevanza del sangue e della nascita per ottenere la cittadinanza, Mancini affermò: “L’uomo nasce membro di una famiglia, e la nazione essendo un aggregato di famiglie, egli è cittadino di quella nazione a cui appartengono il padre suo e la sua famiglia. Il luogo dove si nasce e quello dove si risiede non hanno valore né significato […] essendo italiano chi nasce, in qualunque luogo, da padre italiano…”.

Dalla riflessione manciniana deriveranno provvedimenti legislativi, normative giuridiche e un insegnamento universitario che caratterizzeranno, da allora, sia l’immagine della Nazione che la legge sulla cittadinanza. Mancini sarà protagonista, contrapposto a Crispi, delle discussioni parlamentari che codificheranno le norme sulla cittadinanza del Regno: esse vennero fissate dagli articoli 5-10 del Codice civile approvato nel 1865. Come fenomeno politico, il concetto d’identità nazionale si nutrirà da un calderone dove si mescolano etnia, storia, mitologia, religione e leggende popolari; fattori che possono essere idealizzati e trasfigurati, e che daranno vita al moderno nazionalismo.

Mancini avrà un ruolo di primo piano in molteplici eventi: l’unificazione del diritto nei vari Stati regionali che erano caduti sotto il dominio dei Savoia; la codificazione del rapporto Stato-Chiesa dopo la breccia di Porta Pia, influenzando egli la legge delle guarentigie; la partecipazione a Gand al congresso che portò alla fondazione dell’Istituto di diritto internazionale, di cui divenne presidente; la stipulazione della Triplice Alleanza (1885) con gli Imperi centrali. I successivi contrasti con Crispi lo porteranno all’allontanamento dalla politica attiva, e pochi anni dopo alla morte, avvenuta il 26 dicembre 1888 a Napoli, nella villa di Capodimonte che gli era stata concessa da re Umberto I.

L’elaborazione manciniana, le manifestazioni intellettuali e il linguaggio risorgimentale avranno un rinnovatore, e caposcuola in Giovanni Gentile, il quale ricondurrà la componente spirituale di una nazione alla sua origine storico-naturale. Tra i maggiori riferimenti intellettuali e filosofici negli anni del Fascismo, egli teorizzò e si fece promotore di una cultura postunitaria dal tono ‘identitario’. Gentile aveva aderito al Regime considerandolo la continuazione dell’esperienza risorgimentale e della Grande Guerra, nello Stato fascista vedendo l’incarnazione e la migliore combinazione della libertà individuale e della potenza statuale. Nella sua visione totalitaria, Gentile pose in evidenza il tema unificante del popolo-nazione, che lo Stato mussoliniano aveva fatto proprio. L’essenza della lezione gentiliana consiste nel primato della cultura, per cui non c’è sovranità politica senza una forte identità culturale, che derivi dalla propria civiltà storica e dal relativo patrimonio ideale. Una concezione, quella dello Stato etico, che crea la nazione e che coincide con la volontà del popolo, che si incarna nell’uomo e si fa coscienza del cittadino.

 

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