Feudalesimo turbocapitalistico

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In tempi recenti, si è tentato da più parti di prospettare un plausibile quadro storico in grado di mostrare, a partire dagli studi weberiani sull’etica protestante e lo spirito capitalistico, la relazione a geometrie variabili tra ordo oeconomicus e religione nella modernità e nel nostro presente. Una delle più convincenti ricostruzioni in questo senso è quella di Stefano Franchini, Le metamorfosi della divinità e le figure del capitale. Bozzetto di teologia economica (2011). Franchini ha proposto di ripartire tale relazione in tre momenti decisivi, analoghi – data la centralità della simbologia religiosa – a quelli con cui si è soliti suddividere l’età medievale e, comunque, non incompatibili con la scansione dialettica (fase astratta, dialettica, speculativa) da noi proposta in Minima mercatalia.

In accordo con tale ricostruzione, avremmo la fase dell’Alto Capitalismo, corrispondente alla strutturazione autoritaria e repressiva propria della disciplina concentrazionaria di fabbrica. Per questa ragione, in tale fase la religione cristiana, che pure non svolge più un ruolo centrale nell’ordine della legittimazione dell’esistente, è comunque tollerata. La figura teologica di un Dio paterno, legislatore autoritario e inflessibile, risulta, infatti, altamente compatibile con la logica dispotica e disciplinare della fase dialettico-borghese.

Con la fase del Medio Capitalismo, si verificherebbe il transito all’assolutizzazione feticistica incontrollata della forma-merce, che scompone l’umanità in un pulviscolo amorfo di consumatori. Dal capitale autoritario e patriarcale si passerebbe, dunque, al capitale permissivo e matriarcale, lassista e gauchiste. Quest’ultimo trova il proprio mito fondativo nel Sessantotto come movimento antiborghese e ultracapitalistico. Con l’avvento del Medio Capitalismo, corrispondente alla fase speculativa tra il 1968 e il 1989, non siamo più al cospetto del Dio patriarcale e austero, fortemente moralistico e tale da imporre virtù come la parsimonia o la rinuncia. In suo luogo, subentra una nuova divinità matriarcale, la dea dell’opulenza, della fertilità illimitata e del copioso flusso edenico delle merci più sgargianti, che rende tutto possibile a patto che si sia in possesso dell’equivalente monetario per poterlo acquistare.

Non più austerità e disciplina, ma liberazione antiborghese dei desideri, dissolvimento delle istituzioni solide (chiese, scuole, sindacati, famiglie, comunità, ecc.), transizione verso l’immaterialità impalpabile del social network globale. La merce è sempre di nuovo anticipata a livello simbolico con richiami iconici che saturano l’immaginario prima ancora di occupare invasivamente il reale, in quella mobilitazione totale del desiderio gravido di capitale che rende puntualmente sterile la rincorsa del futuro, svilito a riproposizione seriale del presente della società alienata.

Si eclissa l’antico scontro di classe – la principale contraddizione interna alla fase dialettica – scaturente dall’unione delle lotte del servo con la coscienza infelice di una borghesia ancora in grado di perseguire l’ideale dell’emancipazione universale. In suo luogo, subentra una galassia frammentaria e policroma di scontri al plurale, in nome vuoi dell’ecosistema, vuoi delle differenze di genere, vuoi dei diritti delle minoranze, obiettivi tutti in sé nobili e, insieme, colpevoli di frammentare l’energia della critica distogliendola dalla vera contraddizione, il fanatismo dell’economia e il suo laissez faire globalizzato. Lassista e permissivo, il Medio Capitalismo disarticola la forza-lavoro e marginalizza in maniera crescente la produzione per enfatizzare smisuratamente la forza-consumo, in quella dinamica di assolutizzazione che dà luogo allo spettacolarizzarsi delle merci divenute soggetti sovrani. La società dello spettacolo è il momento culminante della logica di impadronimento, da parte della merce, della vita sociale.

Infine, con il Basso Capitalismo (che corrisponde, sia pure elasticamente, alla fase speculativa racchiusa nell’arco temporale tra il 1989 e il nostro presente), si impone in forma monoteistica il capitale finanziario (il “finanzcapitalismo” tematizzato da Luciano Gallino), secondo la nuova formula della valorizzazione (D-D1-D2-D3) coessenziale alla finanziarizzazione dell’economia. Si tratta del capitale della dittatura globale del sistema finanziario e bancario, del mercato planetario e del regime oligarchico delle multinazionali, che impone l’apraxia e la crisi del lavoro, l’internazionalismo della globalizzazione selvaggia e la sua nuova lingua imperiale (l’inglese dello spread e della deregulation, della spending review e della governance).

Il Basso Capitalismo delegittima, tramite diffamazione preventiva, ogni forza politica – e, in primo luogo, lo Stato nazionale – in grado di opporre resistenza alla nuova teologia economica, instrumentum regni dell’apparato coercitivo classista globalizzato. L’analogia con il Medioevo risulta feconda. Anche il Basso Capitalismo, infatti, presenta una struttura sociale tripartita, composta da oratoreslaboratores e bellatores e, più precisamente, dal clero mediatico e giornalistico, dalle masse di lavoratori costrette a condizioni sempre più abiette e a una subalternità sempre più oscena, e, infine, dalle oligarchie finanziarie che invadono il mondo secondo l’ideale a geometria variabile dei diritti umani. Con i versi di Ezra Pound, when kings quit, the bankers began again: “quando cessarono i re, ricominciarono i banchieri” (The Cantos, 97).

L’ideologia della globalizzazione rappresenta il più emblematico completamento ideologico del Basso Capitalismo. Essa presenta in positivo, sempre omettendo di esibire il groviglio di contraddizioni che lo accompagna, l’ideale ormai divenuto realtà di un capitalismo senza più confini o limitazioni. La globalizzazione è la forma flessibile e postmoderna dell’imperialismo: l’esatto opposto, dunque, del tranquillizzante universalismo irenico dei diritti umani con cui viene presentata dal pensiero unico politicamente corretto. Come spiega Heidegger nei Beiträge zur Philosophie, la situazione che si proclama sotto il segno della normalità e dell’“assenza di necessità” (Not-losigkeit) è, per ciò stesso, la più anomala, ossia quella di estrema necessità. In luogo della rassicurante formula “globalizzazione”, sarebbe allora opportuno impiegare il neologismo “globalitarismo” (Alain de Benoist), a segnalare come la mondializzazione capitalistica coincida con quel totalitarismo realizzato su scala planetaria che, senza frontiere che lo separino da altre realtà, nulla lascia fuori di sé. È la perversa realizzazione – nella forma della reificazione esportata all’intero pianeta – delle parole di una nota canzone degli anni Settanta: and the world will be as one.

Il nuovo imperialismo del tempo globalizzato mira oggi a includere, con ospitalità solo apparente, tutti i popoli e le nazioni nell’unico modello internazionalizzato del sistema neoliberale, in uno svuotamento pressoché integrale della sovranità nazionale e dell’egemonia del politico sull’economico. È rivelativo il fatto che, sempre più spesso, la politica intesa come continuazione dell’economia con altri mezzi venga etichettata, rigorosamente in lingua inglese, come governance, ossia con un’espressione che dice apertamente la riduzione dello spazio politico a pura gestione economica analoga al governo d’impresa delle aziende capitalistiche o, meglio, dell’ormai unica immensa azienda capitalistica coincidente con lo spazio globalitario.