Fiano di Avellino

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Se un viaggiatore medievale avesse percorso la strada che da Atripalda conduceva a Melfi, risalendo il percorso del fiume Calore avrebbe potuto ammirare le vigne situate lungo i tornanti di Lapio e, in una vecchia locanda, egli avrebbe potuto apprezzare le qualità del Fiano locale, gustando un vino-spumante quasi dolce, solitamente consumato tra le festività natalizie e quelle pasquali. Lapio, “Patria del Fiano”, primo insediamento italico di questa uva, probabilmente proprio al vino deve il suo nome: dal latino “Vitis Apicia” o “Apina”, per la sua caratteristica di attirare le api grazie al dolce profumo delle sue uve. Le evoluzioni linguistiche successive avrebbero trasformato il nome da “Apianum” in “Afianum” e, quindi in Fiano.

Altri studiosi ne attribuiscono il nome non all’attività delle api, ma, ai coloni greci che impiantarono il vitigno in Irpinia e che provenivano da Apia, nella zona del Peloponneso. Accurati studi ampelografici, infatti, riportano le origini del vino al periodo della Magna Grecia, culla della viticoltura italiana; tuttavia, le più antiche citazioni del Fiano di Avellino risalgono ai primi due secoli dell’era cristiana, e sono attribuite a Plinio il Vecchio e Columella, convinti che essa fosse la mitica uva Apiana.

Questo vino dall’origine millenaria era già molto apprezzato nel Medioevo. La prima testimonianza scritta del periodo risale alla prima metà del tredicesimo secolo, e attesta quanto fosse gradito e considerato il vitigno irpino: l’imperatore svevo Federico II, in occasione di una festa dalla grande importanza organizzata a Foggia, ne ordinò “tre salme” – equivalenti a 24 barili -, che fece portare in Puglia sulla groppa degli asini: una tale eccellenza enogastronomica non doveva assolutamente mancare al suo banchetto di corte. Di pochi decenni successivi è l’ordine di re Carlo d’Angiò, il quale chiedeva al proprio commissario Guglielmo dei Fisoni “di reperire 16.000 viti di Fiano da impiantare nella vigna reale”.

Le condizioni per una più organica produzione vitivinicola e per una migliore diffusione furono create, probabilmente, dai monaci di Montevergine, che misero a coltura terreni selvatici o lasciati in uno stato di abbandono. I benedettini, inoltre, proposero ai rurali dei contratti di concessione – firmati per migliorare i fondi – assai più equi dei precedenti, sia nel pagamento dell’affitto che nella divisione del vino prodotto. Nella valle del fiume Calore, tra le fertili e rigogliose colline di Lapio e Taurasi, sorgeva il convento di Santa Maria degli Angeli, che fu promotore della riconversione di molti terreni: qui la vigna del fiano trovò il suo nucleo d’elezione e il luogo ideale d’esistenza. Dal Cinquecento molte delle più pregevoli e redditizie piantagioni passarono nel patrimonio del monastero di Santa Maria degli Angeli, divenendo il fulcro della potenza economica dei frati. In breve tempo molti lapiani divennero produttori o commercianti di vino; attività confermate dagli archivi del capitanato regio di Montefusco, nel XVI secolo sede del Principato Ultra, e riportate dallo storiografo irpino Francesco Scandone. Nei suoi “Raguagli”, pubblicati nel 1656, anche frate Scipione Bellabona lodava “la bontà del vino detto Apiano che in questa città si produce, e per corretta favella chiamato Afiano ”.

Neppure i baroni Filangieri, signori del borgo, mancavano nell’elenco dei proprietari-produttori di vino: essi potevano vantare il possesso di estesi vigneti che davano rendite straordinarie e, soprattutto, un Fiano che non mancava mai sulle loro tavole raffinate, sia nel Palazzo baronale di Lapio che nelle residenze del napoletano. Tutto ciò è attestato dalle parole del cappellano di famiglia, don Domenico, che ricordava il difficile trasporto del vino dalla contrada irpina alla villa di Cercola per i pasti dei giorni natalizi del 1741.

Fu agli albori del 1800 che si verificò un primo exploit produttivo: si arrivò a cento milioni di litri per la maggior parte esportati all’estero – persino in Francia -, e la viticoltura divenne l’asse portante dell’economia irpina, tanto da stimolare la realizzazione della prima tratta ferroviaria nella provincia: l’Avellino-Rocchetta sant’Antonio, definita non a caso “la ferrovia del vino”.

L’attività vitivinicola irpina ormai occupava un posto di primo piano non solo nell’economia della regione, ma anche nel panorama nazionale ed europeo, al punto che verso la metà del diciannovesimo secolo si avvertì l’esigenza di creare ad Avellino una Scuola di viticoltura e d’enologia. Essa fu istituita nel 1879 con regio decreto e sotto il patrocinio di Francesco de Sanctis, allora ministro della Pubblica istruzione, al fine di formare tecnici esperti nella coltivazione della vite e nella lavorazione del vino, nonché nella gestione di aziende enologiche. Tre anni dopo Michele Carlucci, direttore della Regia scuola, mise a punto e pubblicò le linee guida, i metodi di coltivazione e di vinificazione sviluppati specificamente per l’uva Fiano, con l’obiettivo di conformare le qualità del vino prodotto alla crescente richiesta commerciale.

Una prima certificazione delle qualità del vitigno ‘lapiano’ si avrà nel 1978, quando al Fiano verrà assegnato il titolo DOC (Denominazione d’Origine Controllata); un ulteriore riconoscimento qualitativo sarà il marchio Docg, ottenuto nel 2003, con un disciplinare che precisa il territorio di produzione, compreso tra ventisei comuni della provincia avellinese. La zona è quella che va dalle falde del Monte Partenio alle colline che guardano al gruppo montuoso del Terminio, tra la valle del Sabato e quella del Calore, con altitudini che oscillano dai circa 300 agli oltre 650 metri sul livello del mare. I terreni hanno una base argilloso-calcarea, con elementi vulcanici, in alcune zone più tenaci e compatti; anche il clima è influenzato dall’orografia collinare e dalla presenza di numerosi boschi, che ne attenuano i picchi estivi e concorrono a determinare un ambiente adeguatamente ventilato, luminoso, favorevole all’equilibrato dipanarsi delle funzioni vitali della pianta.

Va, infine, ricordato che il Fiano contemporaneo non ha più l’antica caratteristica di spumante quasi dolce: oggi è un vino secco raffinato, dalla grande eleganza e dall’inconfondibile sentore di nocciole e frutta secca; qualità che ne fanno uno dei migliori bianchi della viticoltura italiana.