Finirà mai l’emergenza?

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La domanda da porre è di non secondaria importanza: finirà l’emergenza o la nuova normalità non sarà essa stessa una condizione di emergenza perpetua? E, nel caso, cosa accadrà allorché l’emergenza sarà finita? Subito affiorerà una nuova e più letale emergenza, che renderà necessario il mantenimento della nuova normalità? O verranno ripristinate en bloc tutte le libertà, le abitudini e le pratiche sospese con l’emergenza? O forse il ricordo delle libertà perdute sarà ancora così vivo da destare una forte presa di posizione del popolo? O, semplicemente, come si diceva, ci si sarà già a tal punto abituati alla “nuova normalità”, da non sentire più l’esigenza di metterla in discussione?

A suffragare quest’ultima possibilità pare essere non solo la nuova locuzione – “nuova normalità” (new normal) –, con cui i monopolisti della parola già nella primavera del 2020 si adoperarono con zelo per fare sì che l’emergenza venisse accettata come nuova condizione di vita, rispetto alla quale non era possibile retrocedere. Accanto a ciò, v’è anche la tendenza dell’ordine del discorso a presentare la pandemia come infinita: si veda, a mo’ di exemplum, il citatissimo studio apparso su “Science” nel maggio 2020 con il titolo Projecting the transmission dynamics of SARS-CoV-2 through the postpandemic period (“Science”, Vol. 368, Issue 6493, pp. 860-868). Vi si legge che one scenario is that a resurgence in SARS-CoV-2 could occur as far into the future as 2025 (p. 860).

In alternativa, il logo terapeuticamente corretto tende a profetizzare l’avvento – su basi sciamaniche più che mediche, invero – di nuove e non meno gravi pandemie per il futuro (Onu: “Pandemie destinate a moltiplicarsi e a diventare più letali”: “Tgcom24”, 29.10.2020). La tesi dominante fa leva sul worst case scenario e, dunque, sull’idea della pandemia infinita (o, in alternativa, delle nuove pandemie all’orizzonte): evoca disinvoltamente la “nuova normalità” e il “cambiamento delle proprie abitudini”, insistendo sull’esigenza di “imparare a convivere con il Coronavirus”. Quest’ultima formula, se in sé considerata, cristallizza performativamente il paradigma securitario: convivere con il virus significa, infatti, a) avere coscienza che esso durerà a lungo, b) riadattare il proprio ordine esistenziale in funzione del “nemico invisibile”, c) essere consapevoli che esso non può essere sconfitto facilmente, ma richiede una dura e tenace lotta, che potrebbe durare anche per anni. Vuol dire, in sintesi, prendere coscienza del fatto che lo stato d’emergenza sanitario è la nuova normalità “virale”.

Ancora una volta, l’emergenza svolge una sua specifica funzione governamentale. Così vaticinò, ad esempio, il dottor Walter Ricciardi: a causa della pandemia si vive “un cambiamento epocale che la mente umana fa fatica a comprendere per cui tutti vogliono tornare alla normalità e sappiamo che questo non sarà possibile per molti mesi e probabilmente per molti anni” (“Huffington Post”, 30.11.2020). Difficile, davvero, dinanzi alle parole di Ricciardi tracciare una non labile linea divisoria tra medicina e politica, tra prevenzione sanitaria e ingegneria sociale. Di tenore non diverse appaiono anche le parole di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea: “l’Europa si prepari all’era delle pandemie” (“Ansa.it”, 28.2.2021).

Di una cosa possiamo essere certi al di là di ogni ragionevole dubbio: alcuni dei dispositivi attivatisi con l’emergenza epidemiologica persisteranno stabilmente sotto forma di new normal. Tra questi, sarà soprattutto il principio del “distanziamento sociale” a fare epoca, insieme e di conserva con quelli del telelavoro e della digitalizzazione complessiva della società.