G20 e Cop26, siamo senza “alternative”

Fonte Immagine: ingenere

Glasgow, i grandi della Terra a confronto per tentare di salvare il pianeta.

Nelle ultime settimane i media sono invasi dalle immagini relative ai lavori del G20 di Roma e della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC, ed alle relative proteste capeggiate dalla svedese Greta Thumberg, la quale sembra impossessata dallo spirito di Fra Gerolamo Savonarola, a causa dei suoi continui richiami e le continue invettive in stile “ricordati che devi morire”.

Compito delle già citate conferenze è quello di scongiurare il disastro climatico ed ambientale riducendo le emissioni di CO2, attraverso la riduzione graduale dell’utilizzo dei carburanti fossili ed il contestuale incremento delle fonti rinnovabili, obbiettivi nobili ma che se non attuati nel modo giusto rischiano di rimanere sogni nel cassetto per via di due importanti obiezioni.

La prima, di carattere storico è stata sollevata dai paesi in sviluppo come Cina ed India, nell’ultimo lustro protagonisti di una costante crescita dei loro indici economici, coadiuvati in questo dal massiccio ricorso ai combustibili fossili, e che con la riduzione di queste fonti vedrebbero tagliati fuori dal processo di crescita che li vede protagonisti.

Come possono i paesi a paladini dell’ambiente i paesi occidentali, quando dall’ultima rivoluzione industriale hanno fatto dello sviluppo dei combustili fossili, specie il carbone, il loro punto di forza per potersi erigere a potenze industriali? Questo è il principale ”je accuse” rivolto dai Capi di Stato dei colossi asiatici.

Secondo e non meno importante obiezione è di carattere tecnico/scientifico.

Le fonti rinnovabili non riuscirebbero minimamente a soddisfare le attuali richieste energetiche mondiali, ponendoci ad una scelta tutt’altro che semplice: continuare in questa direzione o arretrare tecnologicamente ad inizio ‘900, con tutte le controindicazioni del caso?

Se tutto ciò non bastasse, le materie prime utilizzate per la fabbricazione delle altre infrastrutture necessarie alla produzione di energia come eolico e fotovoltaico provengono dagli Stati come quelli africani o del Medio Oriente (Afghanistan), già al centro di giochi di potere internazionali per lo sfruttamento delle risorse e dei lavoratori, spesso bambini, sprovvisti di qualsiasi tutela, e che con l’aumentare della richiesta di minerali ed ogni altro prodotto grezzo utile al ciclo produttivo vedrebbero peggiorare notevolmente le loro condizioni, accentuando di conseguenza processi come flussi migratori e guerre tribali, con pesanti conseguenze non ignorabili a livello globale dalle istituzioni internazionali.

A tutti questi inconvenienti si aggiungerebbe quello dello smaltimento dei rifiuti delle infrastrutture al termine del loro ciclo vitale.

In sostanza prima incrementare il ricorso a tali risorse, le stesse andrebbero ottimizzate a tal punto da ridurre al minimo tali problematiche.

La tutela e la salvaguardia del pianeta sono battaglie sacrosante e piene di buone intenzioni, ma si sa, “la strada per l’inferno è piena di buone intenzioni”, i moderni Fra Gerolamo Savonarola tra un’invettiva e l’altra non lo dimentichino.