Garantismo e populismo giustizialista

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Ogni qualvolta mi immergo in letture o ascolto dichiarazioni che riguardino la malcelata tracotanza di sedicenti democratici e progressisti, rispetto ad accuse infamanti più o meno (in)fondate, ma non per questo meno rubeste, risuona puntuale, nella mia mente, il motivetto di una nota composizione di De Andrè: "Un giudice". Essa tratta della rivincita di un nano che riesce a farsi nominare magistrato, con l'unico scopo di vendicare gli abusi che, giorno per giorno "Passano gli anni, i mesi e se li conti anche i minuti", è costretto a sopportare. "E allora la mia statura non dispensò più buonumore a chi alla sbarra in piedi mi diceva Vostro Onore e di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio".
Ebbene, lo sport nazionale, nella modernissima Italia del ventunesimo secolo, è divenuto quello di perpetrare imputazioni nei confronti del prossimo malcapitato, senza alcuna cognizione di causa, traslando l'inciucio delle pettegole locali di una volta dal piccolo borgo di provincia al mondo del web, in pubblica piazza, mediante i social. Ciò che prima si sussurrava, insomma, oggi diviene un vessillo da sfoggiare, supportati da ultras incattiviti (e far sì ch'uon gli tenga per istolti, diceva Dante). Tutti giudici, mossi dal rancore di vite noiose o poco gratificanti.

E' per questo che la magistratura, che è "Arbitro in terra del bene e del male", deve essere scevra rispetto a preconcetti inculcati, più o meno intenzionalmente, dalla massa impreparata e spietata. Ed è in un'ottica di garanzia in primis nei confronti della magistratura stessa, e solo poi di tutela dell'incriminato, deve essere letta la Costituzione italiana, quando parla di "garantismo", appunto, all'art. 27.2: "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva". I nostri padri costituenti, ben 73 anni fa, hanno dimostrato di essere molto più avanti di moltissimi autoreferenziali intellettuali di oggi, definendo palesemente, senza esitazione alcuna, i diritti inviolabili dell'uomo e del cittadino.

Tutto questo se, come è, "le disposizioni costituzionali vogliono che la giustizia sia amministrata in nome del popolo (art. 101 Cost.), che immaginino una partecipazione popolare alla stessa giurisdizione (art. 102.3 Cost.), che impongano al giudice la sola soggezione alla legge (art. 101.1 Cost.) stabilendo che (...) sempre la legge assicuri l'indipendenza (...) del pubblico ministero (art. 108 Cost.)" Bin, Pitruzzella.

Ma la magistratura, si sa, è composta da uomini, pertanto mai infallibili. Tale assioma porta a casi quali quello che ha coinvolto il comune di Marina di Gioiosa Ionica, in provincia di Reggio Calabria. Era il maggio 2011 quando l'allora sindaco, Rocco Femia, fu prelevato dalla sua abitazione per essere condotto in carcere. Secondo l'accusa, Femia sarebbe stato il candidato sindaco sponsorizzato dai Mazzaferro (clan 'ndranghetista) nelle elezioni del 2008. L'incriminazione di associazione mafiosa condusse ad una condanna di dieci anni. I media riportarono un quadro che presentava un contesto fortemente segnato dalla malavita organizzata locale, in cui l'ex sindaco sarebbe stato il braccio politico della 'ndrangheta. Dopo cinque anni di reclusione, i giudici della Corte d'Appello hanno assolto l'imputato da ogni accusa. Femia, riconosciuto innocente, è finalmente tornato dalla famiglia. Un lieto fine che non può, però, ripagare anni di infamie rigurgitate da media e fomentatori incalliti, titoloni quale "Voto di scambio e mafia, sindaco arrestato, il primo cittadino di Marina di Gioiosa Ionica fermato con tre suoi assessori: davano appalti alle cosche" difficilmente potranno essere dimenticati.

Perciò, prima di emettere sentenze sommarie, riflettete su questo: un vero e proprio calvario giudiziario, come quello del prof. Femia, può giustificare la vostra sete di vendetta nei confronti di una società che non apprezzate? La vostra libertà di sfogo vale la vita di un presunto innocente?
Anche perché genuflessioni "nell'ora dell'addio" non serviranno ad espiare le vostre colpe.