Gesualdo e il suo principe

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Dalla collina prospiciente si vede un poderoso castello, dominante la piazza maggiore e affacciato su un reticolo di vicoli, con strade serpentiformi che conducono lo sguardo su vecchi casali e masserie. In lontananza si vedono brevi corsi d’acqua, che si insinuano fra distese di ulivi e vigneti, tra fertili aree rurali e fitti boschi. Non molto differente doveva essere il panorama nel tardo XVI secolo, quando a Gesualdo visse il “principe dei madrigalisti”: Carlo. Esponente della gloriosa tradizione madrigalistica, egli fu un precursore e uno sperimentatore: s'avventurò per strade nuove riaffermando la validità di uno stile musicale che nel testo poetico trovava un riferimento preciso.

Carlo Gesualdo nacque nel castello di famiglia a Venosa, in Lucania, l'8 marzo 1566 da Fabrizio e da Geronima Borromeo. Di nobilissimi natali, sia per parte materna che paterna, egli fu principe di Venosa, conte di Conza e signore di Gesualdo, e grande di Spagna. L’ascendenza dei Gesualdo risaliva a Guglielmo, figlio naturale di Ruggero il Normanno, com’è testimoniato dall'iscrizione che ancor oggi si può leggere sulle mura del castello: "Carolus Gesualdus ex nobilissimi Rogerii nortmanni Apuliae et Calabriae ducis genere Compsae Comes Venusii Princeps". Pur appartenendo all’altissima aristocrazia napoletana, e godendo inoltre del prestigio che gli derivava dallo zio Alfonso – cardinale e dal 1596 arcivescovo di Napoli -, invece di avviarsi alla carriera militare o di seguire la via diplomatica, Carlo si dedicò fin da giovanissimo agli studi musicali.

Dopo la morte del fratello maggiore Luigi, per esigenze dinastiche, Carlo si unì in matrimonio con Maria d'Avalos, dalla quale ebbe Emanuele, l'erede tanto desiderato. Le nozze legarono il casato dei Gesualdo a una delle più potenti famiglie del regno di Napoli, ma portarono a un drammatico e celebre epilogo. Nella notte del 17 ottobre 1590, Carlo fece uccidere, nel letto coniugale, la moglie e il suo amante Fabrizio Carafa, duca d'Andria, dei quali conosceva da tempo la tresca amorosa. Se le convenzioni sociali lo avevano spinto alla vendetta del sangue, motivi politici lo spinsero a ritirarsi nella fortezza di Gesualdo. Senza attendere il processo, che d’altronde venne subito archiviato dal viceré de Zuñiga, e su consiglio di quest’ultimo, il principe Carlo decise di sfuggire all’indignazione delle due famiglie, dovuta soprattutto al fatto che a compiere il delitto non era stato in prima persona il marito tradito bensì la mano plebea di servitori.

Nel castello di Gesualdo, dove rimase per circa un anno dedicandosi alla caccia e alla sua passione per la musica, seppe delle nuove nozze, organizzate da suo zio il cardinale Alfonso, con Eleonora d'Este - nipote del duca di Ferrara Alfonso II. Questa nuova e prestigiosa unione sottraeva il Gesualdo all’isolamento politico e culturale, inserendolo in un ambiente vivacissimo come quello ferrarese. L’esuberanza della corte estense e la nascita del figlio Alfonsino non riuscirono tuttavia a placare l'umore malinconico e l'irrequietezza del principe, il quale, dopo solo pochi mesi di soggiorno - felicissimo dal punto di vista della creatività musicale - con grande sconcerto dei parenti acquisiti e della moglie, abbandonò improvvisamente Ferrara per rifugiarsi, nel maggio 1594, nella solitudine di Gesualdo. Si stabilì definitivamente nel suo feudo irpino, anche se la moglie si rifiutò per lungo tempo di seguirlo.

Alla fine l’ebbe vinta: il 3 dicembre 1597 la principessa estense, raggiunse con il figlio il castello di Venosa, accolta con onori infiniti dal marito, con il quale poi - nel maggio successivo - mosse alla volta di Gesualdo. Seguirono anni di sofferenze per entrambi, culminati con la perdita del figlio Alfonso (che morì nell'ottobre del 1600). Il periodo trascorso a Ferrara fu comunque positivo per il principe: lì, infatti, vennero pubblicati anonimi, com'era consuetudine per compositori di nobile estrazione, i primi due libri di madrigali a 5 voci. Nel suo isolamento irpino egli continuò a comporre e a rielaborare gli stimoli e le suggestioni musicali depositate in lui dall'esperienza ferrarese, e – forse per desiderio di rivaleggiare con la prestigiosa corte estense – ingaggiò G.G. Carlino, editore-stampatore che volle operante al suo esclusivo servizio, affidandogli un locale del castello adibito a tipografia.

I testi del corpus gesualdiano sono in genere brevissimi, contorti e di una straordinaria concisione, con contenuti drammatici e dalla notevole efficacia espressiva, centrati su tematiche prevalentemente sentimentali, ma con storie d’amore travagliate e inquiete, e spesso correlate all'idea della morte. L’ispirazione lo portò a conferire alle singole voci della struttura polifonica una maggiore intensità, a interessarsi alle irregolarità ritmiche e alle sfumature timbriche. Il Gesualdo enfatizzava i contrasti, passando di continuo da una scrittura diatonica a momenti di cromatismo esasperato, ricorrendo di frequente a dissonanze ritenute stravaganti da molti suoi contemporanei. Lo stile gesualdiano si caratterizzava, inoltre, per l’attenzione prestata al testo, anche se il principe operava con aristocratica indifferenza rispetto alle mode e alla fama dei loro autori. Notevole, sulla sua opera, fu l’influenza sia della musica ferrarese del Luzzaschi che di quella napoletana, che ebbe fra i suoi protagonisti autori che furono in contatto o al servizio del Gesualdo, come Filomarino, Stella, Macque.

Quelli dell'ultimo periodo trascorso a Gesualdo furono anni di febbrile e fertilissimo lavoro, ma anche di cupa solitudine, di ossessioni religiose e di tensioni psicologiche. Le “Sacre cantiones” del 1603, dalle quali emergevano le tensioni spirituali e le visioni misticheggianti del Gesualdo, e i “Responsoria” del 1611, composti per essere funzionali ai riti liturgici della settimana santa, testimoniano il fascino della fede sulle sue opere. In madrigali come "Resta di darmi noia" o "Io pur respiro in così gran dolore", si rispecchia l'isolamento nella sua fortezza irpina, che alla fine lo condusse a uno stato di completa instabilità psico-fisica. L'8 settembre 1613 sopraggiunse la morte, preceduta solo di pochi giorni (20 agosto) dalla tragica scomparsa per una caduta da cavallo del primogenito Emanuele. Secondo le sue volontà venne sepolto nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, ai piedi dell'altare dedicato a sant’Ignazio di Loyola: estrema rappresentazione degli stretti rapporti esistenti fra i gesuiti e la famiglia Gesualdo; si estingueva così il glorioso casato dei Venosa.

Con la morte del Gesualdo non si spense né l'eco né la diffusione della sua opera, che anzi per tutto il secolo continuò a essere ammirata e presa a modello: basti ricordare le frequenti esecuzioni romane di suoi madrigali presso i Barberini e alla corte di Cristina di Svezia; o la presenza delle sue composizioni in archivi romani come quello dei Doria Pamphili. Molti madrigali gesualdiani vennero inseriti nelle opere di numerosi teorici e compositori secenteschi, o citati da autori come P. Della Valle.

Tra le costruzioni volute dal principe nel borgo irpino, v’è il convento dei Cappuccini, che comprende un grande giardino e la chiesa di santa Maria delle Grazie. Nell’edificio sacro si trova l'imponente tela del 1609 intitolata “Il perdono di Carlo Gesualdo”, di Giovanni Balducci da Firenze. Nel quadro si osserva l'immagine del principe che, in ginocchio e in atto di preghiera, accompagnato dallo zio cardinale Carlo Borromeo chiede perdono per il duplice assassinio a Cristo giudicante, presenti la Vergine Maria, san Michele, san Francesco, san Domenico, santa Caterina e Maria Maddalena. Di fronte al principe vi è la moglie Eleonora d'Este, con al centro, raffigurato con le ali di un angioletto, il piccolo Alfonsino, il loro figlio morto in tenera età. Espressione delle tensioni religiose ed esistenziali vissute dal principe nel corso della sua esistenza, la tela rappresenta una sorta di testamento spirituale e il manifesto sul quale poggiano le sue composizioni musicali: visionarie e tormentate, innovative ma legate al passato.

 

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