Giampiero Galeazzi tra storia e leggenda

Fonte Immagine: termometropolitico

Fratelli Abbagnale campioni del mondo”, “Andiamo a vincere, Alé Antonio, che sei il più forte del mondo, Alé Beniamino”, “La Idem ha una punta di vantaggio, la sua punta è inesorabile”, “Si Paolo! Con il turborovescio”.

Sono solo alcune delle frasi che ogni appassionato di sport e non solo ha impresse nella propria mente e nel proprio cuore, scolpite nella memoria individuale e collettiva per l’enfasi e la passione infusa da Giampiero Galeazzi (Bisteccone per tutti), per la sua capacità di far uscire, emergere lo sportivo che era in lui ancor prima che il telecronista.

Giampiero Galeazzi nasce a Roma il 18 maggio 1946, suo padre Rino, insieme al compagno di squadra Vittorio Lucchini fu due volte vicecampione europeo di canottaggio nella specialità del “due senza”, lo stesso padre trasmise la passione al piccolo Giampiero, il quale fu anche campione italiano nel “singolo”.

Non ancora terminata la sua carriera agonistica, laureatosi in economia, viene assunto dapprima all’ufficio marketing e comunicazione della FIAT di Torino, e dopo qualche mese esordisce come telecronista sportivo in Rai, la rete che diventerà la sua casa madre per oltre mezzo secolo.

Dopo una breve gavetta, diventa l’inviato Rai per il tennis, colpendo per lo stile istrionico del suo linguaggio, del suo modo di raccontare i gesti atletici, espressioni a volte condite da clamorose gaffe, storica fu quella riferita al campione svedese Bjon Borg: “Borg ha fatto un rovescio che sembrava una bomba al Nepal”. Lo stesso Galeazzi ebbe modo di intervistare gli azzurri dopo la leggendaria ed unica vittoria in Coppa Davis ad opera di Adriano Panatta e compagni (con il quale coltiverà un rapporto che andava ben al di là dell’aspetto professionale) in una Santiago del Cile, fresca del Colpo di Stato ad opera del generale Augusto Pinochet.

Ma la svolta della sua carriera avvenne con i Giochi olimpici di Los Angeles 1984, in veste di inviato per il suo primo amore, il canottaggio, che tale rimarrà fino all’edizione di Atene 2004, contribuendo insieme ai fratelli Giuseppe, Carmine ed Agostino Abbagnale a scrivere alcune delle pagine più belle dello sport e della televisione nazionale.

Decine di milioni di spettatori, dai più anziani agli infanti, attendevano con ansia la partenza delle imbarcazioni per assistere alle fatiche dei nostri condottieri in canotta, accompagnate dal dirompente vocione di “Bisteccone”, che col microfono in mano sembrava andare incontro ad una sorta di trance agonistica, destando l’attenzione anche di chi mai, se non per lui, si sarebbe sintonizzato sulla gara, assistendo ad una sorta di spettacolo nello spettacolo.

Giampiero Galeazzi è stato un rivoluzionario nel suo campo,  perché il suo compito era soprattutto quello di coinvolgere emotivamente lo spettatore televisivo, come se stesse gareggiando insieme ai suoi beniamini.

Ahimè, ora si assiste ad una serie di tentativi di imitare il suo stile, producendo però un risultato artificioso, sguaiato e senza carattere.

Il buon Giampiero ha fatto scuola, compito dei giornalisti sportivi sarebbe quello di diffondere il suo “Verbo”, per tenere vivo il suo ricordo, per far sì che lo stesso “Verbo” diventi carne, la stessa carne di cui era fatto il nostro “Bisteccone”.