Giorgia Meloni: leader dal consenso fluttuante

Fonte Immagine: affariitaliani

Incostante. Instabile. Irresoluto. Mutevole. Ma anche capriccioso e, se vogliamo, lunatico. Sono tutti sinonimi dello stato d’animo di molti italiani, i quali navigano in acque impervie da troppo tempo, orfani di un fare politica che non era condizionato dalla quantità di like che un post è in grado di intercettare. Diciamolo tranquillamente: l’italiano medio è arrabbiato, oltre ogni misura plausibile, e rimpiange quella classe dirigente che gli permetteva di vivere, seppur a danno di un debito pubblico dalla rilevanza troppo relativa, sequestrato da una finanza mondiale astratta e superba. E così, come una barca vittima di un mare burrascoso, l’approvazione dell’italico elettore si sposta a seconda non del frontman più rassicurante, più vicino ai propri ideali o addirittura più simpatico al momento ma in base ad una formula statistica che impone un certo numero di consensi a maggioranza ed opposizione, a prescindere da chi rivesta tali ruoli. 

Ed è in questo quadro che va a porsi la figura di Giorgia Meloni, come fu una volta per quella di Grillo: un’opposizione determinata a contestare indistintamente qualsivoglia azione fosse messa in atto dal governo di turno, con il fondato e ricorrente rischio di sconfessare se stessi, la propria azione politica e persino i propri storici concetti di riferimento. Perché dirsi cristiana o pro famiglia, nell’accezione classica del termine, pur essendo madre fuori dal matrimonio, non rispettando quei dettami imposti dai secolari canoni ecclesiastici, è un po’ come baciare il crocefisso, nel bel mezzo di un comizio politico, come ci ha abituato quel famoso Matteo leghista/spottista.

Quindi, come era prevedibile ma analizzando cautamente i sempre più spesso inaffidabili pronostici elettorali, possiamo affermare che i numeri di Fratelli d’Italia siano il risultato della reazione dell’italiano medio che, comprensibilmente, agisce per contrarietà, rispetto ad un sistema corrotto, che lo vorrebbe soggetto passivo in un’ottica democraticamente malintesa. Si, perché se è vero ed innegabile che, piaccia o non piaccia, il premier in carica rappresenti indubbiamente il meglio che la nostra nazione possa esprimere nell’attuale momento storico, memori di un Conte - addirittura bis - che ci ha fatto rimpiangere i peggiori Razzi italici, rimane indiscutibile che il miglior delegato del popolo debba essere, comunque e sempre, legittimato da quest’ultimo mediante la prassi elettorale in quanto tale, alla quale Draghi non si è sottoposto.

Assumendo tali tesi, è chiaro che le percentuali raggiunte - in teoria - dal partito della Giorgia nazionale risultino fisiologiche in un circuito che (forse in molti non gradiranno!) resta credibile solo se composto anche e soprattutto da un’opposizione che si conferma imprescindibile.

Ma, se è vero come è vero che il potere generi potere, risulta coerente con questo ragionamento sostenere che il numero dei voti che gli italiani decideranno di attribuire alla Meloni sia direttamente dipendente dall’azione politica della maggioranza in essere e soprattutto del duo Salvini-Berlusconi, con quest’ultimo intento a farsi inspiegabilmente divorare elettoralmente dal gigante Lega, mediante l’idea folle della federazione di partiti, forse dimentico di ciò che accadde a Fini più di un decennio fa, proprio a vantaggio dell’allora partito del cavaliere. Ciò comporterà sicuramente uno spostamento a destra dell’asse politica italiana, con un centro-destra che sarà privato della propria parte moderata - la qual casella verrà presumibilmente occupata da una nuova compagine partitica - intento unicamente a depauperare il consenso della Meloni e non, come sarebbe auspicabile, fare da contraltare ad una sinistra grillina che è inconfutabilmente più preparata sotto l’aspetto egemonico-culturale.