Giustizia tra riforme e referendum

Fonte Immagine: lacritica

Legalità, diritto e giustizia

Il 23 maggio 2022 un po' in tutte le scuole sono state organizzate – con striscioni e video inneggianti alla legalità – meritorie manifestazioni in ricordo del trentennale della strage di Capaci, che causò la morte del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie e degli uomini della scorta.
Al di là di taluni svigoriti cerimoniali, rinnovare la memoria di quel tragico evento è certamente utile per rinsaldare il fermo ripudio dei contesti mafiosi che provocarono quelle e altre stragi collegate.
Va tuttavia notato che, in tutte le citate commemorazioni, non risulta che sia stato spiegato agli studenti che non è sufficiente invocare in modo ritualistico il rispetto di una legalità non conforme a giustizia; proprio perché il dovuto ossequio alla legge si fonda su regole ragionevoli e serventi rispetto al sentimento di giustizia.
Cosa succede perciò quando ci vengono imposte regole oggettivamente e all’evidenza contrarie ai diritti umani e alla giustizia?
E’ questo un interrogativo antico, che nasce dall’esperienza storica dei totalitarismi che si perpetuano sin dalle origini della civiltà, come ci ricorda Antigone, tragedia greca di Sofocle (442 a.C.), che evoca l’eterno conflitto tra la legge umana e quella divina.
E’ noto infatti che nelle dittature … fino a Putin! vige la legge della forza (anziché la forza della legge), cioè un non-diritto che mira a reprimere la dignità e le libertà dei sudditi, la indipendenza della magistratura e i corretti rapporti diplomatici con gli altri Stati sovrani.
Fortunatamente, nei sistemi improntati allo stato di diritto, le garanzie di libertà codificate nel complesso dell’ordinamento giuridico trovano riscontro anzitutto nella autonomia-indipendenza dei giudici. I quali sono posti così nella condizione di interpretare e applicare le leggi alla luce delle virtù cardinali della giustizia e della prudenza (giurisprudenza), utilizzando al meglio l’analisi delle fonti normative e gli studi della dottrina forense.
Purtroppo però, anche nelle democrazie stabilizzate, tende ad insinuarsi la malapianta della decadenza morale, che certamente poco spazio concede al valore della giustizia quale ideale etico e filosofico.
Ah, la Giustizia! Quella da sempre iscritta nella coscienza umana, non a caso simboleggiata dalla donna cinta da corona turrita, che reca da un lato la spada vindice dell’ordine violato, e dall’altro la bilancia della equità (dal latino, uguale), che tiene conto anche delle concrete circostanze non previste dalla legge.

Riforma della giustizia

Sentiamo di continuo invocare con veemenza la riforma della giustizia.
In realtà, ad avere bisogno di rinnovamento non può essere di per sé l’idea di giustizia, che è (o dovrebbe essere) immutabile secondo la suprema voce del cuore.
A ragion veduta, il cantiere delle innovazioni resta invece sempre aperto alla riscontrata necessità di aggiornare e migliorare gli strumenti destinati appunto a realizzare i fini di giustizia. Ossia le leggi, le procedure e le strutture giudiziarie - umane e materiali - che da lungo tempo non riescono a dare precedenza all’etica rispetto alla politica.
Si avverte perciò la necessità di organizzare un rinnovato ordinamento giuridico, posto davvero a servire la giustizia, e quindi orientato al buon governo dei concreti interessi individuali e collettivi, mentre essi mutano nel corso del tempo sotto la spinta di una rinnovata cultura.
Intanto, le gravi emergenze della attuale epoca di transizione (digitale, ambientale, educativa, politica…) hanno impresso una forte accelerazione all’urgenza di revisionare l’intero catalogo normativo.
Ciò al fine di incarnare finalmente i valori recati dalla Costituzione del 1948, in coerenza con le esigenze dell’intelligenza tecnologica del mondo nuovo, passato ormai dall’homo sapiens al phono sapiens.
Si teme però che la convulsa e frammentata velocità dei cambiamenti in atto possa offrire ulteriore spazio a sempre più numerosi mercanti del diritto, affaccendati nel portare avanti solo riforme fittizie, ignorando anzitutto il monito dantesco di “togliere dalle leggi il troppo e il vano”.
Non è questa la sede per approfondire le innumerevoli iniziative governative e/o parlamentari volte ad adeguare il vigente impianto normativo, a cominciare dalle riforme del processo civile e di quello penale, riforme già avviate grazie agli investimenti previsti dal Pnrr.
E’ poi opportuno attendere la sua definitiva approvazione in Senato per una più puntuale disamina della riforma che prende nome dalla ministra della giustizia Marta Cartabia.
Si tratta di riforma complessa che affronta, tra non poche criticità, la revisione dell’ordinamento giudiziario (carriera, valutazione e disciplina dei magistrati), nonché il connesso riordino del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), per restituirgli la credibilità offuscata da recenti vicende sfavorevoli ( v. caso Palamara).
In proposito, si registrano tuttavia critiche da parte della stessa magistratura associata (Anm), che ritiene la riforma “inutile e dannosa, in quanto non velocizza i processi, non assicura una giustizia di qualità e presenta forti profili di incostituzionalità” (v. sciopero dei magistrati del 16/5/22).

Referendum abrogativo del 12 giugno 2022

Con il plebiscito (dal latino, decisione della plebe) i Romani chiamavano il popolo ad approvare o disapprovare un fatto che riguardava la struttura dello Stato o del governo.
Il referendum (dal latino, riferire, rimettere al popolo) è a sua volta previsto dall’art.75 Cost., nell’ambito del procedimento di formazione delle leggi, soltanto “per deliberare la abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge”.
Si tratta di un istituto di democrazia diretta (v. anche gli artt.71,123,132 e 138 Cost.), che dà voce direttamente al popolo, in quanto detentore della sovranità, da esercitare tuttavia “nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art.1 Cost.).
I costituenti, avvertiti dall’esperienza di demagogia (dal greco, demos, popolo e agogòs, capopopolo) fascista, ritennero di concepire e disciplinare i citati casi di democrazia diretta con prudente distacco; ciò al fine di evitare di trasformare l’elettore (da qualcuno definito “sovrano muto”) in legislatore e governatore di se stesso, sostituendosi alle rappresentanze istituzionali (altro che populismo!).
Con sentenze 16 febbraio - 8 marzo 2022, la Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibili cinque dei quesiti proposti di referendum abrogativi sulla giustizia, estromettendo invece i quesiti sulla responsabilità civile dei magistrati, insieme a quelli sulla eutanasia e sull’uso della cannabis.
In base al citato art.75 Cost., il referendum (ora fissato per il 12/6/2022) è approvato se ha partecipato la maggioranza degli elettori alla Camera dei deputati, e “se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”.
La partita dei referendum, sui quali pesa -per il suo forte risalto tecnico- il pronosticato mancato raggiungimento del quorum, si intreccia tra l’altro con l’inevitabile impatto rispetto agli stessi temi sostanzialmente affrontati dalla riforma Cartabia sull’ordinamento giudiziario.
Infatti i quesiti riguardano: le funzioni dei Consigli giudiziari, il sistema delle “correnti” nella magistratura, la separazione delle “funzioni” giudicanti e requirenti (PM) dei magistrati, la sospensione della custodia cautelare in determinati casi, e l’abrogazione della legge Severino (D.Lgs. n.235/2022) in materia di sospensione, incandidabilità ed ineleggibilità di politici condannati.

 

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