Gli esordi dell' dell’Aeronautica nel Ventennio e l' irpino Umberto Nobile

Fonte Immagine: AVIG

Come forza armata autonoma l’Aeronautica Militare nasce nel 1923, e due anni dopo fu istituito il Ministero dell’Aeronautica, ma, mezzi aerei avevano prestato servizio già nei decenni precedenti.

Il primo Servizio Aeronautico, che si giovava di aerostati per operazioni di ricognizione, nacque nel 1884; negli anni successivi aeroplani, dirigibili e idrovolanti furono assegnati al Regio Esercito ed ebbero il loro battesimo del fuoco nella campagna libica (1911-1912). Durante la prima guerra mondiale emersero i primi piloti che, protagonisti nelle battaglie aeree, resteranno nell’immaginario collettivo italiano. Si distinsero per il loro eroismo figure quali Francesco Baracca, “l’asso fra gli assi”, Guido Keller e lo stesso d’Annunzio, autori del goliardico volo su Vienna, e che si ritroveranno nell’avventura fiumana.

Sull’“Arma dell’Aria” scommise forte Mussolini, considerandola la forza armata fascista per eccellenza, perché nata praticamente col Regime e, quindi, più svincolata dalla tradizione monarchica predominate nell’Esercito e nella Marina. Il Duce ritenne che l’aviazione fosse il giusto veicolo della propaganda, lo strumento ideale per dimostrare la forza del Regime e l’audacia dell’“italiano nuovo” forgiato dal Fascismo. Le innovazioni scientifiche e il connubio con il mondo industriale sulla via della modernizzazione, incontro voluto e avallato dallo Stato fascista, garantirono all’Italia numerosi record e primati nel campo aviatorio. Con voli straordinari quanto temerari, sempre ai limiti del possibile, Mario de Bernardi raggiunse il record mondiale di velocità per idrovolanti (1926), Artuto Ferrarin ottenne il primato di durata in volo e di distanza senza scalo (1928), mentre Francesco de Pinedo si distinse per le sue trasvolate oceaniche.

Nel 1925 il de Pinedo partì con un idrovolante militare Savoia-Marchetti S16, ribattezzato “Gennariello” in omaggio alle sue origini partenopee, con l’obiettivo di giungere in Australia e tornare passando per il Giappone. Partendo da Sesto Calende nel giorno del compleanno di Roma (21 aprile) egli volò per 370 ore su tre continenti, percorrendo 55.000 km sul mare o seguendo il corso dei grandi fiumi. Il viaggio si concluse il 7 novembre, quando ammarò sul Tevere fra il tripudio della folla; Mussolini lo promosse colonnello e il re lo nominò marchese. Due anni dopo, de Pinedo volò dalla Sardegna verso l’Argentina, raggiungendo l’Arizona, da lì toccando Canada e Terranova, per fare ritorno in Italia dopo 43.800 km e 279 ore d’impegno. La trasvolata si concluse al lido di Ostia, dove ad attenderlo, oltre all’entusiasmo popolare, c’era il Duce in persona, che gli diede l’incarico di Sottocapo di Stato Maggiore e il grado di generale di divisione.

Tali imprese eroiche, in solitaria o quasi, con il ministro dell’Aeronautica Italo Balbo si trasformarono in spedizioni di gruppo, accuratamente preparate nella Scuola di navigazione fondata da poco a Orbetello. Sotto la direzione di Balbo gli aspetti romantici dell’aviazione dell’epoca pionieristica furono superati in favore di un’Arma più disciplinata e compatta: più che ai raid individuali egli mirava a quelli in formazione, giudicati di maggiore utilità sperimentale e propagandistica. Nel giro di pochi mesi egli realizzò due aerocrociere nel Mediterrano: la prima verso occidente, a sud di Francia e Spagna, con 60 idrovolanti militari; la seconda verso est, da Orbetello a Odessa in Russia, con 41 mezzi aerei (1929). Quindi, il quadrumviro della Marcia su Roma ideò la prima trasvolata atlantica in formazione: con 12 idrovolanti da lui capeggiati, si spinse verso il Brasile e ritorno. Dopo un mese di volo, da Rio de Janerio, undici Savoia-Marchetti tornarono a Orbetello nel gennaio del 1931, e già il Maresciallo dell’Aria immaginava la trasvolata verso l’America settentrionale.

Dal I luglio al 12 agosto 1933, con 25 idrovolanti, sempre comandati da Balbo, si svolse la II trasvolata atlantica, che ebbe un’eco ancora maggiore sulla stampa internazionale. La Crociera aerea del Decennale, dedicata alla fondazione della Regia Aeronautica, partendo da Orbetello si sarebbe conclusa a Chicago, dov’era organizzata l’Esposizione Universale. Qui, i piloti italiani furono accolti fra l’entusiasmo degli americani e visitarono il Padiglione Italia, che metteva in mostra le realizzazioni tecnologiche e i primati scientifici del genio italico. Il percorso all’interno del padiglione italiano, costruito a mo’ di torre littoria, ricordava le innovazioni e le scoperte realizzate nella penisola, dall’antica Roma all’epoca moderna, sottolineando figure apicali come Leonardo da Vinci e Cristoforo Colombo, per arrivare a Guglielmo Marconi, icona del Regime e presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il volo di ritorno partì da New York, dove Balbo e gli altri piloti erano stati ricevuti con tutti gli onori dal presidente Roosevelt. Compiuta con il supporto della Marina Militare, la trasvolata dimostrò l’eccellenza dell’aeronautica italiana e dei collaudati Savoia-Marchetti S.55, che si disponevano in otto squadriglie da 3 aerei a forma di V, con una distanza di 500 metri fra ognuna.

A queste imprese avventurose vanno aggiunte le spedizioni al Polo Nord di Umberto Nobile, originario di Lauro (AV), convinto sostenitore del dirigibile quale mezzo ideale per esplorare quel mondo fatto di ghiaccio. Se l’Aeronautica preferiva investire sugli aeroplani di nuova generazione, all’apparenza più solidi, l’idea di Nobile convergeva sulla scelta dell’esploratore norvegese Roald Amundsen. E fu proprio con quest’ultimo che Nobile organizzò l’impresa di raggiungere il Polo Nord con un dirigibile pilotato dallo stesso generale italiano, il Norge (1926).

Il dirigibile Norge partì da Ciampino il 10 aprile, facendo tappa in Inghilterra, a Leningrado e in Norvegia, dove salì a bordo Amundsen. Il 12 maggio l’aeronave giunse al Polo Nord, proseguì verso l’Alaska e quindi rientrò; all’arrivo in Italia Nobile fu promosso dal Duce a Maggior generale dell’Aeronautica.

Successivamente all’impresa trionfale coll’Amundsen, Nobile decise di riprendere l’esplorazione polare affidandosi, questa volta, a un equipaggio composto da soli italiani, venendo incontro ai desiderata propagandistici del Fascismo. Finanziata dal circolo degli industriali lombardi, e dal Regime mediante la Reale Società Geografica, con il concorso della Regia Aeronautica che avrebbe fornito il dirigibile N4, la spedizione ebbe i suoi componenti scelti fra la Marina militare, l’Aviazione, il corpo degli Alpini e dei membri dello staff del comandante. Il raid ebbe per compito un vasto programma di ricerche scientifiche, che spaziavano dalla mareografia alla fisica terrestre, compresa la mappatura delle coste e dei fondali marini.

Il dirigibile Italia prese il volo da Milano il 14 aprile, e dopo aver sorvolato l’Europa centro-settentrionale, la parte finale del raid partì dalla Baia del Re, in territorio norvegese il 23 maggio 1928, con una squadra di 18 uomini più Titina, la cagnetta-mascotte del comandante. A mezzanotte il Polo era raggiunto ma, a causa della nebbia e del vento, Nobile decise di non atterrare e di invertire la rotta. Un guasto al dirigibile lo fece precipitare sulla banchisa, sui ghiacci galleggianti a circa 100 km dalle isole Svalbard, causando la scomparsa di sette membri dell’equipaggio. Nobile riportò ferite a una gamba e alcune lussazioni; con gli altri superstiti si accampò nella Tenda Rossa, dove sopravvissero per 49 giorni, fino all’arrivo della rompighiaccio russa Krassin. La vicenda fu un esempio di straordinaria forza d’animo e di magnifica capacità di sopportazione, ma fu macchiata dal salvataggio di Nobile per mano del pilota svedese Lundborg. Egli, infatti, fu tratto in salvo per primo, ufficialmente per coordinare meglio i soccorsi ai compagni, in realtà il motivo rimandava a una polizza assicurativa sulla sua vita. L’incidente, ma soprattutto l’intervento in suo favore della compagnia assicuratrice, furono un’onta che lo marchiò per il resto della sua esistenza, che Nobile passò a giustificarsi per l’accaduto.

Il generale Nobile aveva progettato e costruito entrambi i dirigibili, sia il Norge che l’Italia; con l’ingegnere Caproni aveva ideato il primo aereo metallico italiano; un suo modello di aeronave era stato acquistato dalla Marina statunitense e poi da quella nipponica; era stato docente di ingegneria aeronautica all’università di Napoli; ma le polemiche sul tragico volo di ritorno lo travolsero, e portarono l’oblio sulla sua brillante carriera e su tutte le sue benemerenze verso la Patria. Egli scelse, così, l’esilio volontario tra Francia, Stati Uniti e URSS, dove continuò sia nell’insegnamento che nelle spedizioni esplorative.

 

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