Glossario: La carrellata

Fonte Immagine: farefilm

Quante volte, quando proviamo ad addentrarci nell’universo del grande schermo, ci troviamo a dover fronteggiare una terminologia specifica a dir poco disorientante? Questo succede a chiunque: sia ai meno avvezzi, sia agli esperti, essendo il cosmo cinematografico in continua evoluzione e con esso – o in conseguenza di esso – il suo linguaggio. In particolare, esistono alcune tecniche che hanno fatto la storia di questo medium è che ricompaiono, di tanto in tanto, in maniera preponderante all’interno dei lungometraggi.

Vi sarà certamente capitato di uscire da un multisala e ascoltare una conversazione tra cinefili riguardo l’utilizzo della “carrellata”. Ovviamente, niente a che vedere con il quasi omonimo strumento che affolla i reparti dei supermercati. Partiamo dalla definizione: la carrellata è una ripresa continua effettuata da una macchina da presa solitamente fissata su dei binari, di modo da dare luogo ad una scena prolungata che segue, nel movimento, i soggetti immortalati. In questo senso, viene in soccorso il “carrello” propriamente detto: l’andatura imposta dalla telecamera ricorda infatti proprio lo scorrimento dell’oggetto a noi molto più prossimo. L’incedere della camera può seguire diverse direzioni. Solitamente, il direttore della fotografia predispone il percorso che il cineocchio dovrà seguire. Ve ne possono essere di molteplici: se siamo in un ambiente chiuso, le rotaie potrebbero essere poste anche sul soffitto della scenografia. Chi si occuperà della realizzazione della lunga serie di inquadrature deciderà anche la velocità, l’orientamento della camera. Per ottenere un effetto più “sporco” è poi, naturalmente, possibile anche effettuare questo tipo di registrazione anche a mano. Il cinema di Lars Von Trier, grande maestro scandinavo legato al movimento realista del Dogma 95, ne è ricco.

Ma la carrellata è stata un elemento distintivo e cifra di un nutrito nugolo di registi. Da un punto di vista espressivo, risulta essere in ogni caso un elemento imprescindibile all’interno di qualsiasi prodotto. Una ripresa dalla durata più lunga permette di evitare un numero di stacchi eccessivo che potrebbe risultare pesante a lungo andare agli occhi dello spettatore (soprattutto se non ci troviamo in sequenze spettacolari e/o mirabolanti inseguimenti). La carrellata permette infatti di darci una panoramica più chiara dei personaggi e del contesto ambientale nel quale si muovono, conferendo un attimo di stabilità alla visione. Almeno ciò accade nella sua accezione comune. Ciascun director si è poi potuto servire di questo mezzo in maniera creativa e personale. Uno dei più grandi paradigmi, in questo senso, è senza dubbio l’effetto Vertigo, che deve il nome proprio al film campione d’incassi in cui per la prima volta venne usato. Il genio del thriller e del perturbante, Alfred Hitchcock, allo scopo di ricreare il senso di vertigine provocato dall’altezza, sperimentò in una delle scene sui tetti della città comparsa nella pellicola un movimento capace di restituire proprio quella sensazione. Il giochetto era questo: il carrello su cui era montata la cinepresa rapidamente contrapponeva una prima zoomata in avanti ad un successivo arretramento. Un metodo semplice ma di grande impatto, quando la tecnologia era ancora molto lontana dai livelli avanzatissimi raggiunti oggi – non dimentichiamo che parliamo di un film del 1958.

Nonostante questo utilizzo rivoluzionario della carrellata, va da sé che Hitchcock non fu l’unico regista a fare ricorso a questa modalità scenica. Steven Spielberg, il creatore del parco giurassico più famoso di Hollywood, si concede spesso il lusso di intrattenere lo spettatore nei suoi mondi fantastici con lunghe carrellate popolate da rettili di milioni di anni fa, simpatici alieni in sella a biciclette volanti o altre immaginazioni affini al macrocosmo della fantascienza. I film western facevano largo uso delle carrellate per seguire le cavalcate tra cactus e canyon di eroi rinnegati e cacciatori di taglie o per creare suspense prima di un duello all’ultimo sangue. Kubrick ha dato una sfumatura orrorifica alla carrellata, posizionando la camera di fronte ai personaggi in fuga col viso stravolto dal terrore: i zigzag ansiolitici nel labirinto gelido dell’Overlook Hotel da parte della disperata Wendy renderanno bene l’idea di ciò di cui stiamo parlando.

All’interno della folta schiera dei registi che hanno fatto della carrellata una delle armi principali del loro arsenale, si distinguono alcuni decisi a consacrare buona parte (se non l’interezza) del minutaggio delle loro opere a questa tecnica. Altri invece, pur facendone un uso più parsimonioso, furono capaci di regalare alla storia della settima arte perle indimenticabili. È questo il caso della scena della strage perpetuata presso la scalinata di Odessa, ne La corazzata Potemkin. Ėjzenštejn decide di trasmettere il pathos e la crudeltà del momento seguendo la lenta e inesorabile discesa lungo queste scale macchiate del sangue di tantissimi innocenti di un passeggino ormai senza alcun controllo o controllore. Un frame significativo, capace di scuotere le coscienze e sferrare un calcio nello stomaco dell’ignaro pubblico, imbestialito dal trattamento disumano riservato nei confronti dei presunti rivoltosi.

Il citazionismo, anche questa volta, non si è lasciato attendere: vedere per credere una situazione molto simile a quella raccontata dal regista russo ne Gli intoccabili di Brian de Palma.