Guareschi…non solo Don Camillo!

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Roncole Verdi, Brescello, Mondo piccolo: parole che per i lettori di Giovannino Guareschi rappresentano un mondo di storie, un universo letterario unico e indimenticabile, a cui ritornare sempre per ricaricare lo spirito e l’umore. Nato il primo maggio a Fontanelle di Roccabianca, Guareschi rappresenta uno degli intellettuali italiani più importanti del Novecento e tra gli autori italiani più tradotti al mondo.
Giovannino Guareschi viene spesso ricordato come il papà letterario di Don Camillo e Peppone, memorabili anche grazie ai film che riscuotono sempre un gran successo di ascolti. Ma sarebbe riduttivo parlare di lui solo per questiracconti. La bibliografia di questo autore è molto ricca: tra le opere più belle e struggenti, Il diario clandestino, scritto durante la prigionia come IMI nelcampo di concentramentodiSandbostel, e dedicato "Ai miei compagni che non tornarono"; l’autore stesso lesse brani di questo diario, a volte divertenti, più spesso commoventi, ai compagni di prigionia; dello stesso periodo La favola di Natale, scritta nel dicembre 1944, racconto dolce e malinconico in cui Giovannino immagina che un bambino di nome Albertino, come suo figlio, accompagnato dalla nonna, arriva al campo. È una storia di speranza nonostante tutto, una speranza tenuta viva dalle parole anche in chi era rinchiuso davvero in quel campo.
La famiglia: la moglie Margherita (Ennia Pallini) e i figli Albertino e Carlotta, meglio nota come la Pasionaria, sono tra i protagonisti preferiti e più riusciti dei racconti di Giovannino. Nei racconti dedicati alle sue piccole storie familiari, storie comuni eppure eccezionali, Giovannino si dimostra grande scrittore della famiglia e narratore di quanto c’è di bello nella vita familiare. I racconti crescevano così come cresceva la famiglia: i figli bambini, i figli adulti con le loro famiglie e quindi i nipotini, nuovi adorabili personaggi; impossibile restare indifferenti leggendo le avventure di nonno Giovannino e di Michelone con la Fenomena e la vice-Fenomena. I tanti aneddoti di vita familiare nel dopoguerra e nei decenni successivi rendono opere quali Lo Zibaldino, Corrierino delle famiglie, Osservazioni di uno qualunque, Vita con Giò (uscito postumo) davvero indimenticabili e, verrebbe da dire, indispensabili per conoscere fino in fondo l’autore e la sua immensa umanità.
Ma la vita di Guareschi ebbe a scontrarsi anche con vicende dolorose che lo segnarono profondamente. Il 26 maggio 1954 per lui si aprirono le porte del carcere di San Francesco a Parma dove restò fino al 4 luglio 1955. Perché Guareschi finì in carcere? Per la vicenda che lui stesso definì “Ta-pum del cecchino”, cioè lo scontro con Alcide De Gasperi, iniziato nelle pagine del Candido e finito poi in tribunale per diffamazione a mezzo stampa. Il 24 e il 31 gennaio sul Candido, diretto da Guareschi, vennero pubblicate due lettere risalenti alla Seconda Guerra Mondiale e firmate da De Gasperi: in queste due lettere, dirette al generale britannico Alexander, si chiedeva il bombardamento di punti strategici di Roma, per vincere la resistenza dei romani. Le due lettere vennero riprodotte e De Gasperi sporse querela. Alla fine del processo Guareschi fu condannato per diffamazione. A questa condanna si aggiunse l’altra analoga per diffamazione, di qualche anno prima, seguita alla pubblicazione di una vignetta di Carletto Manzoni in cui erano ritratte due file di bottiglie con l’etichetta “Nebiolo-Poderi del Senatore Luigi Einaudi”, che fungevano da corazzieri al Presidente della Repubblica Einaudi. Guareschi e Manzoni, assolti in prima istanza, furono condannati per vilipendio al Capo dello Stato. Non avendo scontato in quell’occasione la pena grazie all’applicazione della libertà condizionale, quella condanna fu aggiunta alla prima occasione che si presentò. Giovannino riacquistò la libertà di uomo e di giornalista il 26 gennaio 1956, quando ebbe termine la libertà vigilata che trascorse nella sua casa di Roncole Verdi. Prima di entrare in carcere, Guareschi affermò: «Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione», una frase che esprimeva in pieno la sua coerenza e la sua immensa dignità di uomo, di scrittore, di giornalista, di intellettuale.
Due prigionie diverse che ebbero un effetto molto forte sulla vita e sull’animo di Giovannino: in Polonia, internato IMI, aveva sopportato il freddo, la fame, le privazioni con la speranza di riabbracciare la moglie e i figli e di ricominciare con loro, vivendo tutto ciò che fino a quel momento gli era stato negato. Dal carcere di Parma uscì minato profondamente nel fisico, ma soprattutto nello spirito.
Roncole Verdi oggi è sede del Club dei Ventitré: Manzoni aveva dichiarato di scrivere la sua opera I promessi sposi per i suoi venticinque lettori; Guareschi di lettori se ne attribuiva ventitré e da qui il nome dell’associazione, nata nel 1987, che rappresenta un punto di riferimento per tutti gli appassionati di Giovannino Guareschi, che desiderano conoscere meglio la sua vita, la sua opera. Fondamentale il ruolo dei figli, Alberto, l’Albertino dei racconti, e Carlotta, la Pasionaria, scomparsa il 25 ottobre 2015 proprio a Roncole Verdi, nel portare avanti l’eredità paterna. Chi ha avuto la fortuna di andare a Roncole Verdi, ha potuto parlare con Alberto e Carlotta, e adesso con i nipoti, ascoltare le loro storie familiari, quelle che hanno riempito pagine e pagine di racconti meravigliosi, sempre con una grande disponibilità e una paziente accoglienza. Per le sue attività il Club utilizza diverse modalità di informazione: il Centro Studi, il quadrimestrale “Il Fogliaccio” e mostre, convegni, conferenze. Le informazioni vengono dall’archivio Guareschi, che è aperto a tutti, in cui è collocata anche la biblioteca con le opere di Giovannino. All’interno della Sala delle damigiane, oltre all’archivio e alla biblioteca con le opere di Guareschi, è presente anche la Biblioteca sugli IMI, curata con grande passione da Carlotta, per ricordare Giovannino e chi come lui visse la terribile esperienza da internato militare italiano. Questa esperienza lo segnò profondamente: “Io, insomma, come milioni e milioni di personaggi come me migliori di me e peggiori di me, mi trovai invischiato in questa guerra in qualità di italiano alleato dei tedeschi, all’inizio, e in qualità di italiano prigioniero dei tedeschi alla fine. Gli anglo-americani nel 1943 mi bombardarono la casa, e nel 1945 mi vennero a liberare dalla prigionia e mi regalarono del latte condensato e della minestra in scatola. Per quello che mi riguarda, la storia è tutta qui. Una banalissima storia nella quale io ho avuto il peso di un guscio di nocciola nell’oceano in tempesta, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno. Anzi, sono riuscito a ritrovare un prezioso amico: me stesso…. Per venire alla mia storia, dirò che io assieme a un sacco d’altri ufficiali come me, mi ritrovai un giorno del settembre 1943 in un campo di concentramento in Polonia, poi cambiai altri campi, ma dappertutto la faccenda era la stessa dei campi di prigionia…. L’unica cosa interessante, ai fini della nostra storia, è che io, anche in prigionia conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: Non muoio neanche se mi ammazzano!. E non morii. Probabilmente non morii perché non mi ammazzarono: il fatto è che non morii. Rimasi vivo anche nella parte interna e continuai a lavorare…. E così trascorsi buona parte del mio tempo passando da baracca a baracca dove leggevo la roba appunto di cui questo libriccino vi dà un campionario… Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire…La Patria si affacciava ogni tanto alla siepe di filo spinato, ed era vestita da generale: ma sempre veniva a dirci le solite cose: che il dovere e l’onore e la verità e il giusto erano non nella volontaria prigionia, ma in Italia dove petti di italiani aspettavano le scariche dei nostri fucili. Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà. Sorsero i giornali parlati, le conferenze, la chiesa, l’università, il teatro, i concerti, le mostre d’arte, lo sport, l’artigianato, le assemblee regionali, i servizi, la borsa, gli annunci economici, la biblioteca, il centro radio, il commercio, l’industria. Ognuno si trovò improvvisamente nudo: tutto fu lasciato fuori del reticolato: la fama e il grado, bene o male guadagnati. E ognuno si ritrovò soltanto con le cose che aveva dentro. Con la sua effettiva ricchezza o con la sua effettiva povertà. E ognuno diede quello che aveva dentro e che poteva dare, e così nacque un mondo dove ognuno era stimato per quello che valeva e dove ognuno contava per uno. Niente mutò nel Lager: sempre la stessa sabbia, sempre le stesse baracche, sempre la stessa miseria. Ma c’era tutto quello di cui abbisogna un uomo civile per vivere con civiltà in un mondo civile”.
Giovannino venne a mancare il 22 luglio del 1968 per un attacco di cuore, mentre si trovava nella sua casa di Cervia. I funerali si svolsero con la bara avvolta dalla bandiera monarchica con lo stemma di casa Savoia e ben pochi personaggi noti parteciparono, tra loro Enzo Biagi ed Enzo Ferrari. Alla sua morte la Rai dedicò solo pochi secondi; i giornali ne parlarono solo nelle pagine interne e l’Unità si distinse per una frase profondamente meschina: “melanconico tramonto dello scrittore che non era mai nato". La fama di Giovannino e l’immensa diffusione delle sue opere rappresentano la prova della sua grandezza di scrittore e intellettuale, se mai ce ne fosse bisogno: Giovannino fu un uomo di buonsenso, che aveva previsto molte delle cose che sarebbero successe nei decenni successivi, dimostrando lungimiranza oltre che intelligenza. E a più di cinquanta anni dalla sua morte Giovannino Guareschi è ancora qui, tra noi, conquistando anche i lettori più giovani, più attuale che mai.

 

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