Hegel e il sacro nel tempo dell'odierno nichilismo

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Hegel evidenzia come l’ateismo encomiato dai philosophes sia profondamente ambiguo: esso non corrisponde alla mera dichiarazione dell’inesistenza del Dio dei cieli, ma si configura piuttosto come la perdita di interesse per la questione della verità e, simmetricamente, come fede irrazionale nell’onnipotenza dell’intelletto separante. In quest’ottica, l’agnosticismo stesso non è se non il modo in cui la confessione di ignoranza, di pigrizia mentale e di indifferenza è indebitamente innalzata al rango di titolo di cui gloriarsi.

La prospettiva hegeliana, fondata sulla già richiamata identità veritativa di religione e filosofia, si completa con un’altra riflessione, racchiusa nelle Lezioni sulla filosofia della storia: la religione – afferma Hegel – è “il luogo ove un popolo si dà la definizione di ciò che egli ritiene vero". Così intesa, la religione risulta connessa con la verità e con l’elemento comunitario del Volk e, anche per questo, ab intrinseco incompatibile con quella civiltà individualistica del tecnocapitale che sostituisce la verità con l’utilizzabilità illimitata e – per dirla ancora con Hegel (Enciclopedia, § 523) – il popolo con il “sistema dell’atomistica” dei competitors in lotta tra loro negli spazi sconfinati e neocannibalici del mercato globale. Della verità e dell’essere non resta letteralmente nihil, dacché l’essente viene pensato e trattato come utilizzabile dalla volontà di potenza. Quest’ultima non solo non si fonda sull’idea di verità e di comunità solida e solidale, ma deve anzi metterle in congedo, in quanto ostacoli all’illimitata utilizzabilità dell’essente e dell’umanità atomizzata.

A questa perdita di interesse funzionale al predominio dell’utile economico e dell’intelletto almanaccante, Hegel non reagisce ribadendo la verità nella vecchia forma religiosa della trascendenza astorica, né negandola nella nuova forma – che è poi la stessa ma di segno opposto – dell’Illuminismo: al contrario, la dota di un nuovo fondamento filosofico, riaffermando su nuove basi il carattere veritativo della conoscenza filosofica come scienza sistematica dell’Intero (das Wahre ist das Ganze). Sulla scorta dello Hegel, non è, pertanto, difficile comprendere in che senso e su quali basi l’individualizzazione promossa dal nichilismo del mercato globale comporti, eo ipso, la generalizzazione dell’ateismo come forma espressiva del nichilismo che innerva la cellula della civiltà dei consumi, la merce come presupposto sempre di nuovo posto della riproduzione capitalistica. Potenzialmente già sempre riassorbibile nel nichilismo, l’ateismo come puro movimento di negazione lascia oggi l’individuo solo, in balia dell’insensatezza fattasi mondo. È il compimento della perdita di interesse per il problema della verità; perdita di interesse che è essa stessa coerente con il nichilismo della forma merce, nei cui spazi reificati non conta la verità ma solo l’utilizzabilità potenzialmente illimitata degli enti.