Hello, goodbye

Fonte Immagine: contornidinoir

"L’uomo, oltre a volere la felicità, ha un eguale, identico bisogno anche della sventura. (Fëdor Dostoevskij)

Uno stabilimento balneare, “Spiaggia del Sorriso”, che resta aperto come bar anche in inverno, nonostante ci siano pochi avventori. Un matrimonio infelice che dura da molti anni. L’arrivo improvviso di un uomo distinto, Bobo, che entra nello stabilimento dichiarando di essere in pericolo.

La porta principale si spalancò e un uomo grosso, con un cappello a falde larghe e una lunga sciarpa rossa annodata intorno al collo, entrò con una baldanza inadeguata, e con un’esuberanza che strideva col resto della scena urlò a piena voce: «Buonasera a tutti!»

Dopo essersi scolato mezza bottiglia di cognac, chiede ospitalità per la notte. Angelo e Silvia decidono di fidarsi e lo ospitano, l’aspetto e i modi sono quelli di un uomo gentile e inoffensivo. Bobo preferisce non andare in albergo perché crede di essere in pericolo: rischia di essere denunciato per un delitto che non ha commesso. Silvia accetta di ospitarlo perché spera in un guadagno provvidenziale che possa migliorare la disastrosa situazione economica dello stabilimento, oltretutto sempre più a pezzi a causa del maltempo.

Da alcuni giorni una corrente gelida aveva investito la regione, nel bar il riscaldamento era difettoso e ogni mezz’ora dovevo andare nei locali sotterranei per controllare che la caldaia non si fosse bloccata. Come se non bastasse, la mareggiata dei giorni precedenti aveva divelto una delle porte che dava sul terrazzo. Silvia e io l’avevamo rimessa a posto col fil di ferro e ora eravamo in attesa dell’operaio, anche se il tizio ogni volta che gli telefonavamo ci comunicava un contrattempo”.

Bobo conquista la fiducia di Silvia ma anche di Angelo, usando il punto debole di quest’ultimo: le corse dei cavalli.

"Frequentavamo gli ippodromi, soprattutto nei giorni dei concorsi ippici importanti. San Siro, le Capannelle, Merano. A volte ci siamo spinti fino a Longchamp e ad Ascot. Uno spettacolo. Tutte quelle ragazze in tiro, con toilette da capogiro, enormi cappelli colorati. In quel periodo ho conosciuto diversi fantini e a qualcuno di loro chiedevo un consiglio prima di giocare. A nessuno piace perdere. Mi dicevano quali cavalli evitare e su chi puntare. Mi avvertivano di giocarli piazzati, col vincente ci può essere sempre una sorpresa. Sono rimasto in ottimi rapporti con tutti, mi basta una telefonata".

Gli fa credere di poter conoscere l’esito delle corse su cui scommette e gli presta addirittura una piccola somma grazie alla quale Angelo ottiene una cospicua vincita. Grazie a questo stratagemma Angelo è caduto nella rete di Bobo e niente sarà più come prima.

È bastato l’arrivo di Bobo a sconvolgere per sempre la vita di Angelo e di sua moglie Silvia, la noia dello stabilimento, quella routine infelice eppure in un certo senso tranquillizzante. Torna a galla il doloroso passato della coppia, si evidenzia il problema della dipendenza dal gioco e dalle scommesse di Angelo, emerge in Angelo il desiderio di una nuova vita, altrove, con la giovane e affascinante Zena.

Zena guardava l’acqua sporca gocciolare dallo straccio e sorrideva. Ma proprio mentre fantasticavo di alzarmi per andare verso di lei, sentivo che c’era Silvia da qualche parte, nascosta a spiarci. Dovevo sfruttare questo elemento per far aumentare l’eccitazione”.

Una serie inarrestabile di eventi prende, quindi, il via dall’arrivo di Bobo: eventi il cui ritmo incalza sempre più, fino a togliere il fiato al lettore, che non riesce a smettere di leggere per capire che cosa succederà. Il ritmo della narrazione è sostenuto da una scrittura brillante e serrata, che mostra in modo limpido ed efficace come un uomo, una volta solo sull’orlo del baratro, deve fare i conti con una realtà misteriosa che lo travolge e gli mostra in modo spietato tutta la disillusione che aveva cercato di ignorare ed evitare.

Hello, goodbye è un noir, in cui tutto fa sì che il lettore si immerga nella provincia italiana: atmosfera, personaggi, ambientazione sono quelli di una provincia non specificata, anonima, una provincia in cui dominano solitudine, disperazione e la perdita di ogni illusione.

I colpi di scena si susseguono e in questa costruzione l’autore mostra tutta la sua abilità, riuscendo ad accompagnare il lettore fino a un finale inatteso, che lo lascia stupefatto.

L’autore, Claudio Grattacaso, ci racconta del romanzo, della sua scrittura e di altro ancora!

Hello, goodbye è un romanzo che all’inizio parte da una costruzione semplice, con capitoli brevi, un ritmo che definirei “pacato”. Poi la narrazione diventa più incalzante e a dominare è l’azione. Il romanzo si è sviluppato così per una decisione precisa oppure la storia ha dettato il ritmo man mano che veniva scritta?

Quando inizio a scrivere non ho già un’architettura pronta, né faccio progetti di massima. Se le prime pagine che ho scritto mi convincono, se lasciano intravedere una concreta possibilità di far nascere una storia intrigante, vado avanti senza preoccuparmi troppo di quello che succederà dopo. In fondo, è un modo per vivere con un moto di sorpresa gli sviluppi della narrazione, quasi fossi anch’io un lettore. Anche nel caso di “Hello, Goodbye”, il racconto ha seguito un ritmo naturale, che ha preso vita con l’incalzare della storia.   

Nel romanzo non vi sono i nomi dei luoghi. Come mai questa scelta? Devo dire che leggendo io ho immaginato alcuni luoghi che conosco, che mi sono familiari e mi venivano in mente durante la lettura, cercando di dare uno sfondo reali agli eventi.

Come per il mio primo romanzo, “La linea di fondo” (Nutrimenti), ho deciso di ambientare “Hello, goodbye” in quello che si definisce un non luogo. Mi è sembrato di poter coniugare in questo modo un adattamento geografico da provincia italiana e un’atmosfera vagamente transalpina, da romanzi simenoniani, per intenderci. Poi mi fa piacere se alcuni luoghi – la litoranea nei pressi di Pontecagnano o le casette sparse poco all’interno – risultino riconoscibili per chi è di Salerno. Ma anche lettori residenti in altre parti d’Italia mi hanno detto di aver costruito una loro Spiaggia del Sorriso e le altre location in cui è ambientata la storia adattandole a paesaggi vicini alle loro realtà territoriali. Uno stabilimento quasi dismesso, il deserto della costa e il mare d’inverno: le coste italiane sono piene di posti così.

C’è un personaggio in particolare in cui ti riconosci o c’è un po’ di te nei vari personaggi?

Angelo Beltrame è senza dubbio il personaggio che rispecchia i lati più spigolosi del mio carattere. Però uno degli aspetti più intriganti della narrativa è che a un certo punto, magicamente, i personaggi cominciano ad avere una personalità propria, ben delineata, e si distaccano nettamente da qualsiasi intenzione di identificazione con l’autore. Madame Bovary c’est moi, come diceva Flaubert, vale, ma fino a un certo punto.

Stai già lavorando a un altro romanzo, a un’altra storia? Ci racconti un po’ come nasce il Claudio scrittore? Scrivere è sempre stato un sogno da realizzare?

Ho iniziato la stesura del quarto romanzo, ma mi sono dovuto fermare per una serie di motivi personali. Spero di poterlo riprendere al più presto, anche se non sarà facile riacciuffare una storia da cui mi sono allontanato per molto tempo. Ho cominciato a scrivere tardi, anche se la parola, la possibilità di raccontare storie, in ogni sua forma, mi ha sempre affascinato. Nel 2013 ho partecipato al Premio Calvino, ottenendo una segnalazione per “La linea di fondo” e l’attenzione degli editori. Ho scritto anche per il teatro. A novembre La Compagnia dell’Eclissi di Salerno ha messo in scena una mia commedia, “L’acquario”, per la regia di Marcello Andria, che ha avuto un ottimo riscontro di pubblico e che prossimamente girerà in vari teatri italiani.

Se dovessi pensare a un’isola deserta e alla possibilità di portare un unico libro con te, quale libro sceglierebbe? E se, invece, potessi immaginare di intervistare un autore del passato, con chi faresti una chiacchierata?

Per la chiacchierata sarei indeciso se farla con Dostoevskij o con Simenon. Sono i due autori che amo e che mi hanno insegnato di più. Il libro da portare sull’isola deserta non può essere che la Bibbia. Lì ci sono tutti i temi possibili per un romanzo: passioni, intrighi, castighi, perdono, perdizione, redenzione, storia corale e conflitti individuali. In più è Parola di Dio, vale tutte le parole degli uomini messe assieme.