Herzog e il suo Nosferatu

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Nella scorsa settimana, tra il 6 e il 10 giugno, Napoli si è tinta dei colori della bandiera tedesca per celebrare, in seno alla prolungata iniziativa del Maggio dei monumenti, il regista Werner Herzog. Il cinema Modernissimo ha così aperto gratuitamente le sue sale per ospitare una rassegna circa le opere più note del maestro ritenuto uno dei massimi esponenti della “nuova onda” cinematografica tedesca, il movimento sorto a immagine e somiglianza della Nouvelle Vague. Un modo di far cinema in contrasto con le tendenze “pubblicocentriche” degli States e invece ancora incentrato su una singolare visionarietà del direttore d’orchestra del prodotto filmico oltre che su un riscontro delle tematiche forti e più attuali della realtà concreta. Le proiezioni sono state sapientemente precedute ed accompagnate da dibattiti condotti da esperti del settore che hanno saputo consegnare agli spettatori delle preziose chiavi di lettura dei lungometraggi che si apprestavano a vedere. Tra i vari film in palinsesto, da segnalare i capolavori assoluti del genio alemanno Aguirre furore di Dio, Fitzcarraldo e Nosferatu. 

È in particolare sull’ultima pellicola che recupera il racconto stokeriano del conte Dracula che si incentrerà la nostra discussione. La storia è presto raccontata (senza troppi spoiler, poiché differisce in parecchi punti dall’originale cartaceo): un giovane borghese di nome Harker, innamorato della sua bella sposina Lucy, viene inviato in Transilvania a contrattare con il fantomatico conte Dracula il suo trasferimento in un immobile prospiciente all’abitazione del nostro protagonista. Inutile aggiungere che l’incontro con il pallido e dentuto nobiluomo dei Carpazi non sarà del tutto scevro di anomalie paranormali per Harker. La vista di un medaglione con all’interno il ritratto di Lucy, inoltre, convincerà Dracula a trasferirsi di filato a Wismar, il villaggio dove la consorte, turbata da tremendi incubi, attende il ritorno di Harker. Invece il primo a raggiungere Wismar sarà proprio il demone della Transilvania, preceduto da un’ondata di ratti portatori del bacillo della peste. Al caos innestatosi nel piccolo borgo sul Mar Baltico, solo la giovane e determinata Lucy potrà (tentare di) porre rimedio.

Nonostante la trama fantastica, ereditata da uno dei grandi classici della letteratura gotica, Nosferatu si presenta agli occhi dello spettatore come un sofisticato tentativo di tenere insieme una miriade di riferimenti differenti. Realizzato alla fine degli anni ’70, Nosferatu – Il principe della notte tendeva la mano all’originale libresco firmato da Bram Stoker ma, soprattutto, cercava di riagganciarsi alla tradizione filmica precedente recuperando il lungometraggio sul medesimo argomento di Murnau (1922). Herzog non lo sapeva, ma la sua esperienza sarebbe stata poi d’aiuto anche a Francis Ford Coppola per mettere in piedi la sua successiva rielaborazione del tema (Dracula, 1992). Ed è forse questo il modo migliore per classificare l’opera di Herzog: una cerniera tra passato e presente, capace di stendere i propri raggi anche verso il futuro. Avvilito dalla annichilazione operata ai danni del cinema tedesco dall’ombra del nazionalsocialismo (che, come affermava Lotte Eisner nei suoi scritti, aveva effettivamente privato un’intera generazione del magico mondo del cinema), Herzog focalizzerà la sua intera attività creativa nello sforzo per ricucire un collegamento con ciò che era stato. Il suo Nosferatu è in parte una rivisitazione parodica del primus realizzato da Murnau, in parte un affettuoso dono e segno di rispetto per uno dei precursori del genere. Il vampiro, interpretato dall’attore feticcio di Herzog Klaus Kinski, non riesce più a spaventare in ogni momento lo spettatore, venendo inquadrato spesso frontalmente e in maniera duratura anche in scene in cui la tensione è assente. Questo perché il vampiro si “umanizza”: non è più possibile credere ad un soprannaturale del tutto distaccato dalla realtà, completamente metafisico, ed ecco allora che persino Nosferatu deve cedere al sentimento della noia, dell’angoscia, addirittura alla smania amorosa ed erotica. Nosferatu si fa simbolo della morte, reincarnazione di Thanatos, attratto dal suo segno opposto, Eros. In questo senso, l’inquadratura sulla suzione del sangue da Lucy si fa assolutamente esplicita e senza veli. Herzog non risparmia una critica velata – ma non troppo – alla società del suo tempo e allo spettro della dittatura: con l’arrivo della black death, l’intero villaggio sembra fin da subito abbandonarsi al suo destino, consegnandosi senza colpo ferire al nero mietitore. Un fotogramma varrà ad esempio chiarificatore: non ci ricorda forse il lascivo abbandono alla follia nazista l’immagine di una Lucy ancor più candida nelle sue vesti bianche intenta a chiedere spiegazioni ad una folla con in dosso lo stesso solenne abbigliamento e in marcia in un’unica direzione, bare in spalla? Il folklore medievale poi viene a sua volta rimarcato in un film la cui locazione spazio-temporale sembra anch’essa sospesa: danze macabre, riti zingari, celebrazioni mistiche, rivisitazioni dell’ultima cena. Il rapporto con la sfera religiosa è tutt’altro che sereno: Lucy si rende conto di non poter affidare la sua sopravvivenza a null’altri se non sé stessa e decide, da sola, di allontanarsi sia dalle posizioni tardive e blateranti dei sostenitori della ragione («prima di agire bisogna consolidare, controllare scientificamente, attendere i dati, riflettervi…») sia dagli inverificabili assunti cristiani («l’unica che può salvarmi sono io in persona»). Così Lucy, da agnellino indifeso, si trasforma in una donna forte, più forte di molti altri uomini, all’interno di una società fortemente maschilista. Ma il sacrificio, nella visione di Herzog, non sempre viene premiato, soprattutto se offerto nel contesto di una collettività bacata, ottusa, incapace di vedere oltre le apparenze e oltre i vari diktat derivati dalla tradizione, dagli stereotipi, dagli ipse dixit, o semplicemente dalla limitatezza di vedute. Un film che dovrebbe trattare di un mostro della nostra immaginazione, tramite il meraviglioso lavoro di Herzog, si trasforma in una riflessione sul perturbante male della negligenza, della stupidità umana, della incapacità di molti di aprire gli occhi su determinate situazioni per prendere le decisioni giuste, per quanto la verità sia davvero ad un centimetro dal proprio naso. Così si spiegano tutte le tragedie che si susseguono, una dopo l’altra, nel film: la scelta di Harker di recarsi comunque in Transilvania nonostante i numerosi oscuri presagi e i consigli di Lucy, l’arrivo della peste per la curiosità degli abitanti di Wismar di esplorare la nave fantasma carica di topi e cadaveri ancoratasi nei suoi canali, gli assassinii di Nosferatu nonostante gli avvertimenti della onnipresente Lucy. Non è lo spaventoso vampiro a rendersi artefice di tutte queste malefatte, o meglio, non avrebbe potuto, senza la completa partecipazione degli stolti abitanti di Wismar. Un’accusa, una minacca, un monito, che Herzog si sentì di lanciare dalla cassa di risonanza di un maxischermo con la speranza che la follia comunitaria che si era abbattuta in particolar modo sul suo paese non trovasse più spazio nel mondo. Una missione, purtroppo, riuscita solo in alcune delle sue parole chiave.