I draghi moderni

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Non mi meraviglia, però neanche non riesco a non notarlo, quanto la proposta di incaricare Mario Draghi abbia trasfuso nel ceto politico una sorta di ubriacatura che sfiora i limiti del raziocinio, e che si spiega esclusivamente con un posizionamento interessato ai rispettivi convincimenti di utilità.

In altri tempi, i Partiti avevano al proprio interno organi assembleari deputati ad approvarne la linea politica e a legittimare le decisioni più significative da assumere. Almeno per forma, se non anche per sostanza, certe scelte dovevano passare per forza per gli organi statutari: Congresso, Comitato Centrale, Direzione Nazionale, Ufficio Politico, Esecutivo Nazionale. Questi organi, spesso, mettevano ai voti proposte e mozioni, le quali ricercavano affatto unanimità, ma proprio una conta interna della classe dirigente su temi valoriali, scuole di pensiero o, anche, scelte politiche ed istituzionali. Il Segretario Nazionale, di solito, apriva l'assise con la propria relazione che doveva essere approvata, alla fine dei lavori, dagli aventi diritto, pena le dimissioni del vertice. Certo, magari molti aspetti erano solo scenografia, ma quantomeno è così che evolveva una classe dirigente.

Tutto questo, oggi, non esiste più. Ma del resto è chiaro anche alle pietre che il linguaggio della politica sia cambiato nelle forme, nelle sostanze, ma specialmente nella tempestività: un Congresso Nazionale di 3 giorni e 200 interventi, oggi viene sostituito con un tweet di 100 caratteri pubblicato dal leader. Fin qui, ci sta. O meglio, fin qui ci siamo abituati.

Sulla vicenda Draghi si è andati ben oltre. Abbiamo visto tutti i Ieader della scena politica pronunciarsi non solo senza aver compiutamente ascoltato i propri Partiti (dimostrando, senza più infingimenti dissimulatori, che il concetto di "propri" non significa appartenenza ma specificatamente -proprietà-), ma senza neanche aver ascoltato lo stesso Presidente incaricato! Già prima delle consultazioni, infatti, gli scenari erano grossomodo definiti: senza sapere cosa l'ex Governatore della BCEintendesse ed intenda fare di questo Paese, della sua economia in forte affanno e delle disposizioni in materia di contagio e vaccinazione, come anche quale tipo di strategia voglia applicare a tutti i temi essenziali del vivere civile, come sicurezza, legalità, istruzione, immigrazione, infrastrutture, energia, trasporti, sanità, giustizia, pensioni, diplomazia internazionale, spesa militare, rapporti con la UE, eccetera, gli eserciti del sostegno a Mario Draghi premier erano già pronti prima ancora di conoscere quale fosse il fronte della battaglia.

Il discorso di Salvini sembrava il più sensato. "La sovranità appartiene al popolo", ha esordito il Capitano, "ma non ho pregiudizi, mi confronterò con Draghi e poi decideremo, anteponendo l'interesse dell'Italia a quello della Lega". Discorso logico, ragionevole, condivisibile. Tuttavia anche Salvini, in realtà, è fortemente combattuto: le realtà imprenditoriali del nord vedono positivamente l'avvicinarsi di un Governo tecnicamente più professionale per l'impiego del RecoveryFounds, e la sola ipotesi che fossero quei quattro sfessati di Buonafede, Azzolina, Di Maio e Casalino a gestire tali risorse, oggettivamente, sembrava e sembra un vero film dell'orrore. Tuttavia, ormai, all'elettorato strettamente leghista si è aggiunta la notevole componente "populista-salviniana" che di certo non ama l'idea del banchiere al governo, peraltro senza rappresentatività democratica. Salvini ha preso tempo, anche, per capire che le mosse del M5S: grillini e padani sono la maggioranza del Parlamento e nelle loro diversità hanno anche punti in comune di antropologia elettorale.

La Meloni, invece, si è dichiarata contraria per dogma ai governi tecnici. La posizione inflessibile di Fdi, mitigata da qualche edulcorato lancio di agenzia, potrebbe anche condividersi perché, quantomeno, è di principio. Sarebbe stato interessante, in una realtà alternativa, vedere se tale Partito avesse assunto medesimo atteggiamento con i sondaggi a sfavore e più seggi in Parlamento da preservare.

La preoccupazione è che il denominatore che accomuna tutte le forze in campo sia il proprio interesse quale unico paradigma, la assoluta assenza di dibattito interno, la ricerca di un posizionamento ritenuto profittevole da capitalizzare nelle urne, quando prima o poi pur si voterà, o nell'immediato presente, perché in qualche modo pur si dovrà governare.

È in questo "brodo" che poi, individualmente considerati, si muovono i singoli parlamentari. Tutti abituati a non contare niente, a spingere bottoni in cambio di indennità, rispondendo a direttive che hanno sempre meno Valori e strategie ma solo contingentali tatticismi elucubrati dal capo e, al più, dal suo ristretto cerchio magico.

In più, sono almeno quindici anni che per fare politica occorre parlare male della politica, non solo attaccare l'avversario ma screditare l'intera categoria, aderendo ad una vulgata così impattante che ha convinto gli italiani a tagliare la democrazia del 36% in nome della velenosa ripicca. Se fanno i voltagabbana e vendono il proprio sostegno d'aula a questo o a quell'Esecutivo c'è quasi da capirli, perché da piccoli uomini quali sono, spesso cooptati in Parlamento proprio perché piccoli, si sono adeguati alle logiche e alle narrazioni, ben imparando la lezione utilitaristica che ne viene fuori.

E anche gli elettori non sono da meno. Ormai sui social è un fiorire di tifoserie pro e contro Draghi, senza sapere altro, forse,del curriculum intravisto su wikipedia dell'ex Governatore.

Questo non è un concorso per titoli, ma un momento cruciale per il Destino del Paese. E la gente si accapiglia su Draghi senza neanche avere idea di come egli vorrà muoversi in campo sociale ed economico. Chi saluta con favore l'idea del nuovo Premier, gli offre una fiducia incondizionata basandosi sul fatto che è il migliore italiano della industria bancaria e finanziaria; chi, invece, ha i suoi scetticismi, è contrario di principio proprio perché si tratta di un uomo che proviene dalla industria bancaria e finanziaria.

Il confronto, a quanto pare, non manca solo all'interno dei Partiti, ma proprio nelle nostre attitudini. Preferiamo le tifoserie, ci piace pensare di far parte di una fazione che scegliamo arbitrariamente ma poi dobbiamo difendere acriticamente, probabilmente solo per sentirci meno soli.

"Stare al governo può dare un dividendo; e nessuno lo sa meglio di Salvini, che al Viminale ha visto raddoppiare i suoi consensi. Anche se non sarà il «governo dei migliori», agli italiani interessa che sia un governo migliore del precedente. Salvini non può rifiutare una scommessa così." È la conclusione di un'analisi pubblicata sul Corriere della Sera, a firma di Antonio Polito.

Il senso è chiaro: non serve che questo sia il migliore Governo della Storia d'Italia, basta che sia "meglio di quello di prima". E siccome quello di prima era composto solo dagli avversari di Salvini, se il nuovo Esecutivo risulterà migliore..... il merito sarà SOLO di Draghi e di Salvini!!!

Quindi, se ha ragione Polito, ha ragione anche Salvini: del resto fare un Governo più serio del "Conte II" non sarà difficile. O pensate che Draghi possa permettersi uno come Buonafede alla giustizia? che compri banchi rotanti? Che nomini 400 tecnici dei miei stivali che hanno combinato solo sciocchezze, incongruenze e rifilato bidoni nella gestione della emergenza sanitaria? Che si tenga quel personaggio improbabile di Casalino? Che vada rincorrendo i Ciampolilli vari?

Ma può darsi che Polito abbia torto. Può darsi che, a prescindere dai risultati più o meno lusinghieri che questo nuovo Governo potrà agguantare, gli italiani siano davvero stanchi dell'ennesimo premier non legittimato dal consenso.

Oppure può darsi che, tutto sommato, nonostante gli unanimismi dei politologi e il plebiscitarismo parlamentare, anche se guidato da un uomo di spessore e caratura, questo nuovo Governo finisca con non essere un granché: può succedere che si incarti, fallisca, semplicemente deluda per qualche scivolone che, si sa, è sempre dietro l'angolo.

Può capitare: anche Monti sembrava essere il Padreterno, ma già dopo un annetto fu chiaro ai più che, sotto la sua guida, si fece solo male al Paese, alle famiglie, alla imprenditoria, ai lavoratori. La Meloni non ha voluto concedere una fiducia in bianco e la capisco. Dico di più: condivido!

Ma il punto è un altro.

È lo "svuotamento" del Parlamento di cui parlavo prima.

Qua si parla di "dividendi", si commentano i "posizionamenti" più che i Valori, si disquisisce con tranquillità sul "se convenga" a questo o a quel Partito la scelta di campo assunta.

Tutto ciò non solo è davvero poco estetico, ma testimonia la cifra della scarsa considerazione che, probabilmente tutti i commentatori hanno, di quei mille signori e signore che siedono a Montecitorio e Palazzo Madama. 630 deputati e 320 senatori, banalizzati come se fossero solamente gli interruttori di quelle lucine verdi o rosse del tabellone luminoso dopo le votazioni. Ed in fondo anche un po' snobbati, banalizzati, vilipesi, ritenuti da tutti, stampa e cittadini, miserabili disposti a tutto per mantenere privilegi e indennità.

La narrazione, infatti, tutto è tranne che di levatura morale:

Mattarella incarica Draghi. I 5 o 6 leader di Partito dicono che ne pensano, ancora con le idee poco chiare su come sarà questo nuovo Governo e, specialmente, cosa farà.

Grillo fa due sparate, poi ovviamente si accuccia e il M5S, pur di credere di essere ancora vivo, si adegua.

Zingaretti dice che Draghi deve seguire il perimetro della vecchia Maggioranza, Draghi gli ride in faccia, e il PD, nella migliore delle tradizioni, si allinea per restare al Potere.

Renzi e Tajani, almeno in pubblico, fanno i responsabili collaborativi, ma ognuno dice alla propria coscienza che da mangiare c'è solo questa minestra, e non resta che sperare di trovarci almeno qualche polpettina nella mestolata.

Leu ci prova a dire che non vuole la Lega, ma tanto chissenefrega di Leu, che non è manco un Partito.

Quindi, bene o male, tutta la questione, come appunto dimostra l'articolo di Polito, è chiedersi se sia stato più stratega Salvini o più furba la Meloni.

Tutti i commentatori danno per implicitamente assodato che Draghi deciderà e farà sostanzialmente tutto da solo, e che quindi il ruolo dei Partiti che lo sostengono sarà solo quello di riuscire ad orientarne, con diplomazie o avvertimenti, qualche provvedimento. La eventuale bravura dei leader sarà quella di "vendersi" il buono che ci sarà e deresponsabilizzarsi per le possibili criticità.

Eppure, ormai sempre più in teoria, le leggi le fa il Parlamento, non il Governo, cui corrisponde il potere "esecutivo" non quello "legislativo".

C'è così poca attitudine a considerare centrale il Parlamento, come invece dovrebbe essere, che i parlamentari sono visti solo come le truppe acefale di cui dispone, chi più chi meno, ogni leader politico: pedoni fatti muovere seguendo disegni orientati esclusivamente ai propri tornaconti di equilibrio interno o di convenienza elettorale.

Torno all'inizio: mancano i congressi fiume di Partito, le minoranze interne, le mozioni, le correnti, le fumose riunioni interminabili, le assemblee, le conte, le nottate per trovare la mediazione, i documenti, gli ordini del giorno, i Comitati Centrali. Mancano i Partiti come palestra di pensiero e formazione capace di elevare con l'approfondimento e l'impegno;manca quella cultura della vita di Partito, in cui il dirigente conta di più dell'eletto, secondo lo schema che la Dirigenza decide, gli eletti eseguono:i dirigenti sono tali a seguito di un metodo scientifico che li ha selezionati valorizzando da vicino impegno, idee, valore, dedizione e costanza, premiando i meritevoli;gli eletti, laddove non siano anche dirigenti, restano intercambiabili candidati misuratisi con la lotteria della democrazia, con la combinazione fortunosa di essere candidati in questo o in quel collegio che, se li ha premiati, è solo per servire la causa, non per servirsene.Poi è venuto il tempo in cui quelli che contano sono solo gli eletti, e gli organi dirigenziali sono composti, di risulta, dai loro amici o, al più, da quelli che "non ce l'hanno fatta" a diventare deputati. Ormai siamo nella stagione in cui gli organi statutari sono sepolcri imbiancati mai convocati, gli eletti in Parlamento semplice manodopera. Chi conta sono solo i vertici, coi loro nomi scritti nel logo, che al massimo si consultano coi loro cerchietti magici.

Ecco perché sul Corriere della Sera, un giornalista affermato come Polito, scrive un fondo anche intelligente e pertinente, ma tutto incentrato su un assioma da brividi: che una scelta politica così importante, assunta dal primo Partito d'Italia, sia stata presa solo nella prospettiva che sia "utile" al suo leader.

Ecco perché sulla Stampa di Torino, c'è stato un attacco vergognoso e volgare contro Giorgia Meloni, a firma di Alberto Mattioli, che si è talmente degradato in attacchi personali al leader di Fdi, come donna e come madre, da essere costretto a scusarsi per non rischiare il tesserino di giornalista.

Ecco perché tutti i media hanno scritto fiumi di inchiostro sulla utilità marginale, per Matteo Renzi, di aprire la crisi.

Quando tornerà un sano e pedantedibattito interno ai Partiti, sarà un bene per l'Italia. E allora tornerò a fare anche io politica nei Partiti. Io sono di vecchia scuola: le correnti stanno ai Partiti, come i Partiti alla democrazia. Certo, molti Partiti, poi, si sono ammalati di correntismo... ma, cosa ben più grave, da quando i Partiti si sono vaccinati dal correntismo, si sono immunizzati dal dibattito interno e si sono resi tutti asintomatici al confronto, chi si è ammalata è stata la democrazia.

 

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