I Mani: le anime dei trapassati

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Nell’antica Roma, accanto alle divinità superiori del pantheon latino, particolarmente diffuso e radicato era il culto, perlopiù domestico e privato dei defunti, i Mani.  I trapassati   venivano letteralmente divinizzati e venerati, tanto che per propiziarsi i loro favori, il nono giorno dopo la morte, si offrivano loro vivande prelibate, oltre a miele, latte, vino e fiori, in particolare viole, rose e gigli, chiari indizi e collegamenti che rimandavano ad un’arcaica comune matrice rurale.

Accanto e parallelamente a questo culto privato, si celebrava in onore dei Mani anche un culto pubblico, le Parentalia che si prolungavano per più giorni, nel periodo di fine febbraio. Questa celebrazione, era tanto sentita da consentire, non solo, la sospensione delle ordinarie attività commerciali, ma anche delle stesse attività cultuali che venivano rinviate, così come le celebrazioni dei matrimoni, dato che le porte dei templi restavano chiuse.  Non erano previste, offerte sacrificali cruente. Durante i Parentalia, letteralmente feste dedicate ai parentes, rectius agli antenati, si riteneva che le anime dei trapassati erano libere di vagare tra i vivi.

Questo culto creava un ponte ideale tra il mondo terreno degli uomini e il mistero e l’incognito dell’aldilà. La morte annientava solo il corpo e la materialità, cancellando l’esistenza biologica ma non anche l’anima, essenza spirituale, ed era proprio questo l’intento, ingraziarsi chi aveva varcato il regno dei morti e ne aveva conoscenza. Questa venerazione, voleva avere anche un chiaro intento sociale, dato che i Mani erano simbolo ed emblema di coesione etnico-sociale, oltre che religiosa, indicando non solo i defunti circoscritti alla singola familia ma i defunti di tutte le gentes, o meglio le anime degli antenati, di tutti gli antenati, che meritavano non solo rispetto ma soprattutto devozione.

Il loro culto era già attestato nella Roma di età arcaica e lo stesso Virgilio li identifica come le divinità dell’oltretomba. Anche se molto discordanti sono le tesi a riguardo, ab origine, i Mani erano sicuramente divinità ctonie, secondo la communis opinio predominante, divinità benevole. Lo stesso significato letterale di Mani è ancora oggi molto contraddittorio e dibattuto. Con molta probabilità si può attribuirlo all’aggettivo arcaico di manis ossia benevolo, buono.

Altra tesi, ugualmente molto probante, vuole far derivare il termine Mani direttamente da radice sanscrita, Mana ossia spirito. Il culto dei Mani si ricollega inoltre alla divinità Mania, personificazione della pazzia, considerata madre primigenia dei Mani. Molto frequenti sono le devotiones, che si esprimevano con incisioni perlopiù sepolcrali di tal guisa: “Diis Manibus” e “Diis Manibus Sacrum” che inequivocabilmente testimoniano, oltre la pregnanza di questo culto minor, sui generis, anche la sacralità indissolubile, autentica e profonda verso gli antenati.

I Mani avevano il compito di vegliare sui viventi, di proteggerli, di garantire la vittoria in battaglia e per loro intercessione, si riusciva a prevedere il futuro, in estrema sintesi i Mani erano numi tutelari. Le anime dei trapassati secondo la tradizione, vagavano nell’aldilà e se non adeguatamente venerate, trascurate, o malauguratamente dimenticate invece di essere entità benevole potevano ritornare sulla terra o comunque ritorcersi contro i parentes indegni, dispensando malattie, dolori e sventure. Per mantenere sempre vivo questo legame spirituale e simbolico con gli antenati, i Romani ben pensarono di propiziarseli adornando le tombe con profumati fiori e allestendo sontuosi banchetti, ove non mancavano vino e succulenti cibarie che venivano consumate nel refrigerium, il banchetto in onore dei defunti. Lo stesso pater familias attraverso antichi rituali allontanava gli spiriti vaganti che potevano turbare la quiete familiare e sociale. L’atavica paura dell’incertezza e della frammentarietà del futuro spingeva gli antichi a creare un legame solido con i defunti, considerati come entità privilegiate, perché avevano una duplice cognizione, del mondo dei viventi ma anche dell’oltretomba, erano una parentesi o se vogliamo una cerniera tra il passato e il futuro, tra il mondo materiale e l’oltretomba.

Proprio per esorcizzare le paure si voleva creare un alibi psicologico che nessuno meglio dei familiari defunti poteva garantire, in ossequio a quell’ affectio sanguinis che già si era verificato in concreto sulla terra per rinsaldarlo ab eterno. In estrema sintesi il pactum solenne che si andava a suggellare con i propri defunti era basato sul rispetto e venerazione da parte dei  vivi in cambio di protezione dalla avversità da parte dei Mani.

 

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