Il capitale ha dichiarato guerra ai confini, alle nazioni e alle democrazie

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La tendenza denazionalizzante del nuovo spirito del cosmopolitismo deve essere posta in relazione anche con i processi di individualizzazione neoliberale delle società: cosmopolitismo e individualismo si rovesciano l’uno nell’altro, portando a compimento il processo di neutralizzazione del legame sociale e dei soggetti collettivi (dallo Stato al popolo, dalla classe sociale alla comunità territoriale).

Era già noto al Leopardi dello Zibaldone il paradosso in coerenza con il quale la raison moderna, che “ha voluto che il mondo fosse tutto una patria”, conduce a un individualismo cosmopolita che, lungi dall’unire l’umanità tutta come un’unica comunità senza frontiere, la atomizza secondo l’ordine delle monadi di consumo. Non esistono più le patrie nazionali e ciascun individuo diventa patria per se stesso; o, detto altrimenti, la fine dell’amor di patria conduce non già al fantomatico amore universale, bensì all’egoismo smisurato dell’amore dell’individuo per se stesso, vale a dire alla monadologia del liberalismo cosmopolita (con le parole di Leopardi, “tutte le patrie si sono divise in tante patrie quanti sono gli individui”).

Anche in quest’ottica, occorre ribadire la distinzione fondamentale tra un sano internazionalismo, che istituisca un nesso solidale tra gli Stati nazionali, rendendo permeabili i loro confini, e le insidie del globalismo sconfinante dei mercati: quest’ultimo, abbattendo i confini e le sovranità con la promessa dell’attuazione della global democracy, dissolve invero le condizioni stesse di ogni possibile politica democratica (nonché le pur imperfette democrazie realmente esistenti). E si rivela complementare rispetto al nazionalismo regressivo dei muri.

Sconfinamento, desovranizzazione e dedemocratizzazione finiscono, così, per costituire la galassia concettuale fondamentale, sul piano politico (o post-politico) del mondo a forma di merce. Ciò, peraltro, interessa anche il mondo della vita nelle sue determinazioni più generali, se si considera che una costante della “società liquida”, opportunamente registrata dalla sociologia, riguarda la perdita di confini dell’agire quotidiano di tutti e di ciascuno.

La Lebenswelt, il “mondo della vita” (Husserl) dei “cittadini globali” in balia dell’erranza cosmopolitica risulta condannata alla massima interdipendenza, potenziata dalla comunicazione telematica, in una sorta di società transnazionale globalizzata. Per quel che propriamente concerne gli Stati, l’abbattimento dei confini e delle sovranità nazionali risolve unilateralmente la strutturale ambivalenza di entrambi: i confini e gli Stati nazionali possono dare luogo a esperienze sia democratiche, sia non democratiche, come la storia novecentesca non smette di insegnare. Il muro e lo Stato autoritario ne sono la testimonianza incancellabile.

Il superamento dei confini e degli Stati sovrani, per parte sua, conduce allo scenario, univocamente e strutturalmente non democratico, dell’economia globale: che, in termini marxisti, potrebbe altresì intendersi come la dittatura della classe dominante cosmopolitica, occultata sotto la maschera della sacra voluntas dei mercati apolidi.

Come si è cercato più estesamente di mostrare in Glebalizzazione, l’“inglobalizzazione”, ossia la westoxication connessa all’inclusione neutralizzante di ogni popolo del pianeta entro i confini blindati del nuovo ordine mondiale, genera al tempo stesso la “glebalizzazione” del popolo in questione, condannato alla polarizzazione capitalistica e alle connesse forme di supersfruttamento: favorisce, dunque, il “passaggio a occidente” (Marramao) di ogni area del pianeta sotto la dittatura glamour del “globalitarismo”, vale a dire del totalitarismo della civiltà classista del mercato sconfinante e tendenzialmente sconfinato.

L’abbattimento dei confini e delle frontiere appare ancora una volta di primaria importanza per la nouvelle raison du monde, di modo che sia, eo ipso, annullata la possibilità politica di intervento nei territori e si imponga un modello unico indistinto, senza barriere reali o simboliche. Con una formula, la globalizzazione è uno sconfinamento: sfondamento di confini, decostruzione di geometrie politiche e passaggio del mondo intero sotto il segno del medesimo indifferenziato paiono essere le sue cifre fondamentali. In termini hegeliani, l’elemento sittlich dello Stato verrebbe annichilito e, in suo luogo, prevarrebbero l’anomico “regno dei mercati”, dove si è quel che si ha, e il “sistema dei bisogni”, ossia l’atomistica concorrenziale della società di mercato planetarizzata: senza il controllo da parte della superiore istanza dello Stato, la “bestia selvatica” del mercato è in grado di produrre soltanto, ancora con Hegel, immani “tragedie nell’etico”.