Il capitalismo odia il cristianesimo

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In coerenza con la cornice teorica da noi delineata in Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo, il capitalismo assoluto-totalitario (o turbocapitalismo) quale si è venuto istituendo a partire dagli anni Sessanta del “secolo breve” procede annichilendo ogni limite che possa ostacolarne o anche solo rallentarne la logica di sviluppo e di riproduzione. La sua logica è la colonizzazione senza residui del reale e del simbolico, secondo il ritmo di quella onnimercificazione che ha per orientamento teleologico nient’altro che l’illimitata e illimitabile volontà di potenza e per fondamento l’abbattimento di ogni limite materiale o immateriale: il turbocapitalismo si fa absolutus, “perfettamente compiuto”, allorché diviene “sciolto da” (solutus ab) ogni limite che possa contenerlo, disciplinarlo e magari anche fermarne l’avanzata. L’abbattimento incessante di limiti e bastioni di resistenza all’onnimercificazione è ciò che, in ogni sua determinazione, viene celebrato come “progresso” dal nuovo ordine mentale di completamente del nuovo ordine mondiale sotto le insegne del capitale.

Per converso, “regresso” è il nome con cui l’ordine del discorso dominante delegittima ogni figura del limite o, più semplicemente, del non allineamento rispetto all’avanzata onniavvolgente della forma merce e della reificazione del mondo della vita: e ciò, nel quadro post-1989, vale tanto per elementi stricto sensu “materiali” e politici, come lo Stato sovrano nazionale (del quale ci siamo occupati in Glebalizzazione) come ultimo baluardo della sovranità popolare e dell’autonomia del politico, quanto per la dimensione propriamente spirituale legata alle identità culturali (al centro del nostro Difendere chi siamo) e, appunto, alla religione della trascendenza. La volontà di potenza illimitatamente autopotenziantesi, per poter realizzare se stessa, deve colonizzare l’intero pianeta, secondo la dinamica di ciò che usualmente appelliamo “globalizzazione” (nome pudico per la nuova figura dell’imperialismo), e deve, uno motu, impadronirsi delle coscienze di tutti e di ciascuno, producendo l’abbattimento di ogni sovranità culturale e spirituale, appunto la dis-identificazione (l’annichilimento di ogni identità) e la sdivinizzazione del mondo (la neutralizzazione di ogni senso del sacro e della trascendenza). Nel caso specifico, il cristianesimo – ma un discorso per certi versi analogo, al netto delle differenze non trascurabili, potrebbe svolgersi per l’islam – figura sotto ogni profilo incompatibile con le nouvel esprit du capitalisme, dacché, oltre a custodire il senso del sacro e della trascendenza, vive storicamente in istituzioni concrete che, come la Chiesa di Roma, presentano una propria autonomia e, se si vuole, una propria sovranità politica oltreché spirituale.

Sicché la così in auge formula “guerra di religione”, con cui il discorso postmoderno tende a liquidare tout court ogni religione della trascendenza in quanto assimilabile al fanatismo dai risvolti potenzialmente terroristici, potrebbe, forse, essere rovesciata nell’opposta locuzione “guerra alla religione”: locuzione con la quale, con un riorientamento del pensiero, alludiamo a) alla ormai palese incompatibilità tra religione della trascendenza e religione atea del mercato, tra cristianesimo e capitalismo, e b) alla non meno adamantina “guerra” – ora aperta, ora sotterranea – che la civiltà dei mercati ha dichiarato alla religione della trascendenza qua talis