Il caso Squid Game

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In generale in questa rubrica, anche per poter meglio accogliere anche chi col cinema magari non ha mai avuto tanto a che fare, cerchiamo di muoverci per universali, muovendo la nostra marcia da elementi che possono essere noti a tutti o comunque da fattori molto generici. Stavolta, per meglio capire un fenomeno ormai impossibile da ignorare, invertiremo il nostro normale modus operandi. Ragioneremo infatti in maniera induttiva, dal particolare all’universale.

E il particolare in questione si chiama Squid Game. Visti i numeri che è stata capace di macinare questa serie tv, difficile non l’abbiate neanche mai sentita nominare. Il prodotto, comparso nella libreria Netflix il 17 settembre di quest’anno (un po’ più di un mese fa, un po’ meno di due mesi) ha raggiunto in breve un successo clamoroso. Nonostante la sua relativamente giovane storia online, infatti, la serie distopica ha superato tutti i suoi predecessori, attestandosi oltre le 100 milioni di visualizzazioni e imponendosi come prima nella parade degli sceneggiati più visti. È incredibile pensare a quanti numerosi titoli arcinoti e più lontani nel tempo, nonché più longevi nella loro durata, siano stati doppiati in un battito di ciglia. È questo il caso di Bridgerton, seconda posizionata in questa milionaria classifica, ferma a “soli” 82 milioni di accessi e seguita a maggior distanza dai vari Lupin, The Witcher, Stranger Things, tutti attestati tra i 70 e i 60 milioni di visual.

Prima di tirare le somme, capiamo un attimo di cosa stiamo parlando. Se foste tra i pochissimi che non hanno avuto voglia o tempo di “incontrare” Squid Game, vi faremo noi da ciceroni. L’opera ideata da Hwang Dong-hyuk (il quale ha atteso ben 12 anni prima di vedere finanziato il suo progetto) parla di un distopico gioco a premi in cui, dopo aver superato una serie di prove, un unico vincitore finale può tornare a casa con un ricchissimo bottino. Ma appunto, nel mezzo ci sono le prove da affrontare: ed ogni prova implica la morte di buona parte dei giocatori. Insomma, il drama muove da dinamiche molto care all’universo narrativo degli ultimi anni: chiari sono i riferimenti ad Hunger Games o ad altri film/anime a macchia di leopardo (ne abbiamo anche parlato in un articolo precedente). Sono chiari poi i punti di forza della serie: personaggi carismatici, inaspettati colpi di scena, inserimento della narrazione in un cosmo caotico e non auspicabile, ottimo utilizzo di tutti i sistemi necessari alla creazione di continui cliffhanger. Ciò che però, secondo il parere di molti, diversifica il prodotto dai tanti modelli ispiratori è la capacità del titolo di raccontare le problematiche sociali di uno stato per molti sconosciuto, accompagnando alla mera finalità ludica un sostrato d’altro livello. I toni del girato restano peraltro sempre cupi: e non si tratta solo di un’esigenza del theme prescelto (vedere centinaia di persone morire “per gioco” non è ovviamente motivo di giubilo), ma anche una conseguenza di una scelta “non forzata”. Sì perché nessuno dei concorrenti di questo death game è obbligato a parteciparvi. I tanti individui che popolano la scena si presentano in gara di loro spontanea iniziativa. Senza commettere troppi spoiler, si può dire che viene loro concessa una possibilità di abbandonare questo inferno di trappole e denaro insanguinato, ma la ciurma decide di proseguire, in barba ai rischi. Il regista, con un’abile sequela di approfondimenti sui vari sfidanti al montepremi finale, ricuce il gap con il mondo reale, con la Corea del Sud di tutti i giorni.

Piccola ripetizione di geografia. La Corea del Sud è un paese asiatico situato a una manciata di chilometri dal Giappone. La sua capitale è Seul e la sua economia è da più di una ventina d’anni in ininterrotta ascesa. La crescita del Pil e lo sviluppo di un avanzatissimo comparto tecnologico-informatico non devono però trarre in inganno: la società sudcoreana vive di enormi sperequazioni all’interno della sua popolazione, e il problema non accenna a diminuire la sua portata. Non è un caso che tra i protagonisti delle puntate ci sia un anziano affetto da demenza senile: in Corea del Sud le case di riposo sono molto richieste ed affollate, poiché i ritmi della vita caotica e iper-performante in città sono tali da concedere spazio alla vicinanza con i familiari, specialmente i più deboli e bisognosi. Va da sé poi che le condizioni di vita in queste strutture non sempre sono delle migliori, visti i bassi prezzi a cui molte volte vengono concessi. Molti dei contendenti alla vittoria provengono poi dai ranghi dei liberi professionisti: molti hanno visto fallire le loro attività, sono costretti a vivere in topaie squallide e al limite dell’umano, si ritrovano indebitati fino al rene (letteralmente, stando ad una delle prime puntate). È questo il destino di molti giovani in Corea del Sud che si trovano costretti a fare i conti con il lato oscuro di questa crescita miracolosa, come affermato anche in un’inchiesta internazionale riportata da Il Post. Degno di rilievo inoltre il riferimento ad una giocatrice giunta in Corea del Sud dritta dritta dal vicinato più scomodo. Kang Sae-byeok, nome per noi naturalmente di difficile memorizzazione, è un’immigrata fuggita dalla Corea del Nord. Fin da subito viene discriminata per le sue origini dai suoi “colleghi di gioco”. Non ci è difficile immaginare il perché: le due Coree trascinano una situazione di perenne guerra fredda tra di loro dagli anni ’50 dello scorso secolo e rappresentano due filosofie di vita praticamente agli antipodi. Interessante poi notare anche la presenza di un giocatore proveniente da una cosca criminale, altro grattacapo di non poco conto per il governo di Seul, vista la radicalizzazione di alcuni gruppi mafiosi dal 1953 ad oggi.

Insomma, mai fermarsi alle apparenze quando si ha di fronte un qualsiasi genere di media audiovisivo. La superficie è solo una minima parte di ciò che quell’opera può trasmetterci…