Il cinema e il caso Moro

Fonte Immagine: tiscali

Era il 16 marzo del 1978. Gli anni di piombo si succedevano rivestiti di tutto il loro pesante fardello e soffocavano le coscienze, accecandole e immergendole in una fitta nebbia fatta di terrore e sangue. Via Fani, un vialone non molto distante dal centro pulsante della capitale della penisola, centro delle istituzioni politiche, dei volti che già allora riempivano gli spazi di telegiornali e documentari. Qui si consumò uno dei rapimenti che, più di tutti, scosse l’opinione pubblica e precipitò l’Italia in balia del sentimento di angoscia concertato dalle Brigate Rosse. Un’unità armata del gruppo terroristico di estrema sinistra più noto del periodo riuscì nel sequestro di Aldo Moro, uno degli esponenti di spicco della DC e tra i principali artefici di un nascente governo di larghe intese, dando luogo a 55 giorni di spietata prigionia conclusasi con l’assassinio del politico. L’Italia intera, dopo essere rimasta praticamente per due mesi col fiato sospeso, si risvegliò nel segno della violenza e della vendetta, mentre una buona fetta del parlamento si giustificava riaffermando di essere stata costretta a seguire la “strategia della fermezza”: nessuna trattativa con i terroristi, nessuna legittimazione, nessun dare-avere. 

Ancora oggi, a più di 40 anni da quella dinamite gettata direttamente nelle fondamenta dell’edificio scricchiolante della nostra democrazia, tra luci e ombre mai esplorate, quel caso affascina e crea riflessioni in artisti e registi. Uno su tutti, senz’ombra di dubbio, è il tre volte vincitore del David Marco Bellocchio. Il direttore artistico emiliano ha sempre amato lavorare su sceneggiature ricavate dai grandi avvenimenti della storia italiana, analizzandone lucidamente le conseguenze e provando, di volta in volta, a far rivivere un intero periodo attraverso le vite dei suoi personaggi fin dalle sue primissime esperienze: ecco infatti gli scontri e i sotterfugi tra DC e PCI riassunti nel alter ego di Vittorio Malvezzi in La Cina è vicina; o ancora ecco l’infernale epopea di Mussolini riconsiderata per mezzo dello sguardo misto d’amore e odio di una delle sue amanti rinnegate, Ida Dalser; o, per finire, un’immersione nelle putride acque della mafia e degli attentati a Falcone e Borsellino per mezzo delle impressioni e delle parole di Tommaso Buscetta (alias uno strepitoso Pierfrancesco Favino) ne Il traditore. Bellocchio, a dirla tutta, aveva già precedentemente soffermato il suo sguardo indagatore sul caso Moro: nel 2003 aveva infatti diretto un magistrale Roberto Herlitzka perché indossasse i panni del due volte presidente del consiglio italiano finito tra le mani dei suoi sicari nel film intitolato - da una poesia di Emily Dickinson che ben riassume, profetizzandole, le scissioni interne di quegli anni – Buongiorno, notte. In quell’occasione, Bellocchio aveva tentato di riportare alla memoria uno degli istanti più duri dell’evoluzione politica del belpaese ponendo sotto i riflettori soprattutto il rapporto tra Moro (quasi beatificato nella sua versione cinematografica, visto il suo puro attaccamento alla famiglia e al santo padre, capace di commuovere persino i suoi carnefici) e i suoi sequestratori, immortalati anche nella loro vita di tutti i giorni, assaliti dai dubbi, dalle incertezze su ciò che stavano compiendo. La figlia di Moro, ovviamente, non accolse di buon grado questa interpretazione così originale, aborrendo l’opera di Bellocchio. Ciò non bastò, comunque, ad arrestare il successo del prodotto, che si accaparrò numerose nomination tra i festival più importanti d’Europa ottenendo anche un premio al miglior attore non protagonista proprio per Herlitzka ai David dello stesso anno. 

Arriviamo, dunque, al 2022. Quella trattazione del caso Moro, forse più incentrata su una revisione emotiva dell’accaduta, con la volontà di indagare sul sentire dei “veri protagonisti”, per quanto negativi, della vicenda (i brigatisti), non deve essere stata percepita da Bellocchio come sufficiente a spiegare la complessità di un avvenimento che colpì così profondamente la nostra repubblica. Questo il motivo per cui, a ben 19 anni dall’uscita nelle sale di Buongiorno, notte, Bellocchio è tornato alla carica con Esterno notte, un’operazione colossale e che sembra avere tutti i presupposti per lasciare un segno indelebile nel nostro cinema contemporaneo. Colossale, innanzitutto, è il minutaggio del lungometraggio che infatti, proprio per questo motivo, verrà spezzettato in due tronconi da 150 minuti ciascuno per una duplice proiezione in sala in date diverse. Si tratta di un vero e proprio ritratto di un’epoca, immortalata mediante le parole e le azioni di coloro i quali dovettero agire in prima persona per tentare di porre un freno alla ferocia delle BR. Il testimone del narratore, attraverso una sequenza di episodi (che episodi saranno per davvero: il film verrà infatti suddiviso in episodi da 55 minuti per una successiva trasmissione sulla rete pubblica in autunno) in cui il punto di vista principale andrà modificandosi. Dapprima infatti seguiremo la vicenda tramite il racconto di Francesco Cossiga, in quel momento ministro dell’interno sulle tracce dei rapitori; quindi sarà la volta di Paolo VI, diviso tra il suo incarico spirituale e il timore da amico per la scomparsa di Moro; infine l’elaborazione del lutto affrontata da Eleonora Moro. 

Il lungometraggio, in gara a Cannes, ha già ottenuto il pieno di pareri positivi da parte della critica specializzata e sembra avere davvero tutti i numeri in regola per imporsi al pubblico come uno dei principali eventi della cinematografia degli ultimi anni. Una trama contorta e fonte di riflessioni, che tenta di rispecchiare un dramma realmente verificatosi; firme eccellenti sotto ogni punto di vista tra gli addetti ai lavori, dal regista al cast alla sceneggiatura fino ad arrivare alla fotografia. 

Non resta che sedersi in poltrona ed assistere alla Storia sullo schermo.