Il coraggio delle idee: Margaret Thatcher

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Basterebbe ricordare il totale euroscetticismo della Thatcher, quello che nel ‘90 le costò la carica di primo ministro, a manifestare la visionaria chiarezza delle idee di una “donna di ferro” che, letteralmente, stravolse le regole economiche ma soprattutto sociali di una delle più grandi nazioni del mondo.

Margaret Thatcher ha dimostrato alla Gran Bretagna e all’Occidente che conquistare una realtà diversa si può ed è compito di ogni leader del mondo libero lavorare affinché le difficoltà quotidiane non costringano alla costante riduzione delle legittime e necessarie ambizioni ma impongano di allungare il passo, nonostante la faticosa distanza da percorrere.

“Iron Lady”, così come la soprannominò il quotidiano russo Krasnaya Zvezda, rivoluzionò la politica britannica, concependola non più al servizio di un concetto di società ormai amorfo bensì il mezzo per rendere migliore la condizione degli individui, intesi come uomini, donne e, quindi, famiglie. Lei diede, finalmente, un volto ed un cuore a ciò che i propri colleghi consideravano corpo elettorale, un complesso di soggetti rispondenti ad uno stereotipo risultato da interpretazioni molto più vicine a contesti socialcomunisti che propriamente attinenti a Paesi in cui lo sviluppo è dettato da iniziative private, libere. Ha dimostrato che meno Stato non equivale ad uno Stato più debole, tant’è che scelse di dimettersi invece di arrendersi alla cosiddetta “U-turn”, la famosa marcia indietro che da anni era invitata a fare sia da colleghi conservatori che dai giornalisti britannici. E magari, sono gli stessi che, nel recentissimo passato, hanno propagandato la tanto agognata Brexit, manifestando tutta l’ipocrisia di una classe dirigente che dimostra una oggettiva inadeguatezza.

Comprese, prima di tutti ed in modo avveniristico, che in un mercato moderno, “tirando indietro il governo” si lascia spazio al settore privato, il quale ha la capacità di generare più crescita, e quindi “solide finanze e tasse più basse”. Ciò non implica un totale e rassegnato permissivismo da parte della macchina amministrativa, tutt’altro: il primato della nazione sarebbe stato garantito da regole ferree ed intransigenti adottate aprioristicamente dalla direzione centrale britannica, volte a tutelare l’individuo in quanto tale. Una guida salda e convinta, coadiuvante una rigenerata e nuovamente audace iniziativa imprenditoriale, comportò la riduzione del deficit, il taglio delle tasse ed una regolamentazione del mondo del lavoro più attenta ed equa.

L’obiettivo primario fu quello di abbassare la dilagante inflazione, causa nodale di disoccupazione e nemica dei piccoli risparmiatori, alla cui smisurata ed incontrollata espansione non corrispondeva il proporzionato aumento dei salari. E lo fece mediante una politica fiscale molto dura e violentemente necessaria, a fronte di uno sperpero di danaro, per una mal concepita azione Keynesiana, che faceva lievitare indefessamente la spesa pubblica. Immettendo della nuova moneta nel mercato, si innescò quel circolo vizioso che implicava meccanicamente l’incremento dei prezzi di ogni bene, ma non degli stipendi britannici. Ciò creava sfiducia nell’impresa britannica ed estera, con il conseguente crollo di investimenti nel Paese e quindi disoccupazione.

E l’utilizzo dell’ormai noto PNRR, approvato da un’Europa che non palesa visione politica nemmeno per il futuro prossimo, costituisce la testimonianza plastica di come le teorie thatcheriste non siano state considerate, confermando l’intramontabile massima per cui dalla storia si tende a non imparare nulla. La scelta di non accreditare questa nuova risorsa economica direttamente sui redditi, mediante quell’agognata redistribuzione della ricchezza sbandierata in ogni campagna elettorale, optando, quindi, per l’immissione sul mercato, tramite forme di progetti di dubbie finalità, ha già provocato uno straordinario quanto insopportabile super aumento riguardante i costi delle materie prime. L’inflazione, appunto.

Erano gli anni ’80, quelli dell’americano Reagan, quelli dell’italiano Craxi, quelli della britannica Thatcher: un’epoca in cui la convinzione delle proprie idee restituiva il coraggio di realizzarle.