Il covid e il Cigno Nero

Fonte Immagine: cinerunner

Sembra passata un’era da quel funesto 2020. Quel nemico oscuro, silenzioso, che tutti abbiamo dovuto fronteggiare, inermi, inconsapevoli, adesso ha assunto essenzialmente un volto. Stucchevole, fastidioso, irritante. Certo, nulla di grazioso. Ma niente in confronto al panico di chi si è visto, da un momento all’altro, crollare intorno ogni tipo di socialità, di legami, di costrutti che ormai si davano per scontati.

Oggi tutti, bene o male, siamo tornati alle nostre vecchie vite. Il processo non è per nulla ultimato, anzi. Tra imposizioni e pass, profezie su inevitabili risalite dei casi, proclami funesti, l’antica normalità resta solo un miraggio. Eppure, sembra che l’essere umano sia stato capace di sfangarla anche stavolta. Ci stiamo lentamente riassestando sugli antichi screzi, sui giurassici scontri, sui fasulli dibattiti che governavano le nostre esistenze pre-virus. Fatto sta che risulta quantomeno complicato tirare adesso le somme di ciò che ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle.

Ero assorto in questo nugolo di pensieri quando mi sono ritrovato a riflettere su di un film. O meglio, sul suo titolo. Il cigno nero.

Lo abbiamo nominato già nei nostri articoli precedenti. Si tratta di un’opera di Darren Aronofsky, autore, tra gli altri, di Requiem for a dream, The wrestler. Insomma, non titoli facili. E The black swan non inverte certo la fortunata tendenza seguita in carriera dal regista newyorkese. Ma veniamo al punto: la teoria del cigno nero. Probabilmente, in molti ne avrete sentito parlare. L’espressione prende origine dal saggio pubblicato nel 2007 da Nassim Nicholas Taleb, un imprenditore, matematico e trader di origini libanesi. Il concetto centrale attorno cui ruotano le argomentazioni dello scrittore è il succedersi, nella storia dell’uomo, di eventi di portata epocale, rari ed imprevedibili. L’invenzione della scrittura, della ruota, un’epidemia, per l’appunto. Fenomeni di tale portata da rivoluzionare completamente la percezione della realtà, scindendo il tempo in un prima e un dopo. La particolarità di tali avvenimenti, a detta di Taleb, è la loro totale inimmaginabilità a priori e l’impossibilità, ad essi legata, di comprenderne i futuri risvolti sulla vita e sulla società. Ritorniamo con la mente – e fortunatamente, solo con quella – ai primi attimi di questa epopea che ci accompagna praticamente da un biennio. Chi sospettava tutto ciò che è venuto dopo? Chi aveva pronosticato il lockdown, o il crollo dell’economia mondiale, o l’avvento dello smart working e dell’e-commerce. Forse in un universo parallelo, Bezos avrebbe qualche milione in meno nella tasca e i banchetti nelle nostre scuole qualche rotella mancante. Ma quel qualcosa è accaduto, quel qualcosa è scattato, modificando tutto ciò che è e sarà.

Ma cosa c’entra questo con l’opera di Aronofsky? Tutto e niente. Rimanendo brevi, la versione cinematografica de Il cigno nero racconta la nevrosi attraversata da una ballerina estremamente perfezionista e competitiva (Nina) finalmente capace di raggiungere il ruolo principale del balletto ispirato al capolavoro di Čajkovskij: Il lago dei cigni. La notizia verrà infatti inizialmente accolta con gioia, ma la paura di non riuscire a soddisfare le richieste e le aspettative di pubblico e dirigenti manderà Nina al collasso. Del cigno nero, come inteso da Taleb, neanche l’ombra. Ma alcuni paralleli, con il saggio di cui sopra e con la situazione che abbiamo vissuto, ci sono.

Per fare un semplice esempio, basta immedesimarsi nell’esperienza della protagonista. Dopo aver ricevuto la lieta nuova (un cigno bianco, all’apparenza), Nina si abbandona in una dolce esultanza. Ma non ha ancora fatto i conti con i demoni al suo interno. Ecco allora, forte e chiaro, quella sensazione di chiuso, di claustrofobico, di tête-à-tête con sé stessi. Il camerino, la stanza di casa, si trasformano in sanguinosi fronti di guerra, in un perpetuo e inesorabile conflitto interiore. E sono questi i due ambienti che più Nina frequenta, in una sorta di autoimposta quarantena. E noi, davvero ci siamo comportati diversamente? Quanti annunci siamo stati capaci di sventolare ai quattro venti: ne saremmo usciti fuori migliori, ci saremmo flessi ma non spezzati.

Taleb aggiunge, nel corso della sua esposizione, l’importanza di analizzare in maniera relativa ciascun accadimento. Non tutto sarà positivo o negativo allo stesso modo per chiunque. Per rendere questo discorso attraverso una metafora semplice, se non divertente, Taleb parla di teoria del tacchino: la morte di quest’ultimo sarà di sicuro più sofferta per il tacchino stesso che per il suo macellaio. Dunque il consiglio spassionato – oltre che ovvio – che Taleb si sente di rilanciare dalle pagine del suo libro è l’importanza di saper trarre del buono anche dalle situazioni peggiori, proprio per evitare di fare “la fine del tacchino”.

Sarà solo la storia a raccontarci la verità, forse tra qualche decennio se non più tardi ancora: riusciremo davvero a tramutare questo fosco cigno in una sua più candida trasposizione o ci saremo arresi di fronte alla marea innescata dall’agente patogeno di Wuhan? Ai posteri l’ardua sentenza.