Il culto misterico di Dioniso nel mondo antico

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Nel pantheon greco arcaico e classico, confluivano e convivevano, divinità uraniche, legate ad elementi aerei e celesti e divinità ctonie, legate alla Terra. Tra le divinità strettamente legate alla Terra, si impongono per enorme diffusione sugli altri culti, Demetra, divinità salutifera specificamente legata all’ agricoltura e al grano, e Dioniso, connesso alla coltivazione della vite e alla fertilità. Entrambi i culti sono associati ed interconnessi. Inizialmente il culto delle divinità ctonie era prevalentemente diffuso nelle aree suburbane e rurali, in particolare tra i contadini, rispetto al culto per le divinità olimpiche, che riguardava gli aristocratici ed era circoscritto entro il limes delle poleis. Il dionisismo fu diffuso nel mondo antico da sacerdoti itineranti e le cerimonie si svolgevano in luoghi celati, soprattutto nottetempo, privilegiando zone poco accessibili, luoghi boscosi e maggiormente luoghi umidi quali antri e caverne, connessi con la stessa fertilità femminile.In epoca classica, i culti dionisiaci furono celebrati pubblicamente anche nelle poleis. Il culto dionisiaco è bollato ed identificato, a buon diritto come culto misterico, anzi come il culto misterico per antonomasia. Si può meglio e più compiutamente comprendere la reale portata e l’incidenza nel tessuto sociale di questo culto analizzandone le peculiari manifestazioni esterne. Il carattere fisionomico ed indefettibile del culto dionisiaco è in primis la dimensione orgiastica,che rappresenta l’aspetto più conosciuto anche dai non addetti ai lavori, ma non è l’unico. Travestimenti ferini, danze sfrenate, uno stato psichedelico oltre ad un’alta carica di erotismo, ne costituivano le plurime modalità di attuazione del culto stesso. Dioniso, divinità poliedrica, androgina, era identificato nel mondo latino come Bacco il cui significato indica “clamore/frastuono”, da cui si fa derivare anche il termine baccano. Oltre al dio dell’ebbrezza mistica e del vino è anche il dio del teatro, del piacere fisico, dell’esaltazione dei sensi, della prorompente vis della natura,della fertilità e delle pulsioni. Prodromico e assolutamente necessario per la comprensione dei fatti, risulta essere l’analisi dell’etimo “misteri”. Il verbo greco myein, da cui deriva mistero,significa tacere o non riferire ad altra persona quanto si è visto o sentitoe nella fattispecie più specifica, occulto e riservato. Culto quindi riservato a chi? Riservato agli iniziati. Questi riti segreti in onore di Dioniso, vennero indicati proprio con il termine latino “initia”. Potevano parteciparvi solo coloro che fossero stati iniziati. L’ adepto durante i misteri era in piena simbiosi con la divinità. Il termine enthousiasmos, che letteralmente indica “essere tutt’uno o essere nella divinità stessa”,esprime magnificamente la suddetta condizione tra iniziato e divinità.A differenza di quanto può sembrare prima facie, le fonti letterarie a riguardo abbondano, ma risultano essere poco illuminanti, anzi, spesso molto ripetitive, offrendo pochi e scarni particolari sulla celebrazione, sui rituali e sugli oggetti utilizzati. Questo vulnus, sarebbe proprio da ricondurre alla condizione di segretezza a cui dovevano attenersi coloro che prendevano parte ai riti. Oltre al massiccio abuso di vino, che differiva sensibilmente dalla bevanda che conosciamo adesso perché molto più densa ma soprattutto eccessivamente alcolica, venivano utilizzati anche altri miscugli. Certo è anche l’utilizzo di funghi ed erbe allucinogene che inducevano ad un volontario stato di trance estatica. Alcuni studiosi, fanno espresso riferimento a bevande a base di diversi cereali fermentati, intesi quali agenti psicoattivi. Jacque Brosse parla di“sacra pozione delle Baccanti”, proprio ad evidenziarne la composizione ottenuta da più elementi opportunamente e sapientemente miscelati. Più probante risulta essere l’impiego del vino come liquido base, ove venivano fatte macerare, radici, fiori e foglie con altri ingredienti psicoattivi quali funghi ed erbe.Interessante appare a tal riguardo, un altro elemento vegetale, l’edera sacra a Dioniso, che aveva una duplice funzione, sia ornamentalema soprattutto una valenza volta a produrre effetti obnubilanti e psicotropi una volta masticata.Euripide nella tragedia “Le Baccanti”, considerata la maggiore opera teatrale di tutti i tempi, offre uno spaccato dei misterya dedicati a Dioniso, facendone emergere la sua piena portata, oltre che mistica anche e soprattutto macabra e cruenta. La trama dell’opera è incentrata proprio sui culti dionisiaci e sulle varie vicende che ne costituiscono il mito. Particolarmente significativo risulta la scena che si consuma sul monte Citerone ove si riunirono le Baccanti, ossia le donne che celebravano i riti di Bacco/Dioniso. Queste donne, durante i cerimoniali erano capaci di far sgorgare vino dagli anfratti e dalle rocce. Durante il cerimoniale, in preda alla mistica fusione con la divinità diventavano incontrollabili, capaci di commettere aberranti delitti. Si scagliavano sulla preda, come traspare anche da Euripide, in modo selvaggio, come capitò su un’intera mandria di buoi e li squartarono vivi, consumando carne cruda in modo ferino. Avveniva così una vera e propria teofagia a seguito dello smembramento rituale.L’animale sacrificato, perlopiù selvatico doveva essere cacciato al momento e le sue pelli ancora grondanti di sangue caldo dovevano essere all’uopo indossate. Danze frenetiche e ossessive al suono di cembali,timpani, flauti e tamburi accompagnavano i riti. Le feste dionisiache si ripetevanociclicamentealmeno nel mondo greco, quattro volte l’anno: le piccole Dionisie (dicembre-gennaio), Lenee (gennaio-febbraio), Antesterie (febbraio-marzo) e le grandi Dionisie(marzo-aprile), durante le quali venivano cantate le gesta della divinità così come tramandate, per esaltarne il vincolo tra il seguace e la divinità stessa. Nasceva così il ditirambo prima quasi ex abrupto, poi elaborato e cantato da poeti, divenendo una primordiale forma di teatralità che confluirà nel dramma. Per un riferimento cronologico, in Campania il dionisismo si attesta a Cuma già alla fine del VI secolo a.C. Particolarmente rilevante è sottolineare che sia dalle fonti letterarie sia nell’iconografia, i rituali si fondono e confondono con il mito. Le donne risultano essere le maggiori destinatarie e depositarie dei misteri. Proprio le sacerdotesse indossando la nebride, la pelle del cerbiatto o una pelle di volpe, danzavano e gridavano forsennatamente in preda alla mania, costituendoil fulcro del corteo, il mitico tiaso di Dioniso, composto da sileni, menadi e satiri. L’ esaltazione comunitaria ed orgiastica della vita in tutti i suoi aspetti più bestiali costituiva una parentesi spazio/temporale di salvezza e onnipotenza, che si voleva suggellare anche per l’eternità, annientando la pura materialità e contingenza del presente. Alla missione salvifica si accedeva attraverso la grande porta dell’ebrezza mistica che immediatamente collegava l’umano alla divinità per goderne tutti i benefici.

 

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