Il dilemma della sicurezza

Fonte Immagine: avig

Una ipotesi di studio.

Sul conflitto russo-ucraino due mi sembrano le posizioni più nette e coerenti, e, se si vuole, meno pusillanimi: quella filorussa e quella atlantista, tra l’altro ennesime testimonianze della persistente attualità del criterio amico/nemico di schmittiana memoria. In quanto alle posizioni che si possono sintetizzare con un “né-né”, vale a dire né con Putin, né con la Nato (ma con l’Ucraina), mi sembrano frutto più di tic ideologici che di effettiva capacità di lettura del reale, oltre che, come si sarebbe detto una volta, oggettivamente atlantiste, visto che una eventuale sconfitta di Putin non avrebbe altro risultato, al di là dei “desiderata” onirici s’intende, che un gigantesco rafforzamento del fronte atlantista e ‘progressista’. Senza scomodare oltremisura Norberto Bobbio e quelle che lo studioso torinese chiamava “le dure repliche della storia”, voglio qui piuttosto provare a dare, in estrema sintesi, e senza spacciarmi per un esperto di geopolitica, cosa che non sono, prescindendo pure dalle riserve che nutro sull’effettiva scientificità di detta disciplina, una diversa chiave di lettura delle ragioni ultime del conflitto in corso, che mi paiono riconducibili al noto “dilemma della sicurezza”.

Tenendo ovviamente sullo sfondo le geniali analisi svolte da Tucidide nella sua “Guerra del Peloponneso”, con dilemma della sicurezza s’intende una serie peculiare di comportamenti degli Stati nei loro reciproci rapporti, tenuti in una arena internazionale interpretata in senso realista, cioè con attori interessati innanzitutto al mantenimento del loro status di potere, in una condizione di anarchia, cioè di assenza di istanze terze e sovrastatuali. Nello specifico, ci si riferisce al rapporto tra gli Stati ucraino e russo. Ora, il dilemma nasce - Tucidide insegna - dal timore per la propria sicurezza, che a sua volta rimanda alla capacità di preservare la propria indipendenza e i propri assetti di potere. In altre parole, il timore rende insicuri, e l’insicurezza spinge a implementare tutte le possibili risorse e situazioni atte a rafforzare la propria sicurezza. Ma in tal modo, è evidente che ciò finirà per essere letto come una minaccia dagli Stati vicini, che quindi a loro volta adotteranno tutte le possibili misure in grado di rafforzare la loro sicurezza, con effetti a cascata che possono condurre sino alla guerra, cioè, paradossalmente, alla condizione di massima insicurezza. In altre parole, il dilemma della sicurezza è tale perché può ingenerare effetti magari inintenzionali ma comunque in grado di dar vita a una infermabile escalation. 

Nel caso in questione, l’insicurezza ucraina, non potendo ovviamente dirigersi verso l’aumento delle risorse militari, che nel migliore dei casi sarebbero comunque rimaste incomparabilmente inferiori a quelle russe (non essendo un confronto tra superpotenze), ha guardato all’ingresso nella Nato come unica, vera garanzia per la propria sicurezza, in tal modo spingendo la Russia, sempre per ragioni di sicurezza, a chiedere assicurazioni sul non ingresso della stessa Ucraina nell’Alleanza atlantica. In parole povere, legittime ragioni di sicurezza possono essere invocate da entrambi i belligeranti, e appunto paradossalmente, proprio questa situazione ha finito per condurre alla guerra.

Ovviamente, il dilemma della sicurezza non ha la guerra come suo sbocco inevitabile. Lo dimostrano la corsa agli armamenti e la deterrenza atomica durante la guerra fredda, che pur giustificate appunto dal dilemma della sicurezza non hanno comunque scatenato conflitti diretti tra le due superpotenze. Certo è però che fare il primo passo distensivo comporta sempre una ineliminabile percentuale di rischio in quanto potrebbe avere come suo esito il cadere nel cosiddetto “dilemma del prigioniero”, in base al quale non converrebbe, razionalmente, in un ‘gioco’ non cooperativo, fare una prima mossa del genere, perché l’altro attore potrebbe trarne un vantaggio significativo laddove continuasse a perseguire la sua politica di implementazione della sicurezza. Ma un’accorta azione diplomatica avrebbe potuto, nel caso russo-ucraino, offrire garanzie a entrambi gli attori, ad esempio sancendo formalmente la neutralità dell’Ucraina in maniera da rassicurare Mosca sui timori per la sua sicurezza, con in cambio concessioni sia territoriali (ad esempio mantenere il Donbass all’interno dello Stato ucraino come regione autonoma), sia diplomatiche (formali assicurazioni di non intervento militare). Oltretutto, in tal modo l’Ucraina, beneficiando anche della sua posizione geografica, avrebbe magari potuto diventare un fondamentale snodo di traffici e di reti energetiche tra Est e Ovest, una sorta di “porta d’Oriente”, una Venezia del XXI secolo. Oggi, al contrario, il suo futuro è molto più incerto.