Il dramma della Chiesa spiegato con Carlo Levi

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Dei processi di profanazione e di dissacrazione preconizzati da Pasolini e oggi divenuti scene di ordinaria postmodernità si trova una possibile anticipazione letteraria in Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi (1945), su cui ha richiamato l'attenzione Marco Sambruna nel suo "Il declino del sacro". Il vecchio parroco di paese, don Trajella, è un uomo debole, fragile, alcolizzato e denso di peccati, comprese le licenze carnali. Ma è ancora un uomo di Dio, dedito alla povertà evangelica e radicato nel mondo contadino, di cui è parte. Crede autenticamente in Dio ed è animato dal desiderio sincero di convertire al cristianesimo i suoi compaesani. In altre parole, don Trajella è ancora un vero cristiano: non è affatto estraneo al mundus, ma non se ne lascia assorbire, consapevole com’è che la verità dell’immanenza rinvia alla superiore sfera della trascendenza.

Nella narrazione di Levi, la situazione di don Trajella precipita, allorché, nella predica di Natale, si presenta ubriaco sul pulpito e smarrisce le note che doveva leggere. Ne segue uno scandalo generale, principalmente presso gli uomini del partito fascista. Per questo motivo, viene sostituito dall’autorità fascista del paese con un nuovo parroco, pingue e ben agghindato, un vero uomo di mondo. Il nuovo parroco – “astuto e diplomatico” – sa trattare con i signori come con i contadini, risponde appieno ai parametri richiesti dal potere: non mira a convertire nessuno, né è realmente custode dei valori cristiani. Semplicemente, è coerente con l’ordine mondano vigente, figurando come uno di quegli uomini “scaltri, abituati a viver bene, abili ed esperti della vita dei contadini”. Senza esagerazioni, si potrebbe sostenere che egli è un non cristiano che si rivolge a non cristiani, perché non divengano cristiani, ma perché si conservi immutato lo status quo. Il nuovo parroco addomestica il messaggio cristiano, profanandolo e rendendolo semplice orpello di completamento e di giustificazione dell’ordine mondano dominante. Se don Trajella era un prete cristiano, che, al netto dei suoi difetti e dei suoi errori “umani, troppo umani”, aspirava a far trionfare i valori cristiani, il nuovo parroco è il prodotto ideale del potere costituito e dell’ordine della produzione. È, in altri termini, l’emblema della religione cattolica neutralizzata e ridotta a fede low cost per gli abitatori del mundus. Ed è, peraltro, l’immagine plastica di quanto accaduto nel 2013, allorché il balcone di San Pietro rimase vuoto e papa Ratzinger venne sostituito dal nuovo pontefice Bergoglio. Mediante un opportuno restyling, la Chiesa cattolica si ammodernava, segnando palesemente il proprio abbandono del modello coerente con la fase borghese e l’adesione al nuovo paradigma post-borghese, di cui era massima espressione Bergoglio, il pontefice che non benedice mai, ma soltanto saluta i fedeli. Paiono, sotto questo profilo, degne della massima attenzione le parole di Pasolini: “se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo”.