Il Fiano di Avellino

Fonte Immagine: AVIG

Il fiano è uno dei tre vitigni irpini, insieme al greco e all’aglianico, considerati autoctoni. E’ a bacca bianca, ed è coltivato, soprattutto nella valle del Sabato, in un comprensorio di 26 comuni, ma diffuso anche nella limitrofa Puglia, in Basilicata, nel Molise e più recentemente in Sicilia, considerato, a buon diritto, come prodotto d’eccellenza dell’enologia italiana, tanto da essere annoverato tra i migliori vini bianchi italiani. Il vino Fiano di Avellino ha ottenuto, già dal 2003, il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata e Garantita, meglio conosciuto e contraddistinto dall’acronimo D.O.C.G. Si ricava dal vitigno omonimo, distinto già in epoca romana come Vitis Apiana.

A tal proposito, risulta necessario ed illuminante analizzare l’etimo “Apiana” e le diverse evoluzioni che nel corso del tempo si sono stratificate e cristallizzate, per meglio comprenderne la straordinaria portata storica. Diverse sono le tesi avanzate. Per la communis opinio, Apiana deriva da ape, in quanto proprio le api sono ed erano particolarmente attratte dalla dolcezza dell’acino d’uva maturo, quindi i latini l’avevano definita letteralmente come la vite che attira l’ape, uva già apprezzata e decantata dai poeti classici. Altra tesi, ugualmente fondata storicamente, fa derivare “Apiano” dall’ antica Apia, da individuare con la zona dell’attuale Lapio, sulle colline ad est di Avellino, area nevralgica a fortissima vocazione vitivinicola fin dall’antichità. Altra tesi, vuole che “Apiano” si innesti in una vicenda storica sui generis e a tratti cruenta che coincide con la deportazione forzata dei Liguri Bebiani, avvenuta nel II secolo a.C. precisamente nel 180 a.C. quando furono deportati quarantasettemila Liguri Apuani, definiti Bebiani dal nome del console, Bebio Tamfilo, che era preposto al loro esodo forzato, in un’area qualificata come ager pubblicus sita, con molta probalità, in Irpinia, anche se le tesi sono contrastanti e plurime. La tradizione vuole che durante questo esodo forzato, i Liguri delle Alpi Apuane, abbiamo portato con se e trapiantato la vite Apuana, poi declinata in Apiano, successivamente Afiano e infine Fiano. La stessa tradizione erudita avellinese, nel 1642, ha celebrato, in particolare con il frate Scipione Bella Bona, nei Raguagli della città di Avellino, il vitigno in questione, sostenendo la tesi per cui Apiano derivi dalla particolare dolcezza dell’uva che ne attirava le api.

Il Fiano fu anche annoverato nei registri di Federico II e dei signori angioini. Con molta probabilità si deve proprio a Carlo II d’Angiò, che fece importare oltre 1600 piante di Fiano, da Cava dei Tirreni verso Manfredonia, l’introduzione del Fiano in terra di Puglia, verso la fine del XIII secolo, al fine di impiantarle nelle proprie tenute. Nel XIX secolo l’attività vitivinicola si attesta quale precipuo fattore di sostentamento per la società agricola irpina del tempo, con una produzione di circa un milione di ettolitri, per la maggior parte esportati. Il commercio del vino fu estremamente florido che condusse alla realizzazione della prima strada ferrata in terra irpina, non a caso definita, ferrovia del vino. La qualità dei terreni, i fattori ambientali, la maestria dei coltivatori, l’esperienza dei vignaioli, le infrastrutture all’uopo realizzate fecero ben presto diventare l’Irpinia area vitivinicola vocata ed apprezzata sia in Italia sia in Europa che negli Stati Uniti.

Un ulteriore contributo decisivo e propulsivo si ebbe con l’istituzione della Regia Scuola di Viticoltura e Enologia di Avellino che contribuì alla diffusione del Fiano, dalla media valle del Sabato all’intera Campania.  Per il vino fiano DOCG di Avellino, si distinguono quattro “terroir”: il primo include l’area di Lapio, ove si ottengono vini particolarmente strutturati, il secondo terroir include la zona di Summonte, caratterizzata da terreni piuttosto impervi e di difficile lavorazione, l’area Montefredane, caratterizzata da aree argillose e la quarta circoscrizione che comprende la fascia collinare ad est del capoluogo di provincia, caratterizzata da terreni perlopiù sabbiosi.

Il vino Fiano di Avellino DOCG presenta spiccate connotazioni aromatiche mentre l’acidità dei mosti favorisce vini longesi, strutturati e corposi. Spesso i vini in questione vengono non solo affinati in bottiglia dai dodici ai quattordici mesi, anche se alcune aziende enologiche rinomate estendono tale periodo fino a ventiquattro mesi, per potenziarne e svilupparne il carattere aromatico, a cui si aggiunge un ulteriore periodo di affinamento con fermentazione in barriques di acacia per circa sei mesi. Infatti ulteriore caratteristica peculiare del vino Fiano di Avellino è la sua spiccata propensione all’invecchiamento.  All’esame organolettico, questo vino si presenta di colore giallo paglierino intenso, dal profumo speziato, fresco ed armonico che si frammista e compone con profumi vegetali corposi quali tiglio, acacia ed anche erbe aromatiche. Per quanto concerne gli abbinamenti consigliati, il Fiano di Avellino si fa apprezzare magnificamente con piatti di mare, sia semplici sia elaborati, ma anche con risotti alle verdure, mozzarelle di bufala e formaggi giovani oltre che in abbinamento con carni bianche. Nel disciplinare di produzione del vino DOCG Fiano di Avellino i produttori sono tenuti al rispetto di particolari prescrizioni. In primis si intende preservare, garantire e valorizzare i sistemi tradizionali di coltivazione, dalla potatura alle forme d’impianto, vietando ogni pratica di forzatura volta ad ottenere un surplus di produzione, svilendone la qualità. Sono prescritte anche le quantità massime in termini di uva da ottenere per ogni ettaro che si devono attestare entro le dieci tonnellate per ettaro, mentre per i nuovi impianti la densità delle viti si deve attestare a non meno di duemilacinquecento ceppi per ettaro. Il titolo alcolometrico minimo richiesto non deve essere inferiore ad 11% vol. La temperatura di servizio consigliata è di 10°C in calice.

Questa è l’Irpinia delle eccellenze, espressione di una terra ricca di potenzialità, la stragrande maggioranza delle quali ancora latenti.