Il filo rosso tra cinema e letteratura

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Siamo abituati a pensare al cinema come ad un momento di evasione, di fuga dal quotidiano e dalle continue ansie che ci assalgono nel tram tram delle nostre vite. L’evoluzione in senso spettacoloso di questo medium artistico ha probabilmente contribuito a infondere nell’opinione comune l’idea che il grande schermo altro non sia che un grande divertissement, puro intrattenimento piegato a logiche commerciali barocche. Maggiore è la risoluzione delle immagini, la luminosità dei fotogrammi, la credibilità degli effetti speciali, maggiore – si è ormai portati a credere – sarà anche l’impatto del prodotto sulla platea. Se da un lato questo è vero, certo non si può dire che riassuma in toto l’essenza stessa del cinema. Forse per comprendere meglio questa espressione artistica effettivamente ancora tanto giovane, si dovrebbe guardare a un suo “parente” dalle origini di gran lunga anteriori: la letteratura. 

Sebbene si tratti infatti di due forme artistiche profondamente diverse, esse conservano un nutrito elenco di caratteristiche comuni. Non per niente una delle più grandi cineaste dell’ultimo cinquantennio, Agnès Varda, amava riferirsi alla sua fase di produzione artistica come ad un momento di cinècriture, ovvero “cine-scrittura”. In tal senso, la regista premiata anche con l’oscar alla carriera nel 2018 intendeva esprimere l’innegabile commistione tra la sua fantasia “per immagine” e la successiva necessità di dare ad essa una più razionale sistemazione, come su di una pagina, facendole affermare che le sue opere «have to be read». 

Partendo da questa parola composta, non è difficile cercare di individuare gli altri allacciamenti venutisi a creare tra queste due discipline. Proviamo a raccontarne alcuni.

IL SISTEMA DEI GENERI. Non è ostico, da questo punto di vista, ravvisare le profonde somiglianze tra i nostri due oggetti d’indagine. Commedia, dramma, fantasy, persino l’horror e la fiction sci-fi: si tratta di maxi-contenitori ricorrenti nella letteratura tanto quanto nel mondo della celluloide. Si potrebbe dire che le persone si siano prima abituate a determinate distinzioni su carta e abbiano poi trasferito questa loro suddivisione mentale anche agli spettacoli in 2-3D. Anche per questo non esistono problemi di sorta nella traslitterazione di intere opere dal foglio allo schermo, talvolta rispettando le intenzioni dell’autore originario, talvolta stravolgendole, ma rientrando sempre in un genere indicativo individuabile e condiviso con il cosmo letterario. 

IL NARRATORE. Passiamo invece a qualcosa di più sottile. A livello editoriale sappiamo bene per gli studi scolastici che abbiamo affrontato che esiste la possibilità di affidare un racconto ad una voce narrante in prima o in terza persona. Nascono poi, dopo questa prima selezione, una lunga serie di sottocategorie: narratore onnisciente, esterno, interno a seconda che questi – che non va identificato con l’autore in carne e ossa del romanzo – sia a conoscenza di fatti e pensieri dei personaggi, ne riprenda solo le azioni registrabili ad occhio nudo o sia egli stesso all’interno della storia. Questo, nel corso della lettura, viene facilmente riscontrato dall’utilizzo di pronomi, riferimenti, deittici. Ci appare chiaro in un attimo. Nella visione filmica questo può essere meno intuitivo, ma accade allo stesso modo: in molti casi, nel cinema, la focalizzazione è esterna e ci permette di assistere allo svolgimento delle esistenze dei characters protagonisti del nostro intreccio da una posizione privilegiata. Potremmo dire quindi che la preferenza generale accordata dal mondo cinematografico va ad un metaforico racconto in terza persona. Non mancano però anche i film girati dalla prospettiva di uno dei personaggi (un esempio è Cloverfield) o con numerosi interventi di una voce narrante esterna alla storia stessa e che prende il ruolo, a tutti gli effetti, di narratore (cosa che capita spesso nelle pellicole di Woody Allen o dei fratelli d’Innocenzo, per portare un paio di citazioni). 

LA DESCRIZIONE. Un altro punto estremamente interessante è l’utilizzo che viene fatto in queste due forme artistiche del supporto descrittivo. La descrizione in fondo altro non è che il soffermarsi sull’immagine, sulla disposizione e le qualità di ciò che rientra nel nostro quadro visivo. Robbe-Grillet, uno scrittore francese del secolo scorso, aveva provato a dare vita ad un nuovo stile di scrittura basato sul prevalere della descrizione sulla narrazione. Le sue opere sperimentali – per forza di cose, abbastanza brevi – volevano dare l’impressione di essere fotografie viventi della realtà, immortalando immagini sulla cellulosa e lasciando che fossero loro stesse a permettere lo svolgimento del racconto. Molti autori del minimalismo americano (da Faulkner a Hemingway) diedero vita ad opere facilmente trasferibili alla cinepresa per la loro capacità di cogliere i dettagli degli ambienti descritti trasmettendo, in poche righe, le principali impressioni visive, uditive, persino olfattive alle volte. Ciò che anche i lungometraggi cercano di mettere in risalto: nelle inquadrature, seppure è possibile avere una visione d’insieme dell’ambiente che fa da sfondo, è ovvio che, in base alle scelte del regista, si darà una preminenza maggiore a oggetti ed elementi che torneranno poi utili in una fase successiva. 

LE TECNICHE NARRATIVE. Passando più addentro alle meccaniche di creazione di romanzi e film, risulterà chiara anche la derivazione di alcuni accorgimenti stilistici dalla carta al display. Per motivi di spazio, ricorreremo ad un modello che varrà per tutti: il cliffhanger. Uno dei punti indispensabili di un buon film è la creazione di suspense, allo scopo di tenere incollati gli spettatori. Basti pensare alle innumerevoli serie tv in giro per i palinsesti delle piattaforme streaming online. Mantenere col fiato sospeso è stata, però, una prerogativa percorsa, in prima istanza, dagli autori di carta e inchiostro. Riflettiamo sulle scelte applicate nei libri gialli: da Agatha Christie a Georges Simenon, risalendo fino a sir Edgar Allan Poe. Ma in generale, la posticipazione della scoperta di elementi cruciali della narrazione è uno stilema rintracciabili in tantissime forme di scrittura.

Questo era solo un breve excursus tra gli incroci tra queste due differenti espressioni artistiche, ma ha dimostrato una cosa: niente nasce da niente e, come in ogni ambito di produzione umana, tutto è collegato.