Il grande bluff

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Era il 1863 quando Abramo Lincoln proscrisse la schiavitù in tutti gli Stati Uniti del nord. Nel 1865, i sudisti, usciti sconfitti dalla famosa guerra civile, videro avvicinarsi un utopistico vento di libertà per tutti gli uomini e le donne di colore. Nonostante ciò, il sud rimase nelle mani di politici democratici, i quali impedirono ai neri di votare, prendere autobus e persino un caffè al bar. D'altro canto, fondarono il Ku Klux Klan.

I sessanta furono gli anni di “I have a dream” e dei violenti NOI, ma nemmeno King o Malcolm X avrebbero mai concretamente immaginato che solo mezzo secolo dopo un afroamericano potesse davvero ricoprire la carica di Presidente degli Stati Uniti d’America, mediante regolari elezioni: auspicato certamente, ma che ciò si fosse potuto realizzare in tempi così relativamente brevi era impensabile allora.

Ciò nonostante, Barak Obama diviene il 44° inquilino della Casa Bianca. Era il 2009. La vittoria di un afroamericano a capo del Paese più influente del mondo fu vista da tutti i media internazionali con euforica benevolenza, la quale si tramutò istantaneamente ed incomprensibilmente in incondizionata egida. Sì, perché l’aura di preconcetta santità che ha abbracciato gli otto anni relativi ai due mandati presidenziali targati Obama è stata alimentata in modo ostentato non solo dalla stampa mondiale ma anche e soprattutto da ambienti di potere che non hanno utilizzato discrezionalità alcuna nell’indicare il suddetto quale una sorta di messia, colui che mai avrebbe potuto deludere le elevate aspettative. E persino quando, nel 2016, è arrivata l’ora di tirare le somme in relazione a quanto davvero fatto dall’amministrazione uscente, al fine di celare le palesi dissonanze tra quanto proclamato ed il realizzato, è stata messa su un’insopportabile campagna di sensibilizzazione verso un premio Nobel per la pace manifestamente gratuito: come se le bombe lanciate in Siria, in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Yemen non avessero provocato morte e distruzione, in egual misura rispetto alle precedenti presidenze.  

Eppure sono evidenti i fallimenti di un’amministrazione che non è mai stata decisionista, cavalcando quella sensibile titubanza che ha svestito gli Stati Uniti del suo storico ruolo nodale nelle relazioni internazionali.

Cosa ha lasciato Obama in eredità agli Usa? Guantanamo in piedi, sul clima pochi ed incerti passi avanti e la condizione degli afroamericani – questione per la quale la quasi totalità delle persone di colore gli ha conferito il proprio consenso – non è affatto migliorata.

Colui che più di tutti ha testimoniato la sostanziale disfatta del primo governo Obama è stato Obama stesso. Basti riascoltare il secondo discorso di insediamento dell’allora nuovo presidente degli Stati Uniti - datato 21 gennaio 2013 - per rilevare un’oggettività inconfutabile: gli obiettivi rimangono puntualmente gli stessi già proclamati nel primo discorso d’insediamento – datato 20 gennaio 2009 -, con tanto di solita ed immancabile retorica. Produzione di nuovi posti di lavoro, salari più decenti, lotta al cambiamento climatico, così come una sacrosanta e sempre auspicata sanità che soddisfi le esigenze di tutti gli americani continueranno a rimanere una enorme utopia anche dopo il 2017, anno in cui Obama consegnerà le chiavi della residenza sita al numero 1600 di Pennsylvania Avenue al proprio successore, Donald Trump.

L’unica difformità che caratterizza il secondo discorso di Obama rispetto al primo è rappresentata da una peculiarità che ai più può sembrare una minuzia ma che invece cela una marcata similitudine con forti e discutibili personalità del passato. Egli, molto spesso, introduce i periodi della propria allocuzione con “We, the people”, e lo fa in modo sempre più costante. “Noi, il popolo” è la plateale e voluta identificazione tra sé stesso ed il popolo, diventando insieme un tutt’uno.  Implicitamente, egli fa passare il messaggio secondo il quale Obama non può commettere azioni che non siano nell’interesse del popolo ed ogni attacco contro la sua persona equivarrebbe ad aggredire il popolo stesso. E tale tesi è presto verificabile quando, sistematicamente, ogni obiezione politica viene tradotta come aggressione razzista contro l’intera popolazione afroamericana, come se tale legittima critica fosse mossa esclusivamente da diversità cromatica della pelle, snaturando qualsiasi concetto di qualsivoglia nobile natura. 

La verità è che Barak Obama è stato un presidente né più né meno meritevole rispetto a tanti altri suoi predecessori, con la palese differenza che l’élite egemonica globale ha da subito tifato per lui, e questo risulta davvero inspiegabile.