Il materialismo, ontologia fondamentale del capitalismo

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"And I am a material girl living in a material world". (Madonna) 

Come suggerito da Costanzo Preve nella sua "Storia del materialismo", affinché la merce possa scorrere indisturbatamente in ogni direzione e senza residui ostacoli, appaiono di primaria importanza due fondamenti teorici, che prendono a manifestarsi in seno al moderno e raggiungono la loro piena espressività solo nell’odierno capitalismo assoluto-totalitario: a) il materialismo ateo e b) il culto del progresso storicistico-nichilistico. Entrambi, come si è adombrato nel nostro studio "Minima mercatalia", sono intrinsecamente incompatibili con il sacro. Perché il capitalismo possa trionfare a pieno regime, deve trionfare il “materialismo”, id est la riduzione del mondo alla dimensione estesa del “piano” di scorrimento delle merci e della loro materialità. Tutto deve essere materia disponibile per il consumo e per la circolazione: è questa la base ontologica fondamentale del capitalismo, il cui spazio è quello dell’immanenza materiale, priva di trascendenza e di spiritualità.

Come ha suggerito Foucault, nel Medioevo lo spazio era verticalmente “gerarchizzato” nella forma della contrapposizione diretta tra sacro e profano, tra celeste e terreno, tra spirituale e materiale. Dal canto suo, la modernità, con Galilei, inaugura una “rivoluzione spaziale”, secondo l’espressione di Carl Schmitt: lo “spazio di localizzazione” medievale cede il passo a uno spazio infinito e infinitamente aperto, modellato secondo quell’estensione a cui Cartesio conferirà dignità filosofica con la categoria della res extensa. Si tratta di uno spazio infinito, che simboleggia le logiche dell’illimitata produzione di merci e della loro circolazione su scala sempre più planetaria, e astratto, frutto cioè del movimento di astrazione reale e della sua logica di omogeneizzazione del mondo sotto la categoria di materia. 

Come il tempo sarà concettualmente unificato, nella fase “dialettica”, con il concetto di progresso della storia, analogamente lo spazio è unificato, nel momento “tetico” del capitalismo, sotto l’idea di materia, con la soppressione di ogni residuo dualismo ontologico di alto e basso, di Dio e di uomo e con la conseguente unificazione concettuale di un solo mondo, quello della produzione capitalistica. Il materialismo si sviluppa insieme con l’ateismo, dacché presuppone l’annichilimento di ogni dimensione che non sia la pura materialità spaziale, calcolabile e quantificabile dalla ratio calculans. Riprendendo la distinzione concettuale tra “problema” e “mistero” al centro di Le mystère de l’être (1951) di Gabriel Marcel, la civiltà tecnoscientifica del materialismo conosce soltanto “problemi”, ossia questioni perfettamente oggettivabili (“problema” deriva dal greco προβάλλω, “getto dinanzi”) di cui si conoscono i dati e che rendono possibile il raggiungimento di una soluzione. Tende, invece, a rimuovere la sfera del “mistero”, in cui il soggetto si trova coinvolto e in cui, pertanto, diventa arduo, se non impossibile, distinguere tra il soggetto e l’oggetto. La sfera del sacro e, per Marcel, l’essere stesso sono connessi al mistero e, dunque, all’ambito di una trascendenza non oggettivabile alla stregua di un problema.