Il mercato e la comunità non comunitaria

Fonte Immagine: diegofusaro

La ricerca operativa della perfezione tramite l’attivo processo di trasformazione dell’esistente viene spenta dal regime della produzione o, meglio, riconfigurata nella forma alienata della religione della merce perfetta, di cui si sostanzia la civiltà dei consumi con il suo costante rilancio dei desideri gravidi di alienazione. Tutte le passioni individuali vengono, per questa via, depoliticizzate, anestetizzate e impegnate nel culto reificato del raggiungimento sempre differito della merce perfetta, il meglio che il capitalismo possa vendere ai suoi miseri sudditi.

A provarlo è, oltretutto, il fatto che alla perversa dinamica con cui il mercato disintegra le comunità residue si accompagna quella con cui il capitale produce nuove forme alienate di integrazione, funzionali alla dinamica di realizzazione del modello dell’integrale economicizzazione privatistica di tutti i rapporti sociali.

Le comunità destrutturate e ridotte a un pulviscolo di individui isolati e ormai orfani, nel mondo globalizzato, dei precedenti legami comunitari rendono possibile un secondo movimento: quello con cui gli atomi sociali robinsoniani vengono riassorbiti nella struttura reale e simbolica dell’omologazione occidentalistica. La polverizzazione individualistica della società trasforma i cittadini associati in consumatori individualizzati e uniti solo dal credo consumistico: ne scaturisce la società individualizzata di cui siamo abitatori, atomizzata nella pura serialità delle macchine desideranti differenziate unicamente per il potere d’acquisto.

Può così imporsi sovranamente, senza gli ostacoli rappresentati dalle tradizionali comunità, quella dinamica di universalizzazione dell’individualismo acquisitivo che, cifra dell’antropologia mercatistica, si regge sulle due istanze reciprocamente innervate della perdita della stabilità del lavoro (l’homo precarius è l’autentico coronamento di ogni individualismo, in quanto intensifica a dismisura lo sradicamento) e della disgregazione delle precedenti comunità etiche familiari, religiose e statali (si spiega, in quest’ottica, la funzione ultracapitalistica dell’incessante diffamazione a cui sono sottoposte la famiglia, la religione e lo Stato).

Individualismo sfrenato e omologazione sotto il segno della merce si rivelano, ancora una volta, fenomeni apparentemente antitetici e, in verità, segretamente complementari della prima società della storia umana che, nel nome della tutela delle differenze e dell’irriducibilità dell’individuo, ha completamente livellato l’umanità in un gregge anonimo, in un amorfo coacervo di atomi seriali e reciprocamente interscambiabili. Si tratta, con la Dialettica negativa di Adorno, di un’uguaglianza in cui spariscono le differenze e, per ciò stesso, sono segretamente favorite le disuguaglianze in forme sempre più oscene.

L’unica comunità possibile che l’epoca della tecnica planetaria sembra potersi permettere è, allora, quella modellata a propria immagine e somiglianza dal nesso liberoscambista. Disegnata secondo la fisionomia del do ut des utilitaristico, è la comunità globale delle solitudini atomistiche che, unite dal solo valore del credo consumistico (consumo, ergo sum, direbbe Bauman), si incontrano al solo fine di scambiare merci.

Si tratta di una comunità non comunitaria, perché artificialmente generata in vista non del libero sviluppo degli individui in forme solidali secondo nessi di eguale libertà, bensì della smisurata crescita del valore, a cui i nessi sociali risultano del tutto funzionali. Il mercato non ha smesso di costruire il concetto di società in modo non-sociale, nella forma dell’aggregato di atomi individuali posti in relazione dalle funzioni di scambio mercantile: essi sono quantitativamente diversi, in quanto portatori di potere d’acquisto differenziato, e qualitativamente uguali, perché tutti corrispondenti al profilo alienato del consumatore.

È interessante ricordare come il Robinson di Defoe, nelle Serious Reflections (1720) pubblicate in seguito al celebre romanzo, poteva confessare di “godere di una maggiore solitudine in mezzo a una gran massa di uomini, per esempio qui a Londra, mentre scrivo queste righe, di quella che posso dire di aver goduta in ventotto anni di segregazione su un’isola deserta”. La generalizzazione totale della forma di merce dissolve la verità delle relazioni sociali e la natura stessa dell’uomo come zoon politikòn: per la prima volta nella storia dell’umanità, il mercato coincide con l’intera sfera della riproduzione delle relazioni sociali, con la conseguenza per cui la dinamica sociale è interamente subordinata, senza possibilità di condizionamenti esterni, alla realizzazione dello scopo dell’illimitata valorizzazione del valore.

Perché il pensiero torni a progettare alternative rispetto al deserto in cui siamo, occorre prendere congedo dalle antropologie individualistiche, oggi naturalizzate dall’ideologia e innalzate a solo modo di dimorare nel mondo: non si tratta di pensare Robinson felice, vuoi anche in fuga dalla sua terra e alla ricerca della fortuna altrove; al contrario, occorre mutare il mondo di Robinson, poiché l’individuo può essere libero solo se lo è la società di cui è abitatore. Il primo passo da compiere per riaprire il futuro oggi monopolizzato dall’ideologia e dalla sua ripetizione tautologica del presente consiste nel riscoprire il senso della possibilità e dell’eventuale riprogrammazione delle sintassi dell’esistente.