Il moderatismo malattia senile del conservatorismo

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Nel 1920, in vista del Secondo Congresso dell'Internazionale Comunista che si sarebbe tenuto tra il 19 luglio ed il 7 agosto tra Pietrogrado e Mosca, Lenin diede alla luce un saggio il cui titolo, in modo particolare nella sua versione italiana, risultò molto eloquente: “L'estremismo, malattia infantile del comunismo”.

Nel volume il leader bolscevico, dopo aver passato in rassegna, col solito rigore analitico, le varie fasi storiche che avevano condotto al trionfo della rivoluzione del '17 ed aver nuovamente sottolineato la distanza siderale che distingueva le sue idee dalle visioni dei leader della seconda internazionale socialista (in particolar modo dal “centro” kautskiano), dedica diversi capitoli ad attaccare quei movimenti comunisti che in Europa assumevano atteggiamenti inutilmente estremisti.

E' questo il caso, ad esempio, di una fazione scissionista del Partito comunista di Germania, uno dei cui ispiratori Karl Erler, latore di un esasperato antiparlamentarismo, immagina una “dittatura delle masse” da opporre alla “dittatura del Partito” in cui starebbe degenerando, a suo giudizio, la Rivoluzione d'Ottobre.

Fino a quando, secondo Lenin, il proletariato tenderà ad avere una illusoria fiducia nei parlamenti, pur essendo questi ultimi istituzioni reazionarie, i comunisti dovranno operare all'interno delle dinamiche parlamentari.

Stigmatizza quindi fermamente lo slogan “niente compromessi”, spiegando come proprio la tattica bolscevica, solo grazie a moltissimi compromessi, sia riuscita nel suo cammino vittorioso: la teoria, spiega, va interpretata non come un dogma, ma come una “guida all'azione”.

L'intransigenza astensionista del leader napoletano Amedeo Bordiga, il quale teorizzava che “il proletario poteva davvero impadronirsi del potere politico soltanto strappandolo alla minoranza capitalista con la lotta armata”, motivo per cui i comunisti non avrebbero dovuto partecipare alle elezioni, alla fine sarebbe risultata vana e controproducente.

L'estremismo, in effetti, in politica (e non solo per i comunisti), quasi sempre finisce, a cagione di una sorta di “feticismo dottrinario”, per allontanare i possibili risultati concreti a cui avevano mirato originariamente i presupposti alla base della dottrina stessa.

Immaginando di andare incontro ad un, ahimè, improbabile congresso fondativo di un grande partito della destra italiana, quella casa dei conservatori da più parti fumosamente invocata, occorrerebbe invece, specularmente a quanto fece Lenin nel '20, dare alle stampe un analogo volumetto che altrettanto eloquentemente potrebbe essere intitolato: “Moderatismo malattia senile del conservatorismo”.

Se la moderazione, sinonimo di misura e temperanza, in politica come nella vita, è certamente una virtù, il moderatismo invece ne risulta essere la pericolosa deformazione patologica, pronta a tendere agguati spesso letali alla nascita di una grande forza conservatrice.

In Italia, piaccia o meno, è ormai fatto acclarato, da oltre un quarto di secolo di risultati elettorali politici, che la sensibilità culturale conservatrice è largamente maggioritaria nella Nazione; ma questo dato non è sufficiente a creare le condizioni per le quali una corrispondente classe politica riesca a governare prevalendo in forza dei propri numeri sul sistema egemonico della sfera progressista.

Le destre nelle loro varie declinazioni - forse in ragione di una serie di pregiudizi storici oggettivi, ma probabilmente anche per la colpevole incapacità di costruzione di un percorso metapolico prodromico alla strutturazione di una riconoscibile identità conservatrice - non sono mai riuscite a mettere seriamente in campo l'edificazione di quell'“edificio contro-egemonico” indispensabile a far loro assumere “veramente” il governo del Paese.

Troppo spesso infatti le destre italiane, cedendo alle insicurezze derivanti dalla mancanza di un retroterra pre-politico, hanno finito per lanciarsi in una, più o meno velata, ricerca di legittimazione da parte dell'avversario, che dal canto suo ha sapientemente utilizzato tale manifesta vulnerabilità per disinnescarne la “pericolosità” derivata dal largo consenso elettorale di queste.

Questo atteggiamento a cui abbiamo qui voluto dare il nome di “moderatismo” rappresenta appunto una pericolosa infezione che si è dimostrata negli anni ricorrente e persistente.

Dai temi della giustizia, a quelli del mondo bancario, dalle concessioni al politicamente corretto alla perniciosa questione dei “diritti”, dalla difesa delle partite iva a tutti i temi dell'economia reale, fino ad arrivare agli allineamenti alle “infodemie” di questi ultimi tempi, il tentativo di rendersi “presentabili”, rispetto alla tendenza culturale dominante, di parti consistenti dell'universo politico-culturale che in Italia si sarebbe dovuto contrapporre al blocco egemonico progressista, ha rappresentato un radicale elemento auto-invalidante.

Il grande blocco sociale che da luogo a quella “destra diffusa” immanente nella società italiana, trova la sua ragione storica in un sentimento conservatore che lega una consistente parte della popolazione ai valori della cultura tradizionale, della proprietà, del lavoro inteso come funzione sociale, dell'identità e della sovranità nazionali, del primato della politica, in opposizione ai modelli di fungibilità, fluidità, astrazione finanziaria, globalismo, dogmatismo burocratico-pseudoscientista imposti dal paradigma progressista.

Non vi è dubbio che i valori fondanti di questa sensibilità diffusa, siano per loro natura conformi ad una visione conservatrice della società, e che in un certo senso possiamo dire si ispirino al concetto di moderazione come virtù; ma cosa del tutto diversa è immaginare che questa tendenza “moderata” nel concepire saggiamente le cose della vita, debba trasformarsi in un comportamento rinunciatario ed invalidante nella prassi politica.

Tale pericoloso equivoco ha spesso generato, da parte di molti attori dell'attuale panorama, comportamenti politico-culturali che, nel goffo tentativo di legittimarsi ed essere “accettati” dal pensiero delle tendenze dominanti, per effetto di una sistematica eterogenesi dei fini, hanno finito per rinforzare l'egemonia progressista ed indebolire la propria posizione.

Se l'estremismo era per Lenin foriero di eventi dannosi per le finalità del comunismo, il moderatismo è stato in questi anni, per il campo delle destre qualcosa di ancora più devastante. Si è trattato infatti di un agire dagli esiti paradossali, in forza del quale chi, pur avendo rappresentato un'alternativa al sistema egemonico in passato, non avendo più nulla da dire e non sapendo più cosa “conservare”, ha finito per minare la nascita di un salubre “conservatorismo italiano”, favorendo invece il pasticcio di una “conservazione all'italiana”, laddove la preoccupazione principale si è rivelata essere, più che altro, quella di “conservare” le poltrone dei singoli.

Ormai da oltre un decennio la speranza di mettere in cantiere un grande progetto conservatore sembra allontanarsi sempre di più, ma la colpa principale, più che da ascriversi ai pur censurabili slanci giovanilistici di taluni sedicenti sovranismi, è da additarsi prevalentemente alla deriva rappresentata dal “moderatismo” politico, culturale e teorico, che è, nei fatti, il vero nemico nazionale di quella concezione ispirata ai valori di moderazione e temperanza che solo la nascita di un sano conservatorismo italiano potrebbe difendere.

In un congresso fondativo, in verità ci speriamo poco o nulla; ciononostante niente ci vieta di seguire la traccia di un'idea di grande formazione conservatrice che si ritrovi intorno alle sue ragioni culturali, sociali e storiche, prima ancora che ad una dimensione partitica, ed in tale senso possiamo, a buon diritto, iniziare ad individuare a questo scopo determinate patologie che tanto hanno infettato il recente passato.