Il naufragio dei "migliori"

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Temo che ormai, al netto di improbabili colpi di coda, la vicenda del “governo dei migliori” possa essere archiviata come un'esperienza sostanzialmente fallimentare. Certo probabilmente si può affermare che quello di Draghi non sia stato il peggior governo della storia del Paese (ed è comunque da dimostrare), ma senza dubbio, rispetto alle aspettative che ne avevano accompagnato la genesi, i risultati appaiono decisamente deludenti.

C'è da dire, in verità, che il flop di “Super Mario” si inserisce nel solco della catastrofica tradizione dei “governi tecnici” di casa nostra; in Italia infatti, negli ultimi trent'anni, nessuno è riuscito a fare più danni degli “esperti”. Ci volle un illustre cattedratico come Mario Monti per raggiungere il record della disoccupazione giovanile, una super esperta come la Fornero per produrre gli “esodati” e solo quando finalmente il Viminale è stato liberato dalla presenza dei “politici” ed affidato ad un funzionario di lungo corso, abbiamo potuto costatare l'importanza del tenere sotto controllo i “movimenti ondulatori” nelle manifestazioni di piazza. Per dire le prime cose che vengono in mente, ma l'elenco potrebbe non finire mai.

Non è mancato chi, di fronte alle ripetute non brillanti prestazioni dei tanti super esperti succedutisi nei dicasteri, abbia iniziato a mettere in dubbio le reali competenze o l'affidabilità del “sistema dei curricula”, ponendosi la pur legittima domanda: ma in questa Nazione come, e soprattutto da chi, si viene “nominati” esperti?

In tutta verità, non credo che il vero punto della questione sia da ricercarsi nelle competenze reali o presunte dei “tecnici” chiamati a ricoprire ruoli esecutivi: penso invece che alla base dell'insuccesso di dette esperienze di governo risieda un grande equivoco di fondo, generato da quella “narrazione anti-partitocratica” che tenne a battesimo la cosiddetta “seconda repubblica”.

La risposta a quelle che erano state le “devianze” del sistema politico precedente andò profilandosi sulla falsa riga di un preteso cambiamento epocale che avrebbe inteso sostituire le “competenze” alle ideologie, il “merito” all'appartenenza. Tale convincimento che andò condizionando l'intera opinione pubblica italiana, si fondava ovviamente su una pura astrazione che intendeva avvicendare al primato della “parte” (e quindi al primato della politica) il mito della buona amministrazione, idealizzando la figura dell'amministratore competente, “laico sacerdote” della cosa pubblica.

Da quegli anni in poi, complici le cicliche narrazioni antipolitiche, è andata serpeggiando nella percezione collettiva l'idea che nei momenti di difficoltà della Nazione, lo Stato dovesse mettere da parte le espressioni di posizioni politiche definite, e chiamare al governo i suoi “figli migliori”: gli esperti amministratori (che vengano essi dai ranghi del pubblico o del privato non ha importanza, purché comunque espressioni di organismi burocratici).

Per rendersi conto della deficienza strutturale di tale concezione basterebbe però guardare all'etimologia dei termini "amministrazione" e "governo". Nella Roma antica il verbo administrare stava ad indicare l'atto posto in essere da un minus (minister) per far eseguire le scelte operate a livello gerarchicamente superiore da un maior (magister), che è appunto l'atto tipico del sistema burocratico.

Il termine “governo” invece deriva dal verbo greco κῠβερνᾰ́ω che vuol dire guidare, pilotare, essere un timoniere: la capacità di Governo consiste quindi nel dare indirizzi, nell'indicare una rotta, nel dirigere politicamente le vicende di una Nazione o di uno Stato.

Il cortocircuito delle varie esperienze “tecniche” verificatosi negli eventi di casa nostra, va spiegato proprio sulla scorta dell'abbaglio di fondo che pretende di sostituire la capacità amministrativa alla “direzione politica”, in nome di un discutibile “efficientismo” di maniera.

Chi governa deve avere chiara la “rotta” secondo la quale vuole guidare la Nazione, non deve sapere necessariamente amministrare, potrà avvalersi delle più qualificate menti messe a disposizione dagli apparati burocratici per raggiungere i suoi scopi. Errore esiziale è invece immaginare che chi, anche espertissimo di una materia particolare, ma privo di una visione generale degli eventi e delle indispensabili capacità politiche, possa governare bene.

Questo sempre più frequente ricorso all'elemento burocratico in luogo di quello politico come criterio per la composizione degli esecutivi, oltre che essersi dimostrato assolutamente inefficace inizia a rivelarsi anche molto pericoloso.

Già Gaetano Mosca, nel suo “Elementi di Scienza Politica”, metteva in guardia rispetto ai pericoli derivanti dallo squilibrio tra i due elementi per il buon funzionamento dello Stato, spiegando come la prevalenza (in luogo dell’equilibrio prima esistente) dell’elemento burocratico sull’elemento elettivo, avrebbe ridotto quest’ultimo “ad una insignificante e ritualistica presenza nella vita pubblica”, e tutte le libertà e tutti i diritti individuali sarebbero finiti per essere coartati.

Appare quindi evidente la necessità di uscire dalle logiche imposte dalla narrazione di questi ultimi trenta anni, e di comprendere come l'unica vera speranza per la Nazione possa derivare da una rigenerazione dell'elemento politico/rappresentativo che ridia credibilità allo stesso, e possa finalmente portare a governi forti e consapevoli, capaci di indirizzare l'Italia secondo una visone generale e farle ritrovare un proprio ruolo nello scenario internazionale.