Il Padrino, da Darwin a Corleone

Fonte Immagine: web

Darwin soleva affermare, con estrema e ponderata convinzione, che non fosse la specie più forte o quella più intelligente ad avere maggiori possibilità di sopravvivenza bensì quella che, meglio di altre, conservasse nel proprio DNA una più marcata propensione al cambiamento. L'adattamento, quindi, alle situazioni, alle condizioni imposte o ricercate nell'atto recentemente passato, farebbe sì che chicchessia riuscisse a vincere i precetti fisiologi di una natura perennemente ed ostinatamente mutevole.

Tale asserzione ai più romantici sognatori potrebbe sembrare una falsità evidente, convinti che solo la lealtà verso sé stessi, coadiuvata da una massiccia e proficua dose di tenacia imperitura, permetta all'uomo in quanto tale di custodire, preservandolo, il vero senso della vita, che non ha nulla a che vedere con la più micragnosa, mera sopravvivenza.

Ma qui, cari lettori, parliamo di obiettivi, anche eccezionali e non sempre di nobile natura, in un contesto in cui tra il vivere un giorno da leone oppure i famosi cento anni da pecora, si sceglie l'incertezza esistenziale del lupo, il quale si muove in branco, in un'incessante lotta per il cibo: qualcuno anche per un cocktail, a bordo piscina.

Ed è, questa, la celebre storia metamorfica che caratterizza il personaggio di Michael Corleone, interpretato da uno strabiliante Al Pacino, un timido ed onesto reduce di guerra che, nato in una famiglia criminale italo-americana dei primi anni '20, diviene, a causa di una serie di sfortunati eventi a lui non imputabili, il capo di una delle più grandi e rispettate organizzazioni mafiose mondiali: Il Padrino.

Ritenuto dai familiari non idoneo a portare avanti la tradizionale attività di famiglia, Don Vito Corleone (Marlon Brando) riesce a farlo riformare per permettergli di continuare gli studi all'università, con l'obiettivo di veder concretizzato per Michael uno splendido, differente futuro. Nonostante gli encomiabili ideali, la scelta del futuro padrino di arruolarsi nella fanteria di marina, frantumando i fausti presupposti impiantati con cognizione dal saggio padre, stravolgerà totalmente gli eventi futuri, producendo un effetto farfalla che condurrà il soldato altruista e generoso, colui che "La mia famiglia è così, non mi somiglia affatto!", a diventare uno spietato gangster del '900. Alla notizia del reclutamento, è divenuta un cult la reazione del fratello Sonny (James Caan), naturale erede del temutissimo Vito all'apice del clan malavitoso, che quasi malmena il fratellino, reo di essere l'omicida dei sogni utopici del genitore, che auspicava, invece, la totale estromissione del terzogenito dal losco business familiare, per garantirgli un'esistenza finalmente "pulita".

Alla morte del primogenito Sonny, stroncato da un agguato perpetrato dalla famiglia rivale Tattaglia, con l'essenziale aiuto del capo dei capi Barrese, Don Vito, gravemente provato da un attentato da cui risulta sopravvissuto miracolosamente, è costretto ad incoronare padrino Michael, data l'evidente inadeguatezza del debole secondogenito Fredo (John Cazale). E'ora che inizia la scalata di Michael verso l'apice della criminalità organizzata internazionale; quell'ascesa che lo porterà ad essere il mandante di efferati ed innumerevoli omicidi, tra cui quello del cognato Carlo, marito della sorella Connie (Talia Shire), e del fratello stesso, Fredo, reo di averlo tradito, avendo comunicato alla famiglia rivale informazioni propedeutiche alla realizzazione, anche se con risultati inefficaci, della rappresaglia subita in casa propria, addirittura in presenza della moglie Kay (Diane Keaton) e dei due figli, Anthony e Mary.

La trasformazione morale e sociale di Michael, però, non è l'unica né, cronologicamente, la prima narrata nel capolavoro firmato Puzo-Coppola. Essa rappresenta, in un'epoca diversa, l'alternativa americana ai medesimi accadimenti che hanno influenzato la sfera esistenziale del padre stesso, Vito Andolini, costretto a scappare dall'amata Sicilia ancora bambino, per salvarsi dalla furia omicida del boss di Cosa Nostra, Don Ciccio, dopo che quest'ultimo aveva trucidato la propria famiglia. E come il figlio, anche Vito, nonostante insormontabili ostacoli, obbligato a crescere in fretta per cercare di difendersi da una realtà crudele e meschina, fa di tutto per condurre una quotidianità difficile ma onesta. Fin quando il destino non lo travolge con il solito, peculiare impeto violento, quando dovrà difendersi dalla tracotanza della Mano Nera, incarnata da tal Don Fanucci, dal quale si districherà con estrema astuzia e forzata freddezza.

E' in questo momento che Vito smette davvero di essere Andolini per diventare a tutti gli effetti Don Corleone, quel nome fedelmente connesso alle proprie origini, adottato in quella Ellis Island del 1901 fautrice di speranza ma custode di memorie sospese ed irrinunciabili.  E con le famose "offerte che non si possono rifiutare", con quel timbro di voce rauco ma fiero, con quella spiccata, lungimirante e saggia diplomazia, prende vita quel mito cinematografico che ancora oggi rappresenta la pietra miliare non solo di Hollywood ma anche della storia moderna, portavoce di una cronaca di un mondo che mostrava ingiustizie tutt'altro che rare.

The Godfather si potrebbe intendere, infatti, non solo come una cronistoria coerente sulla mafia e la sua relativa origine italica bensì, molto più intimamente, una narrazione neorealista di una sottile ma critica drammatizzazione della questione esistenziale. Il disagio di Michael, come quello di Vito prima, se risulta palese quando è obbligato a vivere una realtà scomoda, è ancora più evidente nel momento in cui è costretto, come accade al padre seppur in circostanze diverse, a commettere quell'omicidio che fa da spartiacque da ciò che poteva diventare e ciò che, invece, diventerà. La visione fatalista è palpabile, ma in un'era in cui non sempre la tutela dell'individuo veniva garantita, in cui la corruzione era dilagante e ben distribuita, l'unica chiave di lettura rimaneva quella che riconsegnava una quotidianità gestita non dal volere arbitrale ma da un destino orbo ed impietoso.