Il potere del cane e l'oscar ritrovato da Jane Campion

Fonte Immagine: classicult

Correva l’anno 1994. La crisi umanitaria in Bosnia e Serbia proseguiva al ritmo di stragi e tragedie, Kurt Cobain decideva (probabilmente) di togliersi la vita con un colpo di fucile, Silvio Berlusconi vedeva spalancarsi dinanzi a lui, per la prima volta, il portone di Palazzo Chigi. In questo marasma generale, il mondo del cinema vedeva, nella cornice della città degli angeli, l’incontrastato trionfo di Steven Spielberg e del suo capolavoro Schindler’s list. Ma a farsi ricordare, in quella edizione degli Oscar, non fu solo il film ambientato ai tempi della persecuzione nazista ai danni degli ebrei. Partito con molte meno pretese, visti anche gli altri acerrimi rivali (il ’94 è l’anno di Quel che resta del giorno, di Philadelphia, di Nel nome del padre), ecco anche un'altra produzione incassare ben tre premi oscar permettendo alla sua regista, Jane Campion, di entrare a suo modo nella storia. I riconoscimenti sono aggiudicati dal lungometraggio nelle categorie migliore sceneggiatura originale, miglior attrice protagonista e non protagonista, la vittoria è solo sfiorata alla regia. Ma come detto, il risultato sarà un grande successo: si tratterà, almeno fino al 2016, del film a guida australiana con il maggior numero di statuette a suo carico, scalzato solo dal monumentale Mad Max: Fury Road. Soddisfazione ampliata anche dal conseguimento della Palma d’Oro al Festival di Cannes, successo che la rese la prima donna a raggiungere tale traguardo dalla fondazione del premio. In ogni caso, inaspettatamente, l’apparizione alla premiazione del 1994 rimarrà l’unica per la Campion fino ad oggi. 

Nel frattempo, comunque, la Campion non è certamente rimasta con le mani in mano. La regista d’origini neozelandesi ha sviluppato, nel corso della sua carriera, una ricca galleria di “prospettive femminili”, indagando situazioni al limite di turbamento psicologico, disturbo, difficoltà talvolta insuperabili e spesso provocate dall’incontro con l’altro sesso. Lezioni di piano può essere visto – nonostante il suo essere tra i primi lavori della director premio oscar – come una perfetta summa dei punti essenziali della sua poetica: la protagonista è una donna costretta ad una sorta di matrimonio combinato con un uomo che non ama, incapace persino ad esprimere, per lungo tempo, il suo malessere e la sua infelicità a causa del mutismo in cui la fanciulla era piombata in giovanissima età. Nel mondo di silenzi e sopportazioni della protagonista, la lingua dei gesti e, soprattutto, la musica del suo pianoforte sono i suoi unici legami con il mondo, i soli metodi comunicativi concessigli. 

Essendo a conoscenza del sistema artistico e contenutistico di riferimento della Campion, Il potere del cane può risultare ad un primo sguardo fuori luogo. L’epopea visiva è ambientata nell’universo machista dei cowboy del Montana degli anni ’20 e poco, anzi pochissimo spazio, sembra poter essere dedicato alle figure femminili. I personaggi principali del lungometraggio sono uomini: Benedict Cumberbatch (Phil Burbank) in un ruolo da cinico e duro per lui insolito e Jesse Plemons (George Burbank) nei panni del suo ben più “humano” fratello. Questi due individui, forgiati dal mito di un loro defunto mentore, Bronco Henry, hanno sviluppato caratteri che sembrano essere agli antipodi. Ma, in qualche modo, l’equilibrio nella gestione del ranch da loro posseduto sembra perdurare. Almeno finchè non sopraggiunge l’incontro con Rose Gordon, proprietaria di una locanda dove i fratelli e dei loro dipendenti soggiornano, non senza sminuire l’operato della donna e del suo amato figlio. Rose è il vero motore degli eventi del film e di sicuro non è un caso che si tratti dell’unico character femminile capace di attrarre su di sé l’attenzione della camera da presa. La donna, rimasta vedova di un ubriacone, fa perdere la testa a George, che dopo pochi giorni la sposa in gran segreto, portando sia lei che il figlio (efebico in molti suoi comportamenti e perennemente difeso dalla madre) nella tenuta dei Burbank.        

Qui però le cose non vanno come previsto. Phil odia la presenza dei due nuovi arrivati, da lui percepiti come estranei, e questi fa di tutto per umiliarli e allontanarli. Rose, colpita nel vivo da questa continua tensione e pressione psicologica, cade nel vizio del bere, quasi seguendo i passi del suo scomparso marito. È qui che entra davvero in ballo il personaggio di Peter, figlio di Rose. In maniera imprevista infatti, il giovane riesce a stringere un rapporto con Phil, il quale rivede nella sua relazione “didattica” col ragazzo il suo antico rapporto con Bronco. Più suggerimenti nel corso della visione (alcuni impliciti, altri molto evidenti) aiuteranno lo spettatore a comprendere la vera essenza di quel sodalizio: quella tra Phil e Bronco, per il burbero e all’apparenza intrattabile Phil, era molto più che una semplice amicizia. E forse anche gli incontri a tu per tu con Peter avrebbero potuto mutarsi in qualcosa di diverso se non fosse per la prematura dipartita di Phil a causa del contatto con una pelle animale infettata dal virus letale dell’antrace. 

L’azione, nel film della Campion, scorre in maniera particolarmente lenta e compassata, accompagnata da suoni disturbanti e cacofonici, sintomo della instabilità mentale e interiore dei vari personaggi, ciascuno tormentato dai suoi demoni: Phil dal suo legame difficile con la sua omosessualità repressa; George dal suo senso di inadeguatezza e solitudine in un habitat così lontano dalla sua natura; Rose schiacciata dalla necessità di apparire impeccabile di fronte ad una famiglia capace solo di giudicarla per le sue origini e il suo vissuto. Personaggio rivoluzionario è invece il figlio di Rose, Peter. Fin dalle sue prime comparse sullo schermo sembra facile bollarlo come un debole, uno sconfitto in fieri, aprioristicamente inetto a combattere la sfida di nervi e insulti velati con lo zio acquisito. Eppure quella di Peter sembra, in fin dei conti, essere solo una maschera: attraverso le sue azioni, Peter si rivela spesso noncurante del giudizio di chi gli sta attorno e, piuttosto, il tempo lascia emergere da punti reconditi del suo sé uno spaventoso e implacabile senso di vendetta, una stoica insensibilità, una appena sussurrata crudeltà. Sarà lui, infatti, a fornire (involontariamente?) la pelle malata allo zio e sarà sempre lui ad apparire, nelle ultime scene del lungometraggio, intento ad osservare la madre e George in un momento di intimità. Peter, inizialmente dipintoci come insignificante protetto, si dimostra un manipolatore e calcolatore, pronto a qualunque cosa per salvaguardare sé e il benessere della madre. Trasposizione cinematografica della sindrome edipica, il finale de Il potere del cane lascia lo spettatore spiazzato. Va sottolineato però che l’andamento del film non sempre (o meglio, quasi mai) è davvero incalzante, probabilmente anche per volontà della regista stessa: campi larghi di radure ingiallite e semi-deserte ben si armonizzano a lunghe inquadrature prive di azione, poiché atte a immortalare piuttosto le trasformazioni interiori dei singoli personaggi. Una scelta che rende il prodotto non adatto a tutti, ma di certo una chicca per gli amanti dell’introspezione e dell’immersione nella psiche umana.