Il putridarium o colatoio dei morti

Fonte Immagine: Antonio Ferragamo

Con l’Editto di Saint Cloud, un vero e proprio decreto imperiale dal punto di vista della veste legislativa relativo alle modalità di sepoltura, emanato da Napoleone nel 1804, proprio a Saint Cloud da cui ne prende il nomen, fu legiferato sostanzialmente che le tombe dei defunti dovevano essere collocate extra moenia, rectius fuori dalle mura cittadine, concentrate in un unico sito, preventivamente stabilito che avesse due caratteristiche precipue, doveva essere soleggiato e ventilato, approdando sostanzialmente alla costituzione dei cimiteri moderni.

Questo editto, composto da due corpi legislativi, non solo si limitò a raccogliere la gran parte delle scarne e frammentarie norme in tema di sepoltura, ma ne costituì un corpus organico che ne regolava in toto la materia. Le motivazioni sottese non erano, sic et sempliciter, volte ad una sistemazione legislativa, organica e sistematica in materia di sepoltura ma avevano due scopi precipui, uno più squisitamente pratico, di prevenzione delle epidemie che potevano derivare da uno scorretto trattamento dei cadaveri, e un fine più recondito, ideologico/politico, sull’onda del principio di uguaglianza, anche le tombe, dovevano essere uguali.

Al Regno d’Italia, l’editto fu promulgato quasi due anni dopo nel 1806, senza sollevare non poche polemiche, essendo non solo dirompente, ma soprattutto dirimente rispetto la tradizione funeraria precedente. Questa digressione, necessaria e prodromica, sull’Editto di Saint Cloud, costituisce un approccio evolutivo, socio/culturale che costituisce la fase finale che porta alla realizzazione delle odierne aree cimiteriali. Prima dell’Editto, soprattutto nell’Italia Meridionale, che all’epoca dei fatti si identificava con il Regno delle Due Sicilie, in ossequio alla credenza della “doppia morte” e della “doppia sepoltura” erano diffuse pratiche funerarie, che avevano come fulcro il luogo dove erano collocati i putridaria, meglio conosciuti come “sedili dei morti” o ancora come “colatoio dei morti”. Si trattava di un ambiente funerario ricavato perlopiù nelle cripte, quindi ipogeo, di chiese e monasteri. L’ambiente sepolcrale prevedeva spazi angusti, ove erano ricavati in muratura, dei veri e propri sedili provvisti di un foro circolare. Su questi sedili venivano adagiati i defunti, e il foro centrale previsto in ogni sedile, aveva lo scopo di far defluire i liquidi cadaverici in via di decomposizione. Con il tempo, conclusa la fase di putrefazione del corpo, restavano solo le ossa che venivano raccolte, lavate e trasferite nell’ossario.

Il putridarium, pertanto, era concepito come luogo di transito e purificazione, ove il defunto si liberava delle carni, intese come fardello legato al mondo materiale per trapassare nel mondo spirituale, verso la salvezza eterna. Le cripte non erano solo luoghi di sepoltura ma anche luoghi di intensa e profonda preghiera, volta ad ottenere intercessione per il fedele defunto.  E’ opportuno sottolineare che in questi luoghi trovavano sepoltura maggiormente frati o monache, nonché appartenenti al mondo clericale compreso gli appartenenti alle svariate congreghe religiose.

Nel napoletano, questi ambienti  venivano definiti ed individuati anche con il termine “cantarelle”. Restando in ambito campano esempi di sedili/colatoio si riscontrano in diversi luoghi: nella cripta della chiesa di Santa Maria Assunta di Frigento, si trovano diverse file perimetrali di sedili/colatoio, che fungono da cornice ad un luogo di profonda spiritualità e misticismo, idem ad Ariano Irpino nella cripta dell’attuale Museo Diocesano, nella cripta della chiesa di San Martino di Monteforte per citare solo alcuni  esempi più lampanti in Irpinia, mentre in ambito regionale emblematico è ad Ischia il Cimitero delle Clarisse presso il Castello Aragonese, Napoli presso la cripta della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco e ancora nelle catacombe di San Gaudioso, sotto la basilica di Santa Maria della Sanità e  sempre a Napoli, città da sempre molto dedita al culto profondo dei defunti, nella cripta del santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore e nella chiesa di Santa Maria Antesaecula.

La prevalenza di questi scolatoi nell’ Italia Meridionale non è un unicum dato che se ne riscontrano anche in Sardegna in provincia di Cagliari, particolarmente a Villa Cidro, ma anche nelle alpi lombarde, a Novara e addirittura nel capoluogo lombardo, nella cripta della chiesa di San Bernardino alle Ossa. Particolarmente diffuso soprattutto nel napoletano era anche il termine “terresante” da cui poi è derivato il termine ancora attuale di Campo Santo, indicando inizialmente, proprio i sepolcreti delle confraternite laicali, che si estendevano sempre al di sotto delle chiese e che furono bollate negativamente come “barbara maniera di seppellire li cadaveri” dagli ispettori che sul finire del 1780 erano preposti a vigilare in ambito sanitario. Ai margini delle “terresante” erano spesso anche disposti i sedili/colatoio a testimonianza che il defunto aveva un ruolo sui generis e precipuo in ambito spirituale. Dopo la morte il defunto stesso, era sia oggetto di preghiera  per assicurargli intercessione verso il Paradiso, ma nel contempo era anche “venerato” quale nume tutelare  dei familiari e di chi aveva dedicato lui una preghiera.