Il ritorno di Batman

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Ad un anno colmo di reboot, remake, spin off (da How i met your father e Il signore degli anelli nella categoria serie a Scream tra i film, giusto per fare qualche nome) non poteva che iscriversi anche uno dei supereroi più amati del mondo del cinema: Batman. Il numero delle sue apparizioni sul grande schermo si sprecano: dall’uomo pipistrello imbattibile di Adam West all’elegante interpretazione da superuomo strappacuori di George Clooney, fino alle ultime comparse nella trilogia diretta da Nolan che potè contare su di un Christian Bale perfettamente calato nel personaggio e al Batman calato nel contesto della Justice League messo in scena da Ben Affleck. Sono ben quattordici i lungometraggi in cui il paladino di Gotham ha mostrato il suo volto mascherato dal 1943 ad oggi. Quasi ottant’anni in cui il vigilante della DC ha maturato attorno a sé una folta schiera di cine-ammiratori. Verrebbe proprio da dire “Batman forever”, ricalcando il titolo di una delle produzioni più amate degli anni ’90 grazie anche alla presenza di side star come Nicole Kidman e Jim Carrey nei panni dell’antagonista d’occasione di Batman, ovvero l’Enigmista.


Ed è stato proprio questo il perfido rivale dell’uomo pipistrello nell’ultimo film (in ordine cronologico, sia ben chiaro) diretto da Matt Reeves. Il regista statunitense si è fatto conoscere nel mondo del grande schermo grazie ad una serie di produzioni dal sapore dark: dal tragico found footage di Cloverfield al recupero di un altro cult fantascientifico in Apes Revolution: Il pianeta delle scimmie. L’indirizzo del director del nuovo Batman era quindi già facilmente diagnosticabile: uno stile più tenebroso, una spazialità che comunica chiusura, limitazione, confinamento, la rassegnazione di fronte ad una realtà minacciosa e crudele. Tutti caratteri rintracciabili nell’opera resa disponibile nelle sale a partire dal 4 marzo di quest’anno. Robert Pattinson, ripresosi al meglio dagli esordi giovanili della saga teen oriented Twilight, sfodera una buona prestazione, recependo senza alcun dubbio quelle che devono essere state le richieste di Reeves. Gotham assume tinte fosche, ballando tra un perenne tramonto e la notte più profonda. Arancione e nero i colori più utilizzati in una palette che gioca un ruolo essenziale nella costruzione di un’atmosfera noir che un po’ rimanda a Sin City (senza però imitarne l’efferata violenza), un po’ a The Watchmen (di cui ritorna l’aria di decadenza e il ritmo lento delle scene, sintomo di un’umanità imbrigliata, ingarbugliata nelle viscere del male e della corruzione), un po’ alle vecchie detective stories. E’ un Batman che prende le distanze dai suoi precedenti cinematografici quello di Pattinson: insicuro, impacciato, insolitamente dipendente da chi lo circonda. Alfred e Catwoman diventano per lui quasi delle guide nel corso dell’intreccio, mentre il passato ci ha abituato ad elogiare un Bruce Wayne sempre sul pezzo e costretto ad agire in solitaria, “whatever it takes”. Quello che colpisce forse è la “umanizzazione” di questo eroe mascherato: Wayne qui sta affrontando un periodo non facile da un punto di vista economico, è ancora scosso dalla morte inspiegabile dei suoi genitori, si muove con imbarazzo tra gli altri characters di Gotham. Ciò potrà piacere o non piacere, ma va ammessa l’originalità della scelta. Un film che si lascia godere, che fa scoprire una prospettiva molto diversa su di uno dei supereroi più amati della modernità, sottoposto ad un processo simile a quello che aveva già investito Joker nell’opera di Todd Phillips. L’orientamento degli ultimi anni comunque, dopo l’estrema e sovrabbondante spettacolarizzazione messa in scena nella serie degli Avenger, sembra spingere per un ripiegamento su sé stesso del soggetto “super”, che fa sentire la sua non tanto come una qualità gratuita e in ogni caso positiva, ma che vive questa sua condizione con grande difficoltà. Questo Batman non ha muscoli a fior di pelle e non sembra pianificare le sue azioni per filo e per segno: fin dalle prime battute si presenta come “Vendetta” e in ogni suo scontro aleggia la possibilità di una sconfitta, atto già solo al pensiero inammissibile per alcuni dei suoi predecessori. Bruce è uno sconfitto in partenza e lo fa sentire già solo nel tono delle sue parole, nella stanchezza che ne accompagna lo sguardo, nella fiacchezza dei suoi movimenti – a volte estenuante. È un Batman giovane ma appesantito dal carico del rimorso, della malinconia, della solitudine. “Non l’eroe che meritiamo, ma quello di cui abbiamo bisogno”. Reeves si serve di questa famosa citazione per stravolgere il carattere del suo protagonista: non l’eroe che Gotham meriterebbe ma l’unico eroe che, in quel contesto, avrebbe potuto venire alla luce. Un eroe turbato, spezzato, combattuto, esitante. Un eroe non più da poster, non più da piedistallo, ma in cui è facile impersonarsi. Un Bruce Wayne tarato su un Peter Parker. Una variazione sul genere che da aria al modello, scrivendo una nuova pagina di una storia mai ripetitiva nonostante i suoi tanti ritorni.

Non si tratta comunque di un film immacolato. Pecche abbastanza evidenti sono evidenziabili qua e là, a partire dalla credibilità di alcuni personaggi secondari fino ad arrivare alla discutibilità di alcuni dialoghi. Ma forse l’intento di Matt Reeves, per il momento, era solo quello di apire una strada ancora inesplorata. Dunque ben venga qualche incomprensione, qualche scelta fuori luogo. Per un giudizio finale rimandiamo l’appuntamento al più che probabile sequel.