Il sacro nel " Giglio " di Flumeri

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Nel mondo mediterraneo, un insieme di elementi riconduceva all’idea centrale che, all’origine di ogni cosa stia un principio femminile, una dea o donna divina incorporante i supremi valori spirituali, soggetto alla legge inesorabile del nascere e del perire. Una legge metafisica di eternità e immutabilità dovuta alla grande matrice, la Madre della Vita, talvolta rappresentata dalla Terra, talaltra da Demetra, dalla dea della natura; ma è anche, per altri aspetti, Afrodite, fondamento di estasi orgiastiche e di abbandoni mistici.

Sotto questo segno, proveniente dal substrato di un mondo arcaico, in cui predominava la civiltà della madre, si è sviluppata e ha trionfato la civiltà cristiana, che ha manifestato in altre forme gli stessi principii e la medesima sostanza religiosa. L’anima ginecocratica delle antiche popolazioni mediterranee, pre-indoeuropee sia per i lineamenti etnici che per il portamento spirituale, fu il naturale terreno di coltura per la religiosità cristiana.

Anche nella devotissima Irpinia, sopravvivono elementi ‘pagani’ in manifestazioni popolari e folkloristiche patrocinate dalla Chiesa. Una di queste è l’obelisco di grano di Flumeri, trasportato su un carro durante le festività di santo Rocco: testimonianza del sincretismo culturale e spirituale che avvolse, con una velatura cristiana, alcuni culti classici. Alto circa trenta metri, “il giglio” si erge come un frutto della Madre Terra verso il dio Sole alto nel cielo, rappresentazione della pienezza dell’essere e della prosperità della vita. L’ostensione del giglio esprime sia la vitalità naturalistica che la tensione spirituale e la speranza esistenziale di chi, mesi prima ha seminato, curato la crescita e la mietitura del grano, aspettandosi un risultato conforme agli sforzi profusi.

In questo contesto, dove la fertilità della terra è sotto il segno femminile e materno, l’obelisco eretto ha un chiaro riferimento simbolico al maschile: dalla loro unione sacra, ierogamica, il ciclo della vita rinasce e fiorisce ogni anno. Il rituale cattolico ha obliterato la parte orgiastica fecondativa, basata sulla penetrazione del chicco di grano nell’accogliente grembo di Cerere. Più in generale, tutti i riti e i culti agrari – data la resistenza delle popolazioni rurali al cristianesimo, e dette ‘pagane’ appunto da pagus – furono convertiti alla nuova religione e messi sotto la protezione della Vergine Maria, della SS. Trinità o di un santo.

La figura del patrono flumerese, con la sua vita all’insegna della povertà e dell’ascesi, si inserisce in questo contesto storico-culturale. Nato durante il basso medioevo, e venerato già in vita, egli si guadagnò la devozione popolare grazie alla generosità, alle doti caritatevoli e alle qualità taumaturgiche da guaritore. Rocco da Montpellier, di nobili origini, donò le sue ricchezze ai poveri della città, e peregrinò da allora tra Francia e Italia, flagellate dalla peste. Grazie agli studi in medicina egli curò appestati e malati bisognosi, guarendo lui stesso dal morbo, e giungendo per questo agli onori degli altari nel 1629, quando sotto il papato di Urbano VIII fu proclamato santo.

Fu proprio dal XVII secolo che, sotto l’impulso delle indicazioni controriformistiche, le cerimonie legate al mondo contadino furono rilanciate, le liturgie affinate per galvanizzare la fede popolare, e i semplici tronchi d’albero vennero abbelliti e decorati. La tradizione del giglio di Flumeri, che pare risalire ai primi decenni del 1600, nasce per esorcizzare la paura della peste e di altre disgrazie, di calamità naturali come i disastrosi terremoti che affliggevano la zona.

I flumeresi provvedono a raccogliere a mano le “migliori” spighe percorrendo i campi dell’intero territorio comunale. Il grano mietuto è trasportato in grandi fasci, detti “gregne”, presso il Campo del Giglio, dove i carristi si adoperano a montare l’intera struttura. L’originario fusto d’albero, infatti, è stato sostituito da un robusto castelletto di travi di legno, rivestito secondo un disegno che varia di anno in anno, con squadre rionali che si contendono annualmente la vittoria per la realizzazione del piano più bello. Essi si sfidano nella composizione dei pannelli, ornati e abbelliti con intrecci di paglia e spighe, intere e tosate, e un tempo si contendevano la scelta della coppia di buoi che avrebbe trasportato l’obelisco. Oggi, invece, il timone della carretta è attaccato a un potente trattore, che ormai ha sostituito gli animali quale forza motrice capace di muovere una massa così imponente. Durante il trasporto i giovani, con canti e balli, creano un ambiente rumoroso e festaiolo per l’intero tragitto, e rimandano ai primordi del culto, quando, alla fine della mietitura i doni della terra venivano portati al tempio e presentati alla dea in segno di riconoscenza.

La struttura in legno, ha la sua immagine apicale nella statua di santo Rocco, che sormonta il giglio, il quale il 15 agosto viene portato in pellegrinaggio dalla periferia del borgo alla chiesa eponima. Durante il percorso, con un articolato gioco di funi, decine di uomini contribuiscono a tenere in equilibrio l’obelisco, affinché giunga intatto e svettante alla fine della sua processione.

Posta sotto la protezione del santo guaritore, la comunità di Flumeri si ritrova ogni estate intorno all’immenso giglio, per questo momento sacralmente cruciale, ed essenziale per confermare la sua identità rurale e cattolica. Una tensione religiosa che convoglia sia l’arcaica spiritualità matriarcale che la candida devozione cristiana, esprimendo con i suoi festeggiamenti tanto lo slancio trascendente del dio Sole quanto il mistero immanente della fecondità della Grande Madre.