Il secondo è il...

Fonte Immagine: avig

Ci sono degli avvenimenti sportivi che, mentre li stai guardando in tv oppure negli stadi o nei palazzetti, ti danno pian piano, con il trascorrere dei minuti,  la sensazione che stai assistendo a qualcosa di straordinario; così che, anni dopo, potrai dire  c’ero anch’io, oppure, quantomeno, l’ho visto in diretta. Inoltre, ben comprendi che i loro protagonisti hanno lasciato la dimensione mortale e sono entrati nella leggenda, ed è proprio assistere a quella trascendenza la cosa più importante e  sensazionale, capisci che stai facendo parte della storia. Perché è importante il gesto atletico ma ancor di più  il momento in cui avviene, e ciò che rappresenta per il mondo intero.

I tre protagonisti della miastoria sono Diego Armando Maradona, Michael Schumacher e Michael Jordan, campioni indiscussi, ma che grazie a tre momenti magici sono diventi eterni, e che tutti coloro che hanno dai quarantacinque anni in su hannoalmeno visto una volta in diretta tv. 

Siamo nel 1986, la radio passa  Run to me di Tracy Spencer, in una estate solitamente calda, il 22 giugno, allo stadio Azteca di Città del Messico, va in scena il quarto di finale più atteso della coppa del mondo Argentina contro Inghilterra.  Dopo il primo gol segnato chiaramente di pugno, e spacciato dallo stesso fuoriclasse argentino come la mano di Dio, quasi per dare un’aurea divina al suo gesto; passano circa cinque minuti  e Maradona ritorna nuovamente on-fire, e stavolta è solo magia. Ricevuta la palla al limite del cerchio di centrocampo, inizia una serpentina che lo porta a correresessanta metri in dieci secondi, dribblando ben 6 avversari compreso il portiere inglese  Shilton, firmando il gol della vittoria.  Essendo il calcio uno degli sport di squadra per eccellenza, è altrettanto vero che mai nessuna squadra, specialmente a livello di  nazionali, è stata condizionata dalle gesta sportive di un unico calciatore quanto la squadra argentina, campione ai mondiali del 1986.

Per volere di Dio e nel nome di quei ragazzi caduti, quattro anni prima, nella guerra delle Falkland/Malvinas, per rendere onore alla loro memoria e regalare un sorriso alle loro mamme in lutto a causa dei proiettili  inglesi.

Giusto 10 anni dopo, precisamente il 2 giugno del 1996, al Gp di Spagna si celebra la prima vittoria  di Michael Schumacher in Ferrari. Sotto una pioggia martellante e dopo essere partito anche male, finendo addirittura nono, il campione si rende protagonista di un’incredibile rimonta, guadagnando fino a 5 secondi al giro sui piloti di testa, superandoli ed arrivando al traguardo con quasi un minuto di vantaggio su Jean Alesi, secondo in classifica finale. Schumacher è l’unico pilota a rendersi conto che, percorrendo traiettorie inconsuete, su parti del tracciato abitualmente inutilizzate, può trovare grip dove altri vanno in testa coda, semplicemente perché vede oltre la pista.L’arrivo di Schumi alla Ferrari aveva portato freschezza ad una squadra, che era impantanata in uno dei suoi periodi peggiori di sempre, con solo due vittorie nelle precedenti cinque stagioni.

Quella vittoria  ha gettato le basi per i successi futuri del sodalizio rosso e Michael non è mai stato migliore di quel pomeriggio di giugno del 1996, quando ha reso il fatto di correre assieme ai migliori piloti del mondo un aspetto di secondario. L’epica vittoria sotto il diluvio di Barcellona, ha segnato il momento in cui Schumacher è passato dall’essere secondo, dietro al mito Ayrton Senna a divenire lui stesso leggenda a pieno titolo.

Sempre a giugno, il 14 del 1998 al Delta Center di Salt Lake City si gioca gara 6 delle NBA Finals tra Utah Jazz e Chicago Bulls di Michael Jordan, il degno epilogo di una delle più incredibili storie di sport che si siano mai viste, l’atto conclusivo di un giocatore e di una squadra che sono usciti dalla storia per entrare direttamente nella leggenda. Dopo la sconfitta in gara 5 , i Chicago Bulls sono costretti a tornare a casa di Stockton e company per il mach point. Ad aggiungere ulteriore drammaticità alla partita, ci pensa l’infortunio di Scottie Pippen, la spalla di Jordan. Il numero 23 allora deve caricarsi nuovamente tutta la squadra sulle spalle, finendo per eseguire 35 dei 67 tiri tentati dai suoi.  I Jazz restano avanti praticamente per tutta la partita, ma non riescono mai davvero a staccare i Bulls.

Se gara 6 è entrata nella storia non è solo per il suo risultato finale, ma per come è maturato. E l’epilogo della storia non poteva che essere di livello epico. Con il punteggio in parità, John Stockton segna una tripla per Utah (quindi +3) a 41.9 secondi dalla fine. Michael Jordan, già autore di 41 degli 83 punti dei Bulls fino a lì, ha altri piani, subito un canestro difficilissimo in sottomano alzando la parabola del tiro, poi una palla rubata ai danni di Karl Malone, sbucandogli da dietro le spalle per sporcare la ricezione ed infine “The Shot”, il canestro più memorabile della sua carriera e l’immagine di pallacanestro più famosa di tutti i tempi. 

Come diceva il Drake Enzo Ferrari: “Il secondo è il primo degli ultimi”.