Il successo di Stranger Things

Fonte Immagine: netflix

Uno degli strumenti di cui deve fornirsi, oggi, ogni buon fruitore multimediale è una sana curiositas indirizzata ad interpretare le scelte dei videomaker più in voga del momento. In fondo, non è un caso se questo o quel prodotto abbiano più o meno successo. Dietro ogni scelta, c’è un certo calcolo, un certo riscontro presso il grande pubblico. Andando ad analizzare il panorama di fiction e serie tv diffusi sulle più disparate piattaforme streaming non è difficile infatti rintracciare parecchie somiglianze di soluzioni e contenuti. Questo perché, pur non esistendo una formula magica capace di venire incontro alle richieste di tutti, è innegabile che, nella società conformista e consumistica del nostro oggi, è possibile ricorrere ad una serie di motivi ricorrenti. Una fotografia pulita e in altissima definizione, l’utilizzo di primi piani ma anche di campi larghissimi grazie al ricorso a droni, trame avvincenti e avventurose con l’intromissione – spesso – del soprannaturale, la necessità di contare sull’effetto sorpresa e su un senso di cliffhanger continuamente instillato, la presenza di immagini eroticamente spinte e capaci di affascinare.

Dopo il boom del fenomeno Squid game, riuscito a tenere incollati agli schermi un numero irripetibile di spettatori in un tempo ristrettissimo, Netflix è tornata agli onori della cronaca grazie all’immissione sul mercato della quarta stagione di una delle sue serie di punta: Stranger things. I numeri, difatti, sono stati impressionanti fin dai primissimi giorni. Dopo una mirabolante cerimonia di pubblicizzazione, incominciata con la proiezione di spezzoni dei primi episodi sull’Empire State Building a New York, Stranger things ha infatti raccolto un numero di visualizzazioni senza precedenti. Nei giorni subito successivi alla pubblicazione della nuova stagione, i nuovi episodi della fiction sci-fi hanno ricevuto ben 4 miliardi di minuti di visualizzazione. La serie, forse assieme a La casa di carta, la più duratura e rappresentativa del gigante Netflix, continua a macinare numeri da capogiro, nonostante siamo giunti alla sua quarta prosecuzione e nonostante siano trascorsi già 6 anni dalla sua prima apparizione online. I fratelli Duffer sono stati abili nel comprendere le principali aspettative della platea in streaming e a concedere ad essa proprio ciò che più desiderava di volta in volta. Ma, se volessimo andare ad esaminarli, quali sono i punti principali dietro l’enorme seguito creato da Stranger things?

Innanzitutto, la presenza di un cast composto per lo più da ragazzi “stereotipati” in cui facilmente l’abbonato medio di Netflix può riconoscersi. Stando agli ultimi rilevamenti, la maggior parte degli iscritti alla piattaforma conta meno di 40 anni e moltissimi sono gli under 30, spesso anche con titoli di studio di livello elevato e un’alta dipendenza dalla tecnologia. Ecco allora che una allegra combriccola di nerd appassionati di giochi da tavolo e videogames si dimostra dotata di tutte le carte in tavola per attrarre a sé un notevole interesse. Si tratta, in ogni caso, di una scelta già collaudata: evidente è il richiamo a Steven Spielberg, tra i registi colui che più spesso ha deciso di affidare la centralità all’interno dei suoi intrecci a frizzanti bande di adolescenti fuori dagli schemi (pensiamo a E.T., Ready player one, Le avventure di Tintin dirette a tutti gli effetti da Spielberg e infine I Goonies in cui il director di Cincinnati ha curato il soggetto). Per gli spettatori sarà semplice immedesimarsi nei personaggi o, in ogni caso, fare il tifo per loro. I protagonisti infatti, come detto, rappresentano una serie di “tipi” altamente codificati, con particolare attenzione alle diversità e all’inclusione, come d’obbligo per la televisione dei nostri tempi. Insomma, non manca davvero nulla.

L’ambientazione. Forse qui sta il vero colpo di genio dei Duffer brothers. La scelta degli anni in cui posizionare cronologicamente lo svolgimento dei fatti. Siamo nella fittizia cittadina americana di Hawkins, nei ruggenti anni ’80. Da qui nasce la magia: una semplice mosse che ha permesso alla regia di recuperare un intero sistema simbolico di cui il pubblico sentiva la mancanza. Il ritorno dei cabinati, dei cappellini a visiera, di quell’abbigliamento vistoso e dominato dal tessuto jeans, dei complotti governativi e della eterna guerra fredda USA-URSS (due temi che, tra l’altro, a metterli oggi sotto i riflettori, mostrano di aver trovato anche nuovo campo fertile), delle musiche rock’n’roll e dei cult cinematografici (emblematica, da questo punto di vista, la prima season, con la ri-esplosione dell’amore per i Clash con il recupero di Should I stay or should I go).

Lo scontro tra buoni e cattivi. Inutile girarci attorno: la semplicità della trama è sempre indice di un successo più facilmente raggiungibile. Non è un caso che la filmografia di Lynch non abbia mai avuto lo stesso numero di ammiratori raggiunto in molto meno tempo da prodotti come Elite o Bridgertone, all’interno dei quali esistono colpi di scena ed intrighi, ma mai troppo elaborati. Indi per cui, la decisione di basare la trama sullo scontro manicheo tra forze del bene (i ragazzi) e forze del male (un’oscura creatura proveniente da un universo parallelo) non può che aver giocato a favore di una rapida immedesimazione oltre alla possibilità di rivolgersi ad una platea molto ampia.

L’utilizzo di effetti speciali e il ricorso al mondo dell’orrore e dei superpoteri. Avatar ce lo aveva già ampiamente dimostrato nel 2009: il pubblico desidera essere stupito. Desidera evadere dal proprio quotidiano e trovarsi catapultato in qualcosa di fantastico, di frastornante, di meraviglioso (sia in senso positivo che negativo). Per questo, la comparsa qua e là di fotogrammi rappresentanti altri mondi, creature spaventose, deformazioni e squarci spazio-temporali non possono che affascinare. Allo stesso modo, il piccante aggiunto all’intera vicenda dalle terrificanti apparizioni del Sottosopra (l’universo capovolto da cui queste reincarnazioni del male provengono) e dalle sovrumane capacità telepatiche sviluppate da Undici (la vera protagonista della serie, interpretata da Millie Bobbie Brown) riveste i panni di vera ciliegina sulla torta di uno show già perfetto per l’audience moderna. Con buona pace dei Marvel movies.

Cos’altro aggiungere su di uno sceneggiato che ha già raggiunto il successo planetario e che con questa quarta stagione non ha fatto altro che confermare, se non raddoppiare, i suoi followers?