Il vaccino come sacramento terapeutico

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Fin dal momento epifanico del Coronavirus, il vaccino ha svolto un duplice ruolo nel quadro della nuova religione terapeutica. Da un lato, si è posto come l’equivalente medico della παρουσία, dell’“arrivo” della salvezza, in una forma desacralizzata di attesa messianica della redenzione in terra. Dall’altro, quando sul finire del 2020 sono realmente arrivati i primi vaccini, esso ha svolto la parte di nuovo sacramento della religione medica, in grado di determinare la salvezza del corpo. Come in ogni religione, anche in quella terapeutica del vaccino si sono prodotti, quasi da subito, i due “schieramenti” opposti ed egualmente dogmatici dei “devoti” (detti anche “sì vax”) e degli “atei” (chiamati “no vax”), entrambi “immuni” dallo spirito critico e non dogmatico che dovrebbe caratterizzare l’animalrationaleche siamo. Con le riflessioni che seguono, proverò a mettere in luce, a volo d’aquila e senza pretese di esaustitività, alcune questioni di non secondario rilievo intorno alla questione vaccinale. La tesi che intendo sostenere è che, ancora una volta in coerenza con l’ideologia medico-scientifica, il principale scopo della vaccinazione anti-Covid non è sanitario, ma di ordine politico, economico e sociale. Questo, si badi, non vuol dire che non vi sia anche uno scopo sanitario: semplicemente e in modo peraltro difficilmente equivocabile, significa che lo scopo principale deve essere ravvisato altrove. Anzitutto, non deve sfuggire come i governi d’Europa abbiano incessantemente preferito insistere sulla via della vaccinazione delle loro popolazioni anziché su quella delle cure: a sentire la narrazione egemonica, pareva anzi a tratti che non si dessero realmente cure possibili e che, di conseguenze, tutte le energie e i fondi dovessero essere investiti in vista della produzione dei vaccini e della loro somministrazione. Assai spesso, peraltro, sono stati marginalizzati, quando non direttamente ostracizzati e scherniti, i medici che hanno adombrato l’esistenza di reali cure in grado, a loro giudizio, di guarire i pazienti, fossero esse quelle basate sul “plasma iperimmune” (Tarro e De Donno, in Italia) o quelle incentrate sul ricorso all’idrossiclorochina (Didier Raoult, in Francia). Ciò permette di sostenere, in termini generali e difficilmente confutabili, che il Leviatano terapeutico preferisce la vaccinazione alla cura, proprio come predilige i lockdown e le misure stringenti rispetto al potenziamento delle strutture della sanità pubblica. Un secondo aspetto che chiede di essere sottolineato riguarda l’insistenza con cui, contraddittoriamente, l’ordine del discorso ha esortato la popolazione a sottoporsi ai vaccini anti-Covid e, insieme, ha evidenziato l’impossibilità di fare affidamento su di essi per un ritorno alla normalità pre-Covid (ritorno comunque dichiarato improbabile, se non apertamente impossibile). Quasi da subito, in effetti, la comunità scientifica si è prodigata nello spiegare che nemmeno l’arrivo provvidenziale dei vaccini sarebbe valso a porre fine all’emergenza. Così, in maniera paradigmatica, il dottor Giuseppe Remuzzi ha precisato che “col vaccino non ci ammaleremo, ma il virus resisterà” (“Il Corriere della Sera”, 11.11.2020) e, con esso, dovranno rimanere le misure di contenimento, come il distanziamento sociale, le mascherine e i lockdown a singhiozzo. Non diversamente, “La Stampa” di Torino ha precisato che “nonostante i vaccini bisognerà mantenere le misure di distanza nei prossimi mesi” (11.1.2021): ovviamente quanti siano i mesi in questione non viene mai precisato, ed è superfluo rammentare che anche i secoli sono composti dall’insieme dei “prossimi mesi”. Insomma, la pandemia sarebbe, in ogni caso, stata infinita, grazie anche al sopraggiungere – rilevato fin dalla fine del 2020 – di molteplici varianti “esotiche” del Coronavirus (da quella inglese a quella nipponica, da quella sudafricana a quella bretone). Un ulteriore aspetto riguarda, ovviamente, il colossale business legato alle vaccinazioni di massa per le multinazionali del farmaco e, in generale, per i signori del Big Pharma. Tale business, secondo “Il Fatto Quotidiano”, oscillerebbe tra i cinquanta e i cento miliardi di dollari l’anno (cfr. Il business del vaccino, quanto ci guadagnano le case farmaceutiche. Il caso Astrazeneca: ecco perché non ha perso in borsa, “Il Fatto Quotidiano”, 21.3.2021). Per i summenzionati settori dei gruppi dominanti turbocapitalistici, l’emergenza pandemica figurava a tutti gli effetti come una benedizione, come un’imperdibile occasione per moltiplicare esponenzialmente i propri profitti: i quali, con tutta evidenza, risultano tutelati se si vaccina, magari coattivamente, l’intera popolazione, assai più che se se ne cura una pur ampia parte (in specie se con farmaci decisamente poco costosi come l’idrossiclorochina o con metodi “sottoprezzo” come il plasma iperimmune). Ai vantaggi acclarati legati al profitto non si accompagnavano, peraltro, alti “rischi d’impresa”, se si considera che i governi europei subito provvidero a garantire ai padroni del farmaco forme di immunità legale in relazione a eventuali danni ed effetti collaterali connessi alla somministrazione dei vaccini. Forse anche in questa cornice ermeneutica si comprende l’opposto atteggiamento fatto valere dall’ortodossia dominante in relazione alla legge del post hoc, ergo propter hoc: in generale, se ogni decesso successivo alla contrazione del Coronavirus era conteggiato come causato dal virus, ogni morte successiva alla somministrazione del vaccino era, nel 2021, annoverata come una morte indipendente dal vaccino stesso. Quest’ultimo, in quanto “sacramento” e fonte di vita e di salvezza, non poteva in alcun modo essere correlato, nella mente dell’uomo comune, all’idea di possibili effetti collaterali, magari anche con epilogo tragico. La successione temporale in un ambito era fatta coincidere con la connessione causale (dopo il Covid, ergo a causa del Covid), nell’altro non lo era mai (dopo il vaccino, ergo indipendentemente dal vaccino). In entrambi gli ambiti, comunque, si evitava tendenzialmente di procedere vagliando caso per caso, preferendo la risposta preordinata, che peraltro nel primo dei casi evocati favoriva la narrativa del worst case scenario e nel secondo metteva al riparo le ragioni della vaccinazione di massa con un vaccino – giova ricordarlo – prodotto con grande rapidità e senza possibilità materiale di valutare fino in fondo l’entità degli effetti collaterali (come peraltro era scritto nero su bianco sui bugiardini). Secondo la narrativa monopolistiscamente gestita dai padroni del discorso, bastava mettere in discussione il teorema per cui si potesse morire di altre patologie, pur se affetti di Covid-19, per essere diffamati come “negazionisti”; categoria che, però, gli autoproclamati “professionisti dell’informazione” si guardavano bene dall’applicare a quanti negassero aprioricamente ogni possibile correlazione di ordine causale tra le vaccinazioni e i numerosi decessi successivi. Un altro punto non trascurabile attiene, poi, ai metodi niente affatto idilliaci con cui il vaccino anti-Covid è stato proposto, rectius imposto, alla popolazione. Da subito la questione con cui si sono destreggiati i governi di mezza Europa, tra cui l’Italia, è stata quella relativa alla possibilità di introdurre forme di obbligo vaccinale, tenendo conto del generale veto che la carta dei diritti umani e, in molti casi, la legislazione locale (nel caso italiano, la Costituzione stessa, all’articolo 32), prospetta per qualsivoglia genere di trattamento sanitario obbligatorio. Per aggirare l’ostacolo, si è in breve tempo trovata, a mo’ di soluzione, la vecchia e sempre effiace strategia del ricatto, prospettando licenziamenti e limitazioni di varia natura per quanti facessero valere una qualche forma di diffidenza o, peggio ancora, di resistenza rispetto alla somministrazione del nuovo sacramento. Così si spiegano, oltretutto, l’inqualificabile minaccia di licenziamento rivolta alle classi lavoratrici, nel generale silenzio delle forze sindacali (cfr. Vaccino Covid, Ichino: “Il datore di lavoro può chiudere il contratto se un dipendente si rifiuta”, “Il Corriere della Sera”, 29.12.2020), e, in generale, il clima apertamente persecutorio creato a nocumento degli “infedeli” della religione terapeutica. In alcuni casi, ci si avventurò addirittura a teorizzare senza remore forme di aperta discriminazione dei non vaccinati, come accadde in un articolo apparso sul “Fatto Quotidiano” il 14 dicembre del 2020 (con il titolo Vaccino Covid, lo spot punta su alcune leve persuasive. Per questo funziona): nell’articolo, si proponeva di introdurre un simbolo visibile (una “primula fucsia”) per distinguere i vaccinati dai non vaccinati, con l’intenzionale risultato per cui “quelli che non la indosseranno saranno visti meno di buon occhio e verranno isolati”. In questa stessa cornice ermeneutica, si spiega anche la prassi dei “passaporti vaccinali” introdotta in molti Paesi d’Europa e del mondo (Israele fu tra i primi a introdurre un’apposita green card). In relazione all’Unione Europea, fu l’Italia di Mario Draghi a battersi forse con il massimo zelo per sostenere siffatte politiche, tese astrattamente a proteggere la vita di tutti mediante i vaccini e concretamente a garantire, mediante il ricatto, i profitti degli strateghi del Big Pharma e il controllo biopolitico dei cittadini. Per il tramite del pass vaccinale, la forma dell’imposizione diretta era sostituita da quella dell’imposizione mediata: chi non fosse stato nelle condizioni di poter esibire il proprio patentino vaccinale in regola, avrebbe per ciò stesso dovuto rinunziare, da quel momento, a diritti e servizi fondamentali, come l’accesso ai teatri e la possibilità di viaggiare in aereo o in treno. Nella pratica vaccinale, così, si andavano a riannodare tra loro il controllo sopra la pelle e quello sotto la pelle, rendendo in tal guisa possibile una triplice vittoria del blocco egemonico: quest’ultimo poteva tutelare al grado massimo il business farmaceutico, ma poi anche implementare le pratiche di sorveglianza biopolitica, peraltro preparando o, meglio, accelerando la transizione alla novitas dell’identità digitale. Grazie all’imperdibile occasione dell’emergenza epidemiologica e della conseguente pratica di vaccinazione di massa, diventava poi possibile – ecco la terza delle vittorie evocate – una messa a regime dell’impiego dell’identità numerica per ogni cittadino. Grazie a tale pratica, in un futuro non remoto sarebbe divenuto possibile praticare in maniera automatica il controllo dei diritti d’accesso del suddito ai diversi luoghi pubblici. È, peraltro, quanto apprendiamo da “ID2020”, un progetto futuristico teso a realizzare, appunto, con l’attiva e immancabile partecipazione del “filantropo” Bill Gates, l’identità digitale. Stando a quanto si apprende sul sito ufficiale (www.id2020.org), l’ID2020 includerebbe ogni essere umano nel nuovo regime senza confini del controllo globale mediato dall’identificazione elettronica e dalla vaccinazione generalizzata. Un’ultima questione che desidero affrontare pertiene alla “geopolitica vaccinale”, come propongo di appellarla. Nella cornice di quella che si è subito venuta profilando come una nuova “Guerra Fredda” tra Stati Uniti e Cina, la corsa al vaccino ha sostituito la vecchia corsa allo spazio, peraltro in un orizzonte geopolitico in cui le forze in campo erano ben più di due. Emblematico è, a tal riguardo, che la Russia di Vladimir Putin abbia scelto di denominare “Sputnik V” il proprio vaccino. Ogni protagonista sullo scacchiere globale si è adoperato per produrre i propri vaccini, con ciò facendo mostra della propria potenza. Ne sono seguiti anche effetti paradossalmente contraddittori: ad esempio, l’Unione Europea nei primi mesi del 2021 dichiarava la vaccinazione di massa della propria popolazione una priorità assoluta, lamentando a più riprese la penuria dei vaccini o i ritardi nella loro distribuzione; salvo poi tergiversare, per ragioni di evidente portata geopolitica, rispetto, ad esempio, ai vaccini russi e senza mai nemmeno seriamente prendere in considerazione l’impiego di quelli cinesi. Insomma, la vaccinazione di massa della popolazione era ritenuta una priorità assoluta se e solo se i vaccini somministrati erano quelli del blocco euro-atlantista, connessi con gli strateghi del Big Pharma e con le centrali del capitale globalista. Come ebbe a rilevare Putin in relazione al rifiuto del vaccino russo a opera della UE, con un proclama difficilmente confutabile: “la UE non lo vuole? Difende interessi, non persone” (“Il Messaggero”, 22.3.2021).