In the Heart of the Sea

Fonte Immagine: avig

Nel film ” In the Heart of the Sea ” Ron Howard, grazie a una struttura narrativa solida e quasi epica, indaga l’oceano di sentimenti che risiede nell’animo umano e che l’immensa coda della balena sembra voler scuotere per metterne a nudo i moti e solcarne gli abissi, nella ricerca di sé attraverso le difficoltà da superare e lo scontro con ‘qualcuno’ che rappresenta un ostacolo; un cetaceo, simbolo di una Natura primordiale risvegliata dall’essere umano.

<< Eravamo al limite della sanità mentale, come se fossimo apparizioni, fantasmi. La fiducia cedeva il passo al dubbio, la speranza alla superstizione. La tragedia dell’Essex è una storia di uomini e di un demone. >>
È la sfida titanica del debole nei confronti di chi è forte, della “canna” di Pascal, fragile, ma “pensante”, metafora dell’essere umano, provvisto di intelligenza, ragione, sentimento etico; e, pertanto, anche se l’universo intero lo schiacciasse, sarebbe sempre più “nobile” del suo annientatore, avendo il privilegio, rispetto all’universo “inconsapevole”, di essere cosciente sia di dover morire sia della “dignità” del proprio pensiero, che gli permette di “elevarsi”, non certo nello spazio, il cui possesso non gli darebbe nessuna superiorità; con lo spazio, infatti, l’universo lo comprende e anzi lo inghiotte come tanti piccoli punti, con il pensiero, invece, è egli stesso a comprenderlo. Captain Ahab di Melville è una delle figurazioni più potenti di questa sfida e sembra parlare con le parole di Pascal e di Kant, ma anche come l’Ulisse dantesco della << virtute e canoscenza >>, travolto dalla sua ybris di volere andare << di retro al sol, nel mondo sanza gente >>.

Il Chapter 119, ( << The Candles >> ), uno degli ultimi di Moby Dick, si apre con una constatazione, che è anche una premonizione : anche i cieli più fulgidi possono essere attraversati dai tuoni più micidiali e può accadere che negli splendidi mari giapponesi il marinaio incontri il più terribile degli uragani, il tifone, che, infatti, sul far della sera, colpisce la nave “Pequod”, mentre, nel buio, cielo e mare sono come lacerati dai tuoni avvampati dai fulmini. Un << vivid lightning >> saetta poi fiamme sull’imbarcazione, e all’equipaggio, che si prepara a farvi fronte con i parafulmini, Captain Ahab intima di fermarsi e lancia la sua sfida al minaccioso pericolo per combatterlo direttamente, con un “gioco leale”, pur consapevole della loro debolezza.

I bagliori dei << corpusants >> promanano da << satanic blue flames >> e creano uno scenario surreale e sinistro di luce spettrale e supernaturale, dinanzi al quale i marinai rimangono silenziosi e ammaliati con gli occhi scintillanti in quella pallida fosforescenza come una remota costellazione di stelle. Dinanzi a queste fiamme sempre più alte, Ahab si rivolge al << clear spirit of clear fire >> e gli grida di sapere che il giusto modo di adorarlo consiste nella sfida, perché né amandolo, né odiandolo sarà mai benevolo, avendo sempre il potere di uccidere tutti con il suo indicibile potere; eppure contrastera’ il suo dominio, la personalità di lui, essere umano, si opporra’ senza cedimenti all’impersonale personificato dello “spirito” onnipotente del fuoco. Mentre Ahab preannunzia in uno stato di assoluta esaltazione parole di sfida, continua a lampeggiare, le fiamme diventano sempre più alte e terribili, ma non si lascia intimorire e continua la sua allocazione al fuoco, che, essendo luce, guizza dalla tenebra; egli invece si sente tenebra, che guizza dalla luce con questa differenza fondamentale : il fuoco con conosce la sua origine ; ”ma io – dice Ahab – so di me ciò che di te tu non sai “. La sua adorazione pertanto consiste proprio nella sfida che egli rivolge contro la natura e dunque contro il fuoco.
Alla fine, dinanzi all’equipaggio attonito e impaurito, con un impeto quasi sovrumano riesce a spegnere le fiamme, ma il tifone incalza e, in quella inclemente burrasca, la nave è ridotta a un volano sballottato dalle raffiche. La situazione drammatica non può non incutere terrore e infatti la voce narrante, Ishmael, echeggiando Burke, osserva che, a tale spettacolo, quasi nessuno può assistere senza una specie di inusitata emozione.
La ” Pequod ” cede alla furia degli elementi, anche la scialuppa di salvataggio con i marinai a bordo, rimasta sola, comincia a roteare su se stessa e tutto intorno, gli uomini e la barca, l’animato e l’inanimato, è inghiottito in un unico vortice ; poi tutto crolla definitivamente e il grande sudario del mare vi si distende sopra.

Così termina il capolavoro di Melville, con un finale quasi dantesco : << Infin che il mar fu sopra noi richiuso >>, il verso che suggella il celebre episodio della “folle” avventura di Ulisse, nella quale solo Ishmael si salva, tenuto a galla da una bara e vagando per l’ampia funerea distesa del mare, finché non è accolto dalla nave “Rachel”. Così Ahab di Nantucket, mutilato a una gamba nello scontro con il capodoglio Moby Dick, la bianca balena, ossessionato fino alla follia dal desiderio di vendetta, inseguendo per mare il suo astuto nemico, nonostante il suo coraggio e la sua sfida alla violenza onnipotente e prepotente della Natura, scompare negli abissi marini come l’Ulisse di Dante.

In opposizione ad esso, il capolavoro di Ron Howard, nonostante lasci nell’animo dei protagonisti del grande naufragio una ricchezza che però ha in sé un senso di malinconia, di Assoluto, di Sublime, nonostante la morte di alcuni marinai e l’aberrazione che i superstiti per sopravvivere sono costretti a compiere nel cibarsi del corpo di un loro compagno ormai morto dal freddo e dalla mancanza di cibo, ha un finale ‘lieto’ e termina con la salvezza, agognata ma insperata, vista come un miraggio dal protagonista e, con esso, dai marinai superstiti al terribile naufragio. Melville, come pure Howard, descrivendo il conflitto tra ‘Ahab’ e la Balena, narrano soprattutto, come in un poema, il conflitto epico tra l’Uomo e la Natura, in cui livello realistico e piano simbolico si corrispondono, pur senza intersecarsi, facendo della figura poliedrica e complessa del protagonista l’universale fantastico dell’essere umano che è consapevole della sua superiorità sul mondo esterno, nonostante la sconfitta e la morte ( nel capolavoro di Melville il capitano dice al fuoco onnipotente ” io so di me ciò che di te tu non sai ” ).

Nel capolavoro di Howard uno dei superstiti al naufragio cova dentro di sé il suo segreto, quello del terribile naufragio che ha vissuto sulla sua pelle, in cui per sopravvivere ha dovuto commettere abominii indicibili, un grande vituperio all’umanità intera e in primo luogo alla propria, che gli ha tolto la dignità ma al tempo stesso gliel’ha restituita nella lucidità di un gesto insano, assurdo e inumano che però era l’unico gesto che avrebbe consentito a lui, come agli altri marinai, di rimanere in vita e di poter ritornare a casa, consentendo al protagonista di mantenere la sua promessa, quella di rientrare in patria per riabbracciare la sua famiglia. Poche, ma significative, le parole del protagonista, che dopo aver sfidato l’immenso mostro marino, sembra aver appreso una grande lezione di umanità, umanità che mostra nel non uccidere l’immensa balena, quando gli ricapita l’opportunità, dopo averla guardata in volto e aver appurato che essa non era lì per fare loro del male; parole che evidenziano la nullità dell’uomo dinanzi a una natura imperiosa che in un primo momento era stata sfidata in una battaglia impari tra due forze di entità diverse; parole che mostrano la vanità della sfida contro una natura sconfinata e la propria nullità dinanzi all’onnipotenza di Dio, che solo può salvarli ridestando la loro l’umanità, elevando le forze del loro animo e ponendoli a contatto con la loro essenza più profonda e più vera. Parole che colgono l’essenza di un uomo in viaggio verso l’inconoscibile, verso l’ignoto, un viaggio che mette a dura prova le capacità fisiche e prima ancora mentali dei protagonisti, pronto a scatenare le potenti forze che risiedono negli abissi profondi dell’animo e con cui sono costretti a misurarsi; un viaggio che li conduce al limite della sanità mentale, all’aberrazione più disumana che un essere umano possa mai conoscere, ma che al tempo stesso consente loro di elevare le forze dell’anima al di là di ciò che è umanamente impensabile, alimentando il loro spirito vitale giammai spento e ponendoli a stretto contatto con la loro essenza più vera e più umana, o per meglio dire, consentendo loro di scatenare una potenza dell’animo pressapoco sovrumana.