Italia, il Paese dei moderati

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Lo penso ed affermo da sempre: il Belpaese, in sostanza, risulta essere la nazione che, più di altre, predilige l'ascesa di una forza dirigente dai connotati palesemente moderati. E non è un caso che la nostra Repubblica fondi le proprie solide radici sul noto compromesso.
Ed è proprio un excursus storico veloce che ci evidenzia come anche i più appassionati, fervidi leader di partiti estremisti abbiano teso verso un confronto esteticamente costruttivo.
Basti pensare ad Enrico Berlinguer che, pur arrivando ad ottenere il 34% con il PCI, fu fautore dell'altro compromesso, non andato in porto, con il compianto segretario DC, Aldo Moro. Così come i 5 stelle che, nati come movimento anti sistema, diventano il sistema, tanto da non farsi problemi nel partecipare a governi con coloro che hanno dato ragion d'essere al Movimento stesso, il Partito Democratico.

Se esiste un motto, quindi, che delinei fedelmente l'Italia repubblicana, è sicuramente "si nasce incendiari e si muore pompieri". E non è sempre da catalogarsi in una visione negativa della realtà, anzi.
Gli estremismi, anche fanatismi, più che sostenere le proprie tesi, le proprie idee, nascono sulla base della contrapposizione rispetto al pensiero dell'avversario. Ciò comporta una malcelata intolleranza di fondo che non permette il dialogo, anche acceso, tra chi non la pensa allo stesso modo.

In un Paese storicamente caratterizzato da tante sfaccettature, non è mai stato possibile che una forza, anche con un consenso temporaneo importante, governi in solitaria.
A comprova di ciò, nel 1984, il PCI, pur ritrovandosi primo partito italiano, fu costretto ad accomodarsi sulle poltrone destinate alle opposizioni. Insieme ad un'altra forza, l'MSI. Quindi, i partiti che rappresentavano gli opposti si ritrovarono spalla a spalla a combattere quelli di governo, i quali facevano del confronto il proprio punto di forza.
Lo stesso Salvini, che nel 2019 ottenne il 40% alle Europee, primo indiscusso partito in quanto a consenso reale, dovette prendere atto dell'impossibilità di formare un proprio governo.
Ed è emblematico che, da forza antieuropeista, come i grillini, avente in organico dirigenziale esponenti convintamente decisi a far valere le proprie idee, la Lega oggi sia in procinto di sedersi con il più europeista tra gli europeisti, Mario Draghi. Questo, e non è isolato, è un chiaro segnale di resa rispetto ad un tavolo di animi temperati, di vocazione solidale.

In breve, per governare ci si deve svestire dei propri abiti rivoluzionari e rimboccarsi le maniche, assumendosi le proprie responsabilità verso il Paese, facendo prevalere il bene della nazione a quelli effimeri e temporanei del proprio partito. Anche perché, la fiducia degli italiani accordata a determinate forze destinate all'opposizione è solo apparente, finito il giustificato momento di protesta, il consenso è sempre accordato a chi sa gestirlo in modo stabile e duraturo.

 

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