L'imperialismo della Tecnica e il suo falso mito di liberazione

Fonte Immagine: huffpost

Prevale oggi su tutto il giro d’orizzonte, prefigurando sempre nuove sciagure della ragione strumentale, la volontà prometeica di autogestione umanitaria del mondo senza più legami con la trascendenza e ormai solo secondo la logica nichilistica della volontà di potenza della tecnocrazia planetaria, animate dall’intimamente nichilistico furor della crescita illimitata e illimitabile. All’immagine biblica dell’Arca di Noè, che salva i viventi nel nome di Dio, si contrappone il Titanic quale immagine della tecnica scatenata e dell’imperialismo prometeico, che fa inabissare il mondo intero dietro l’ingannevole promessa della sua liberazione. Negli spazi reificati della civiltà tecnomorfa, non esistono più il limite della φύσις greca e quello del Dio cristiano: nell’evo dell’illimite innalzato a unico orizzonte di senso, sopravvive unicamente il limite di fatto, id est il limite che l’incontenibile potenza tecnoscientifica incontra ogni volta davanti a sé e che supera puntualmente per poter dispiegare appieno tutte le sue premesse e le sue promesse. Il Gestell tecnoscientifico, “l’impianto impositivo” della Technik nel senso chiarito da Heidegger, non promuove un orizzonte di senso, né apre scenari di salvezza e di verità: semplicemente cresce illimitatamente, superando ogni limite e autopotenziandosi senza fine. Appare, dunque, pienamente giustificato il timore di Zeus, nel Prometeo incatenato di Eschilo, allorché paventa che l’uomo, grazie alla potenza della τέχνη, possa farsi autosufficiente e ottenere in autonomia ciò che precedentemente poteva sperare di raggiungere solo per il tramite delle preci e della sottomissione al potere divino.

Come mostrato da Emanuele Severino, se la tecnica è condizione per l’attuazione di qualsivoglia fine, ne discende che non ostacolare il progresso e lo sviluppo della tecnica diviene il vero fine ultimo, in assenza del quale nessun altro può attuarsi. Ancora con la sintassi di Severino, con il tramonto della verità resta in campo solo la tecnica, vale a dire il campo aperto di forze del divenire il cui scontro è deciso in ultima istanza dalla loro potenza e non certo dalla loro verità. Oltre a ciò, l’impianto tecnocapitalistico riduce il mondo ai limiti della ragione calcolante, cosicché ciò che non può essere calcolato, misurato, posseduto e manipolato è, eo ipso, posto come non esistente. La logica del plus ultra, fondativa del tecnocapitale, si determina in ambito etico e religioso secondo la già richiamata figura della violazione di ogni inviolabile, ciò che presuppone l’avvenuta neutralizzazione di Dio come simbolo del νόμος. L’istanza libertaria dell’Illuminismo si rovescia nel suo opposto, secondo quanto già evidenziato dalla Dialektik der Aufklärung di Adorno e Horkheimer. L’annichilimento di ogni tabù, di ogni legge e di ogni limite pone in essere il nuovo tabù della vita che basta a se stessa e che rifiuta ogni figura del tabù, della legge e del limite.

La libertà senza limiti, ossia – più propriamente – il capriccio anomico, precipita nella schiavitù della coazione alla trasgressione e alla violazione di ogni inviolabile, dunque nell’imperativo fintamente emancipativo che prescrive di godere senza impedimenti e differimenti, mirando unicamente al proprio interesse individuale e al furor irriflesso della crescita fine a se stessa, coessenziale alla dinamica della volontà di potenza. Per questa via, la ragione calcolante – l’“arida vita da intelletto” di cui scriveva il giovane Hegel – si erge a giudice che distingue ciò che è reale da ciò che il reale, ciò che ha senso da ciò che non ha senso, ciò che ha valore da ciò che non ha valore.

Lasciare che il tecnocapitalismo si sviluppi senza limiti di sorta, materiali o immateriali che siano: sembra questa una delle non più implausibili definizioni che si potrebbero prospettare del mito regressivo del progresso, culto irriflesso della civiltà a reificazione integrale, i cui abitatori sempre più figurano, come evidenziato da Heidegger, quali meri “sacerdoti della tecnica” e quali semplici apostoli della marcia de claritate in claritatem del capitale; marcia rispetto alla quale ogni ostacolo e financo ogni problematizzazione vagamente critica chiedono di essere senza esitazioni annichiliti in nome della superiore fede nelle ragioni del progresso stesso.