L'imperitura arte del tradimento

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L’Acheronte, per gli antichi greci, era un immissario dello Stige, il fiume attraverso il quale Caronte traghettava le anime dei morti verso l’oltretomba. Uno dei suoi affluenti era il Cocito, uno dei cinque fiumi degli inferi, che il sommo poeta descrive come un lago ghiacciato, nella sua più famosa, rivoluzionaria opera ("Per ch'io mi volsi, e vidimi davante e sotto i piedi un lago che per gelo avea di vetro e non d'acqua sembiante").

Dante posiziona questa immensa, immobile massa ghiacciata nella parte ultima dell’Inferno, nel nono cerchio, quello dei traditori, volta ad esser strumento di pena per coloro che si sono macchiati, in vita, di tale ignobile peccato, addirittura il più meschino, secondo l’autore. Ed in una dantesca gerarchia infamante, chi è posizionato più in alto viene collocato nella quarta zona, la Giudecca, dove Dante e Virgilio incontrano i traditori dei benefattori, coloro che hanno violato il sacro principio della riconoscenza, quella che per Cicerone fu la madre di tutte le virtù. E non possono essere scaraventati in altro luogo se non quello più prossimo a Lucifero, “Lo ‘mperador del doloroso regno”, provvisto di una sola testa ma che esibisce ben tre facce, le cui rispettive bocche sono incessantemente intente a frantumare i peccatori “a guisa di maciulla”. Questi, i più miserabili tra gli sleali, sono interamente conficcati nel ghiaccio, ognuno in una posizione diversa rispetto al grado di tradimento perpetrato.

La Divina Commedia, opera di inestimabile valore, non solo letterario, è tanto straordinariamente imperitura perché risulta così sfacciatamente attuale, nonostante i suoi sette secoli di vita. Ed il trentaquattresimo canto si attesta quello, tra i vari, più adattabile ad ogni aspetto di tutte le epoche, sia recenti che remote. Perché, se vi è una verità inconfutabilmente innegabile, è proprio quella che riporta il tradimento come l’elemento propulsore di ogni cambiamento memorabile. Esso è il motore della storia, il confine che ne scandisce i periodi, il fattore che discerne ciò che fu da ciò che sarà. Papi, imperatori, tutti i personaggi abili a lasciare un segno indelebile, in ogni ricostruzione postuma, sono stati vittime, o artefici essi stessi, di congiure.

E sono proprio gli atteggiamenti camaleontici di chi presta l'orecchio più alle lusinghe adulatrici di facili benefici che all’auspicabile gratitudine verso i propri, ignari benefattori a stravolgere le traiettorie imprevedibili del tempo. Chi mai avrebbe potuto pensare che il famoso Marco Giunio Bruto, cresciuto come un figlio da Cesare, potesse egli stesso essere l’assassino del suo benevolo patrigno. Eppure, il neonominato dittatore aveva già mostrato atto di clemenza nei confronti del rampollo illegittimo, quando quest’ultimo si era reiteratamente macchiato di tradimento, sostenendo la posizione di Pompeo, nella guerra civile del 49 a.C.. E persino il conferimento di incarichi autorevoli, come il governatorato della Gallia Cisalpina, non hanno alienato Bruto dall’ormai premeditato intento patricida: "Tu quoque...".

E che dire di Galeazzo Ciano, genero di Benito Mussolini, marito della figlia prediletta Edda, il quale, nominato dal suocero finanche ministro degli affari esteri, votò al Gran Consiglio del Fascismo l’ordine del giorno di Dino Grandi che, di fatto, sfiduciava il duce, per consentire al re di riprendere le redini della patria, mediante il governo e l’esercito? E non distolga dal concepire ignobile tale azione il sol fatto che il medesimo atto decretò la fine di un fascismo già, in verità, moribondo, per via di una guerra ingiusta e, forse, evitabile.

Soffermarsi a riflettere su tale ignominia è un atto dovuto, soprattutto quando l’inganno diviene regola e riesce a surclassare agevolmente una sempre più obsoleta propensione alla, non più lapalissiana, gratitudine. Perché se Giuda ha venduto Gesù Cristo per trenta denari, persuaso da un singolo, predetto (“Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola”) atto di interferenza satanica, vi sono traditori seriali che, secondo l’insegnamento di Esopo, non fanno altro che concretizzare nella quotidianità quella che rimane la loro natura. Viviamo in un’era in cui, più di altre, non si sente il dovere di giustificare l’impudenza dilagante, orfani di una coscienza ammonitrice che non permetterebbe di considerarsi, come avviene, addirittura dei prodi, di certo non agli occhi di chi ha fatto della lealtà la propria bandiera.